Visualizzazione post con etichetta Bioetica Vita Umana e Scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bioetica Vita Umana e Scienza. Mostra tutti i post

martedì 1 settembre 2009

Risposta all'assessore sulla Ru 486

Non metto in dubbio, egregio Direttore, la buona fede dell’Assessore provinciale alle Politiche sociali e per la salute, ma trovo laicamente contraddittorie e superficiali le sue affermazioni in ordine all’autorizzazione per l’utilizzo e la diffusione della pillola abortiva RU486.

In primo luogo, perché tacciare di demagogia e strumentalità l’iniziativa di un Gruppo consiliare (il Pdl) che ne richiede la sospensione con dati scientifici alla mano – tanto più forniti dalla stessa azienda produttrice del prodotto (la francese Exelgyn) - configura un atteggiamento che si commenta da solo, su cui nulla aggiungo per non scendere nella polemica (l’argomento è troppo serio).

In secondo luogo, perché non appare credibile l’affermazione assessorile per la quale la Provincia sarebbe tenuta ad ottemperare al parere dell’Azienda Italiana del Farmaco (Aifa) che ha autorizzato la commercializzazione della RU486.

Questa Provincia si è permessa di dissociarsi dalla riforma Gelmini accampando le propria potestà autonomistiche; si è distanziata dal divieto nazionale di somministrazione di bevande alcoliche pure facendo leva sulla propria autonomia, e ci vuol far credere che sulla pillola abortiva è tenuta ad ottemperare pedissequamente alle decisioni nazionali. Che, vorrei notarlo, non sono nemmeno espresse con legge, ma unicamente attraverso un parere di un organismo tecnico, la citata AIFA. Se a ciò si aggiunge che in materia sanitaria la Provincia dispone dell’identica competenza riconosciutale in materia di scuola, il suo contraddittorio atteggiamento emerge chiaramente.

Quanto poi alla dichiarazione dell’Assessore di voler “applicare laicamente la legge”, faccio notare che ciò che lui dice di applicare non è la legge, ma un semplice parere, che fra l’altro è proprio in contrasto con la legge. Questa è tenuto ad applicare, la legge 194/’78, ed essa all’art.8 prevede che l’aborto debba avvenire all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata convenzionata.

Poiché la donna, che con l’assunzione della RU486, potrebbe espellere il figlio anche due settimane dopo quell’assunzione, dovrebbe essere trattenuta in ospedale tutto il tempo necessario; diversamente, verrebbe meno la tutela della sua salute e sarebbe violata proprio la legge.

E che dire di questo aggiramento del Parlamento attraverso un semplice parere su un tema così fondante com’è quello di specie? Perché chi ha invocato il coinvolgimento del Parlamento sul tema dell’immigrazione, oggi tace su un tema così vitale, per madri e figli?

E, poi, Assessore, “laicità”non significa cultura e rispetto dei diritti umani, a partire da quelli fondamentali, aiutando invece concretamente, come istituzioni, le madri che fanno fatica?

Fin qui, argomenti laici.

Non posso peraltro, conclusivamente, pensare, dialogando con un cattolico, allo Statuto del PATT, il cui riferimento cardine è alla dottrina sociale della Chiesa. E’ notorio che quella che pone la tutela del nascituro come primissimo compito della società e della politica.

Forse che le funzioni di Assessore consentono di abdicare da siffatto valore “non negoziabile” al punto di disapplicare la legge ed applicare un semplice parere che la viola?

Mozione Ru 486

CONSIGLIO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO



Gruppo Consiliare Il Popolo della Libertà

Trento, 31/7/2009



Al Presidente del Consiglio Provinciale

Giovanni Kessler

SEDE


Proposta di mozione

”R.U.486: urge fare chiarezza sulle sue conseguenze ed intanto sospenderne con urgenza l’utilizzo”

E così, l’Agenzia Italiana del Farmaco (A.I.F.A.) ha autorizzato la commercializzazione in Italia della R.U. 486, la pillola abortiva. La notizia era nell’aria da qualche giorno, ma sino all’ultimo si sperava in un ripensamento, che purtroppo non c’è stato. A questo punto, assume ancora maggiore rilevanza l’iniziativa dello scorso 19 giugno ad opera del Ministero del Welfare italiano, concretizzatasi nella stesura di un dossier sulla R.U.486, fatto recapitare all’A.I.F.A., iniziativa che le istituzioni regionali e provinciali non possono ignorare.

Infatti l’azienda produttrice del farmaco, la francese Exelgyn, a dispetto della cifra ufficiale, ferma a 16 decessi, ha comunicato all’A.I.F.A., che le morti per R.U.486 sono in realtà 29.

Essa, come è noto, è in fase di uso e sperimentazione anche in Trentino.

La morte è peraltro solo la più grave di tutta una serie di conseguenze imputabili all’uso della R.U.486.

Infatti, come denunciarono già nel lontano 1991 Janice G. Raymond, Renate Klein e Lynette J. Dumble, tre femministe dichiaratamente abortiste, la RU486 – sorvolando sul fatto che si tratta comunque di una pillola che sopprime il nascituro – implica pesantissime ripercussioni sulla salute delle donne, così riassumibili: dolore o crampi nel 93,2% dei casi, nausea nel 66,6%, debolezza nel 54,7%, cefalea nel 46,2%, vertigini nel 44,2% e perdite di sangue prolungate fino a richiedere una trasfusione nello 0,16% dei casi.

Donna Harrison, ricercatrice e ginecologa di Berrien Center, in Michigan, insieme ad una collega, ha pubblicato su The Annals of Pharmacotherapy uno studio nel quale ha identificato ben 637 casi di effetti collaterali nell’uso della R.U.486.

Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration, dopo aver rappresentato più volte l’intendimento di ritirare la R.U.486 dal commercio, in seguito alla morte di una ragazza di diciassette anni che vi aveva fatto ricorso, ha contrassegnato la pillola con una banda nera, quella che viene riservata ai farmaci pericolosi per la vita.

La pericolosità di detta pillola è stata riscontrata persino in un Paese come la Cina, notoriamente non rispettoso dei diritti umani. Nell’ottobre 2001 è stata disposta un’inversione di rotta rispetto all’iniziale liberalizzazione, inversione di rotta consistente nel divieto di venderla in farmacia e di assumerla solamente in ospedali selezionati e sotto stretto controllo medico.

Addirittura, nel dicembre 2005, un editoriale del New England Journal of Medicine, “bibbia” mondiale della scienza, denunciava una percentuale di mortalità con il metodo chimico, quello della R.U.486, ben 10 volte più alta di quella rilevata con il metodo chirurgico.

Persino Severino Antinori, indiscusso guru della fecondazione, ha pubblicamente ammesso che la R.U.486 “provoca dolori, emorragie, infezioni, malattie. Con esiti mortali”.

Dinnanzi a simili constatazioni non si può non riconoscere come la R.U.486 rappresenti un vero e proprio pericolo.

Per cercare di smentirlo, non più tardi di qualche mese fa qualche organo di informazione locale divulgò servizi nei quali si attestavano, per il Trentino, centinaia di sperimentazioni andate a buon fine, senza alcuna delle gravi ripercussioni che la R.U.486 spesso implica. In realtà, non vennero resi noti nei dettagli l’entità e il grado di rappresentatività di questo campione.

In un documento elaborato dalla Società Medico Scientifica Interdisciplinare Promed Galileo e sottoscritto anche dall’European Medical Association, si denuncia proprio “la bassa qualità degli studi, spesso caratterizzati per l’assenza di randomizzazione e la contraddittorietà dei risultati, che rendono difficoltosa l’interpretazione dell’accettabilità del metodo”.

D’altro lato, c’è chi ritiene – trascurando i dati della letteratura scientifica – che il ricorso all’aborto chimico rappresenti un progresso e si appella alla sua diffusione in Europa per invocarne l’adozione in Italia.

Dal canto suo, il Sottosegretario al Welfare, on.le Roccella, sottolinea come la pillola R.U.486 rappresenti un metodo che “intrinsecamente porta la donna ad abortire a domicilio proprio perché il momento dell’espulsione non è prevedibile, in una sorta di clandestinità legale”.

Aspetto di non secondaria rilevanza concerne, poi, il fatto che il ricorso alla R.U.486, come ha evidenziato pure la Roccella, determini violazione della legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Essa infatti, all’art. 8, sancisce espressamente la necessità che l’aborto procurato si consumi all’interno di strutture pubbliche, mentre una donna che assume la pillola abortiva – che produce i propri effetti, culminanti con l’espulsione del feto, entro un arco di tempo che talvolta giunge a due settimane – non viene trattenuta in ospedale fino al momento in cui è certificata l’interruzione di gravidanza, ma vi ritorna solamente dopo, per eseguire dei controlli.

Ciò è in violazione di due pareri del Consiglio superiore di sanità: uno del 2004, alla cui stregua “i rischi connessi all’interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti all’interruzione chirurgica solo se l’interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero”; l’altro del 2005, per il quale “l’associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere trattenuta fino ad aborto avvenuto”.

Né vanno sottaciuti gli interessi economici che soggiacciono alla diffusione della R.U.486, destinati a foraggiare le aziende produttrici della stessa.

Sarebbe interessante che questi temi così delicati e utili chi difende la R.U.486 lo facesse a viso aperto, argomentando le proprie ragioni, non già trincerandosi dietro a slogan oramai superati.

Anche perché, sul piano culturale, il rischio forte è la privatizzazione dell’aborto: la donna abortirà da sola. Difatti i protocolli contemplano che solo dopo 14 giorni si provvederà ad un controllo.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta:

  1. a verificare quante donne, in Trentino, hanno fatto ricorso alla R.U.486 a partire dalla sua sperimentazione e della successiva diffusione disposta dall’Azienda Italiana per il Farmaco (A.I.F.A.);
  2. a garantire, nei confronti delle donne che chiedono l’interruzione di gravidanza sia farmacologica che chirurgica, il c.d. consenso informato;
  3. a disporre la sospensione dell’utilizzo della R.U.486 in attesa che si faccia chiarezza sulle controindicazioni della stessa, anche alla stregua dell’esperienza di altri Paesi.


giovedì 27 agosto 2009

Risposta a "Tracce"

Egr. Direttore di “Tracce”,

Le scrivo anche a nome del Presidente del Movimento per la Vita italiano, on. Carlo Casini, che condivide la riflessione che le sottopongo.

Da tempo sono un affezionato lettore della Sua rivista, che ho potuto apprezzare in lunghi anni di “amicizia” che mi legano alla testata da Lei diretta. E’ per tale motivo che devo confessare d’essere rimasto da alcune riflessioni comparse nel numero del mese scorso, maggio 2009.

Al mio orecchio di fedele lettore, talune osservazioni sono apparse infatti come una stonatura nei confronti della linea editoriale fedele e guardiana dell’ortodossia di Santa romana Chiesa, che ho apprezzato e ritenuto peculiare nella rivista del Movimento di Comunione e Liberazione.

Mi riferisco, in particolare, all’altrimenti interessantissimo report sulla giornata trascorsa a Strasburgo con l’on. Mauro, Vicepresidente del Parlamento Europeo, ed al servizio sul conferimento della laurea honoris causa al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, da parte della Notre Dame University.


Nel primo caso ho trovato ambigue talune affermazioni dell’on. Mauro riportate nell’articolo.

In particolare laddove egli, riferendosi ad un’esperienza personale dolorosa, rivela di aver cambiato del tutto l’approccio nei confronti delle questioni legate alla bioetica dopo l’incontro con Cristo, passando così da un approccio “ideologico”, ad un altro, più “libero”.


Ora, ritengo davvero encomiabile e di grande valore la testimonianza di chi riesce a giungere ad un incontro con il Trascendente fattosi carne, attraverso un dramma quale quello velatamente scolpito dall’articolista. Ma l’on. Mauro scorda, a parer mio, di chiarire in qual senso è mutato il suo affrontare tali temi, dando così luogo a perigliose variabili interpretative.


Credo che, inteso rettamente, il pensiero del Vicepresidente del Parlamento Europeo, era volto a chiarire come, attraverso le forche caudine di quella che per noi cristiani da strumento di morte diviene fonte della vita, un approccio “dogmatico” e “teorico”, s’è fatto carne, giungendo a porre nella realtà umana ed a scoprire il grande senso di verità e di salvezza posto dalle posizioni cattoliche in tema di bioetica.


Le quali posizioni, sinceramente, è riduttivo definire come meramente confessionali.


Si riferiscono infatti alla ragione umana, al fondamento dello Stato. Il quale, se non mira a tutelare e realizzare i diritti di ogni essere umano, non si risolve che in un’espressione di forza bruta priva di giustificazione. Come d’altronde afferma lo stesso on. Mauro, allorquando sentenzia giustamente che l’Europa “deve servire all’uomo. O si parte da lì, o si stravolge tutto”.


Dunque, o ci si trova dinanzi ad una contraddizione che su questo punto permea il Mauro – pensiero, oppure ciò che era solo accennato, non è che da intendersi come sopra accennato.
Parlare embrioni non è ideologia o fondamentalismo, è parlare di bambini e di madri. E’ cultura della ragione e dell’uomo. Quella negata da coloro che, realmente incendiati da furori ideologici, mirano invece a negarla. Senza portare altro che ragioni moraleggianti o compassionevoli a sostegno del loro argomentare.


Del resto, che si tratti, parlando della vita umana nascente, della grande questione sociale del terzo millennio, è lo stesso magistero della Chiesa ad affermarlo. Nell’Enciclica “Evangelium Vitae” di Giovanni Paolo II, al par. 5, si legge:”Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce.

Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani. A essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati”.


Mi ha lasciato, analogamente assai stupefatto pure il servizio sul contegno tenuto dagli studenti del Movimento nell’Università di Notre Dame in occasione del contestato (pure dal sottoscritto) conferimento della laurea al Presidente statunitense Obama.


Il quale, è bene rammentarlo, a tre giorni dal suo insediamento, con gli States in ginocchio a causa della crisi, ha ben pensato di porre tra i suoi primi atti lo sblocco immediato dei finanziamenti (congelati durante l’era Bush) a favore di tutt’una serie di organizzazioni che perseguono il controllo delle nascite (e già qui…) in varie modalità.

Tra cui, ovviamente, l’abortismo di massa.

Del resto, il “buon” Barack ha un sacco di idee “simpatiche” in mente, tra cui l’aborto a nascita parziale (un massacro da macellai, ad esser generosi), il Freedom of choice Act, eccetera, eccetera…

Dinanzi dunque al conferimento da parte di una delle più prestigiose istituzioni accademiche cattoliche del mondo, di una laurea a questo fenomeno dell’antiumanesimo, il CLU locale non ha ritenuto congruo assumere alcuna posizione. Rimandando, all’incontro con Cristo come fulcro della vita e centro di tutto.

Nulla questio.


Ritengo che quello evidenziato da CLU sia indubbiamente, e ci mancherebbe altro, il fulcro della vita di ogni cristiano: il Verbo fatto carne, morto e risorto.


Soltanto che in tali frangenti, a mio avviso, sarebbe stata più opportuna una disclosure. E non certo per porre in essere una sorta di “teologia della liberazione” che miri ad anteporre dei sacrosanti ideali propri della dottrina cattolica e della ragione umana a ciò che è il proprium del cristianesimo, ossia il kerygma della morte e resurrezione di Cristo e l’incontro con Dio fatto uomo. Comprendo molte delle ragioni degli studenti della Notre Dame University che hanno voluto evitare che si arrivasse a fare del cristianesimo un’etica od una morale avulsa dal cuore propulsore appena ricordato, rendendolo una sorta di “ideologia massonica” ottocentesca, profondamente anticristiana.


Ma da cristiano, in virtù della Grazia che promana verso la nostra misera condizione umana, non posso esimermi dal prendere posizione sulle questioni “politiche” (in senso lato) e pubbliche. Specie se mi riguardano da vicino e mi involvono direttamente.


E ciò non certo usando come alabarda dei dogmi confessionali, bensì operando rettamente con la ragione, facendo risaltare ciò che è proprio dell’uomo, ossia la razionalità ed il dialogo, per l’affermazione della dignità umana. Di quell’uomo, che, come ricorda la Genesi, fu fatto ad “immagine e somiglianza” del Creatore, e che la rivoluzione cristiana ha portato ad essere il centro ed il fine di tutto.


Onestamente, non prendere posizione dinanzi ad un ateneo cattolico che loda un presidente spesso dimentico (in maniera oltretutto irrazionale e contraddittoria…) della tutela dei diritti d’ogni essere umano, e che contrabbanda ciò sotto l’aura magniloquente della sua bella presenza e del suo innegabile carisma, che assomiglia all’anticristo di Soloviev, mi pare quanto meno stupefacente.

Ed esprime una posizione su cui, umilmente, da cattolico, da uomo, da essere razionale, non posso essere d’accordo.

Cordiali Saluti.

dott. Pino Morandini
-Vice presidente Movimento per la Vita italiano -

RISPOSTA AL COMITATO DI BIOETICA AZIENDALE

Il parere del Comitato aziendale di bioetica, risalente al 23 febbraio e riportato nel numero di giugno del periodico d’informazione “Apss notizie”, presenta delle osservazioni assai discutibili, tanto sul versante formale quanto su quello sostanziale.

L’intervento del Comitato, incentrato sul tema della cosiddetta “contraccezione d’emergenza”, non convince soprattutto laddove, pur riconosciuto il fondamento dell’obiezione di coscienza, asserisce che, fornite le doverose informazioni alla donna che manifestasse la volontà di ricorrere alla contraccezione d’emergenza, il medico sarebbe costretto a provvedere “affinché la stessa possa accedere alla prescrizione in maniera tempestiva”.


Per comprendere la portata, coercitiva e tragica, di una simile affermazione, occorre tornare a sottolineare l’importanza dell’obiezione di coscienza, che ha una storia millenaria, e che trova fondamento già nel rifiuto di Socrate di ubbidire ad un ordine dei Trenta, e nell’altrettanto nobile “disobbedienza” di Antigone dinnanzi all’editto di Creonte, così disumano e repressivo nei confronti della sepoltura del fratello.


Ma al di là delle radici storiche, l’obiezione di coscienza preserva a tutt’oggi una sua rilevanza. Essa è infatti prevista sia dalla legge 194/’78 (art.9) sia dal recente Codice di deontologia medica ( 16/12/2006) che, nel suo articolo 22, sottolinea la legittimità del comportamento di un medico che rifiutasse di prestare la propria opera nel caso in cui gli venissero richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza. Analogamente il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) il quale, con parere del 28/5/2004, ha riconosciuto al medico l’obiezione di coscienza anche di fronte alla richiesta di prescrizione o di somministrazione di farmaci attinenti alla cosiddetta “contraccezione d’emergenza”
Nel caso dell’obiezione di coscienza sollevata dinnanzi alla richiesta della cosiddetta” contraccezione di emergenza”, inoltre, questa trova fondamento anche nel mandato di Ippocrate, che come sappiamo stigmatizza ogni comportamento che sia lesivo del diritto alla vita e della salute del paziente.

E la contraccezione d’emergenza, come attestato dalla ricerca scientifica, si configura, allorquando è avvenuto il concepimento, come un atto ostile alla vita del nascituro, anche se concepito da poche ore. Sono infatti fattispecie assai diverse , da un lato quella del consenso informato, concernente l’obbligatorietà di un’informazione clinicamente corretta e compiuta che qualsiasi medico deve offrire, e, dall’altro, quella rappresentata da indicazione ed indirizzi espliciti al ricorso alla stessa.


Nell’ipotesi, infatti, in cui la fecondazione sia avvenuta – con il conseguente concepimento di un essere umano – non si verserebbe più nel campo della contraccezione. Il farmaco assunto interverrebbe infatti nei confronti dei quell’essere umano, violandone il fondamentale diritto alla vita.

Eluana....

Eluana è morta. A furor di stampa, con la violenza cieca di un potere applicato non in quanto giustificato razionalmente, bensì solo per il mero fatto della propria superiorità ed esistenza.

E' morta di arresto cardiaco, immersa nella fame e nella sete, consacrando con questa sevizie il massimo dell'ipocrisia e della barbarie.

La notte della ragione impera sullo Stivale.

Sia chiaro, non si tratta di dare giudizi sulla famiglia, ci mancherebbe. Ad essi, specie al padre, visto che la madre ha preferito starsene nell'ombra, va il mio rispetto.

Però, c'è tutta una serie di “però”, di perplessità non eludibili, che si riferiscono al fatto che un conto è la solidarietà umana e la vicinanza che andrebbe (e che invece non è stata) rivolta ai soggetti coinvolti in questi drammi. Un altro conto è accettare che uno Stato laico legittimi la decisione di compiere un omicidio solamente perché...

Ed il perché non detto, almeno apertamente.

La notte della ragione, come già detto, offusca gli animi.

Come invece dovrebbero insegnare millenni di pensiero razionale, chi si contraddice nel medesimo istante, sul medesimo punto, non dice nulla. E la sentenza che, si dice (in realtà non è proprio così, basterebbe leggere il dispositivo...), ha autorizzato la soppressione di Eluana, è il classico esempio di contraddizione continua, punto su punto. Dunque, è un quid che razionalmente, non dice nulla. Ed applicarla significa solamente, appellarsi al mero fatto, alla constatazione che il giudice è l'unico che possa applicare autoritativamente la norma. E, se non sostenuta da legittimazione razionale, tale applicazione non è che espressione di forza bruta.

E ciò che è accaduto alla clinica “La Quiete” di Udine ne è un esempio.

Siamo in uno Stato in cui il tutore non può fare testamento, non può compiere donazioni, in quanto questi considerati dalla sapienza giuridica “atti personalissimi”, pertinenti cioè alla sfera più intima e personale del soggetto. Però, ora, il tutore può decidere, in base a delle estemporanee dichiarazioni, scegliendo quali considerare e quali no in base alla sua personale convinzione, che è giusto interrompere non solo i trattamenti medici, bensì pure l'alimentazione. Mah...

Non torno sulle contraddizioni continue della sentenza. Mi preme solo sottolineare due aspetti decisamente inquietanti.

Il primo concerne il fatto che la sentenza autorizzava la decisione del padre – tutore (quanto razionalmente lo si può vedere da ciò che ho esposto or ora) a condizione dell'avvenuto accertamento della permanenza dello stato vegetativo permanente. Bene, stanti così le cose, la sentenza non è stata applicata: è infatti impossibile, date le attuali cognizioni della scienza medica, accertare l'eventuale permanenza dello stato vegetativo...

Come se non bastassero le altre astruse fantasie giuridiche (si legga pure la demolizione delle stesse ad opera del prof. Mantovani) vergate in quell'atto del Tribunale di Milano, mi preme ricordare che un'eventuale legge sul testamento biologico, di certo non avrebbe autorizzato la morte di Eluana...

E mi astengo dal sottolineare ancora una volta quanto il testamento biologico sia insostenibile razionalmente e cozzi in maniera insanabile con la libertà del soggetto di autodeterminarsi a livello terapeutico. Ma, si sa, nella notte della ragione, tutto è possibile...

Personalmente, dopo approfondite riflessioni, credo che in queste materie, qualsiasi scelta legislativa, qualsiasi mano umana, non faccia che danni...

Ciò che mi preoccupa, ora, è la sorte delle migliaia di “Eluane” presenti. Giacché, checchè se ne dica, è stata autorizzata non l'esecuzione di una volontà seria, attuale, consapevole del paziente di interrompere l'alimentazione, bensì è stata autorizzata una scelta proveniente da altri.

Alla faccia della tanto sbandierata autodeterminazione!!

Ed è stata solo l'orgia ideologico – mass mediatica a convincere molti del contrario, ossia che la volontà fosse quella di Eluana, quando è evidente che non potrebbe essere così!!!

Il dramma è che il retropensiero nascosto dietro ciò è che si sostiene che...tali vite non sono degne di essere vissute. Sono non- vite. In virtù di quale confessione assolutista, non è difficile crederlo: sono vite improduttive nella società dominata dalla selvaggia ideologia economico - utilitaristica che viviamo. Sono inoltre vite da sottrarre alla vista, dal momento che rammentano che esiste la sofferenza e che pure la morte fa parte dell'esistenza umana.

Anziché una nuova frontiera di premura socio – assistenziale verso questi casi (e, soprattutto, vero le loro famiglie) che, si voglia o no, hanno in sé pure il “lato oscuro” delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria...si preferisce eliminarli.

Sono vite scartate dal ciclo produttivo. E, se questo non è fondamentalismo...(e lo è) è comunque un pensiero con certi baffetti da Adolf che mettono i brividi.

Che ci si deve aspettare, ora?!?!

Che taluni possano avere il diritto potestativo di riconoscere su quali vite si possa agire con effetto ablativo e su quali invece no?

E' più che la notte della ragione. E' l'ennesima riedizione della Shoah. D'altronde, il miliardo ed oltre di bimbi abortiti sono molto esperti in materia...

Spiace inoltre, che il presidente Napolitano, sinora esemplare per correttezza istituzionale, si sia arrogato una decisione (palesemente in contrasto con la Costituzione) che, più che pilatesca, arrossa il Quirinale del sangue della Englaro. Un altro decreto sulla sicurezza, sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, sarebbe stato firmato. Certo, perché ne vanno di mezzo gli uomini, i tanto sbandierati ed ancor più spesso vilipesi, diritti umani. Che, è bene ricordarlo, sono a fondamento della nostra Costituzione.

Napolitano ha detto “no”, arbitrariamente ed ingiustificatamente, come del resto sottolineato addirittura da molti ex presidenti della Consulta dell’on. Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita italiano.

Ha detto “no”.

Ma io non ci sto. Non ci starò mai.




Pino Morandini

Vice-Presidente

Movimento per la Vita Italiano

Interrogazione “ Quante sperimentazioni con la RU486?”

Lo scorso 19 giugno il Ministero del Welfare italiano ha fatto pervenire al Comitato tecnico scientifico dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) nuova documentazione sulla piccola abortiva RU486.

Sembra infatti che, a dispetto della cifra ufficiale, ferma a 16 decessi, siano addirittura 29, nel mondo, le donne morte in seguito all’assunzione della RU486, da tempo in fase di uso e sperimentazione anche in Trentino.

Ma la morte è solo la più grave di tutta una serie di conseguenze imputabili all’uso della RU486.

Infatti, come denunciarono già nel lontano 1991 Janice G. Raymond, Renate Klein e Lynette J. Dumble, tre femministe dichiaratamente abortiste, la RU486 – sorvolando sul fatto che si tratta comunque di una pillola che sopprime il nascituro – implica pesantissime ripercussioni sulla salute delle donne, così riassumibili: dolore o crampi nel 93,2% dei casi, nausea nel 66,6%, debolezza nel 54,7%, cefalea nel 46,2%, vertigini nel 44,2% e perdite di sangue prolungate fino a richiedere una trasfusione nello 0,16% dei casi.

Donna Harrison, ricercatrice e ginecologa di Berrien Center, in Michigan, insieme ad una collega, ha pubblicato su The Annals of Pharmacotherapy uno studio nel quale ha identificato ben 637 casi di effetti collaterali nell’uso della RU486.

La pericolosità di detta pillola è stata riscontrata persino in un Paese come la Cina, notoriamente non rispettoso dei diritti umani. Nell’ottobre 2001 è stata disposta un’inversione di rotta rispetto all’iniziale liberalizzazione, inversione di rotta consistente nel divieto di venderla in farmacia e di assumerla solamente in ospedali selezionati e sotto stretto controllo medico.

Addirittura, nel dicembre 2005, un editoriale del New England Journal of Medicine, “bibbia” mondiale della scienza, denunciava una percentuale di mortalità con il metodo chimico, quello della RU486, ben 10 volte più alta di quella rilevata con il metodo chirurgico.

Persino Severino Antinori, indiscusso guru della fecondazione certo non tacciabile di oscurantismo, ha pubblicamente ammesso che la RU486 “provoca dolori, emorragie, infezioni, malattie. Con esiti mortali”.

Dinnanzi a simili constatazioni non si può non riconoscere come la RU486 rappresenti un vero e proprio pericolo.

Per cercare di smentirlo, non più tardi di qualche mese fa qualche organo di informazione locale divulgò servizi nei quali si attestavano, per il Trentino, centinaia di sperimentazioni andate a buon fine, senza alcuna delle gravi ripercussioni che la RU486 spesso implica.

Il punto è che non vennero resi noti nei dettagli l’entità e il grado di rappresentatività di questo campione.

In un documento elaborato dalla Società Medico Scientifica Interdisciplinare Promed Galileo e sottoscritto anche dall’European Medical Association, quasi a frenare i facili entusiasmi di chi minimizza le conseguenze della RU486, si denuncia proprio “la bassa qualità degli studi, spesso caratterizzati per l’assenza di randomizzazione e la contraddittorietà dei risultati, che rendono difficoltosa l’interpretazione dell’accettabilità del metodo”.

Aspetto di non secondaria rilevanza, infine, concerne il fatto che il ricorso alla RU486 determina violazione della legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Infatti, la legge 194 sancisce espressamente la necessità che l’aborto procurato si consumi all’interno di strutture pubbliche, mentre una donna che assume la pillola abortiva - che produce i propri effetti, culminanti con l’espulsione del feto, entro un arco di tempo che talvolta giunge a due settimane - non viene però trattenuta in ospedale fino al momento in cui è certificata l’interruzione di gravidanza, ma vi ritorna solamente dopo, per eseguire dei controlli.

Sarebbe interessante che su questo punto, come su tutti i precedenti richiamati, chi difende la RU486 lo facesse a viso aperto, argomentando le proprie ragioni, non già trincerandosi dietro a slogan oramai superati.


Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:


  1. a quante donne, in totale, è stata somministrata la RU486 all’interno della provincia di Trento;
  2. l’età media di queste persone;
  3. se non reputa, alla luce degli elementi ricordati in premessa, che si tratti di una pillola avente fin troppe controindicazioni, comportando rischi per la salute della donna fino a 10 volte superiori rispetto a quelli dell’aborto chirurgico;
  4. come valuta la mancata osservanza della Legge 194/78, che si riscontra con la somministrazione della RU486 senza che la donna intenzionata ad abortire venga trattenuta in ospedale fino alla certificazione dell’avvenuta espulsione del feto.
  5. se non considera violata la citata l. 194/78 anche nel suo principio ispiratore – quello di socializzare il dramma dell’aborto affinché la donna non si trovi sola in quella situazione – atteso che la diffusione e l’utilizzo della RU486 ricacciano la donna nella solitudine, a decidere da sola del rapporto tra lei e suo figlio;
  6. se non reputa opportuno, dinnanzi all’iniziativa del Ministero del welfare dello scorso 19 giugno, chiedere, per il Trentino, una temporanea sospensione dell’utilizzo e della somministrazione della pillola abortiva in attesa che venga fatta luce sui quasi trenta decessi che potrebbero essere riconducibili ad essa.


A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Proposta di mozione n. 96 “Urge ripristinare immediatamente il servizio dei punti nascita”

La Giunta è arrivata fino al punto di tagliare il numero dei punti nascita della Provincia.

Con la conseguenza che la presenza di un medico ostetrico in tutti i punti nascita della Provincia, stabilita con un decreto del 2000 dal presidente della Giunta, non sarà più obbligatoria.

Da non credere: la stessa amministrazione che, violando leggi dello Stato, si è battuta per difendere la sperimentazione della pillola Ru-486, si rifiuta ora di assicurare la giusta assistenza alle donne in gravidanza e dalle

Occorre inoltre sottolineare come, di fatto, la presenza di un medico ostetrico in ogni punto nascita della Provincia, non si sia mai potuta garantire pienamente causa – pare - la mancanza di adeguate risorse.

Ogni anno, in Trentino, vengono alla luce oltre 5.000 bambini, e a loro e alle loro madri è giusto, oltre che doveroso, assicurare adeguata e puntuale assistenza.

Una politica che chiudesse gli occhi sull’assistenza alla maternità più di quanto abbia già fatto – pensiamo allo in cui versa la neonatologia locale – avrebbe ben poche ragioni per fregiarsi di questo nome.

Il paradosso è che l’amministrazione che si prende ora la responsabilità di provvedimento così incivile, motivando la propria scelta con la presunta e poco credibile mancanza di fondi, è la stessa che in poco tempo, infischiandosene di quella sobrietà che la crisi economica imporrebbe, ha dato il proprio assenso alla quintuplicazione del budget dell’Ufficio stampa della Giunta provinciale ed ha foraggiato a piene mani il Festival dell’Economia, due iniziative che, da sole, hanno impiegato risorse per oltre due milioni di euro, risorse che avrebbero potuto esser destinate diversamente.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. ripristinare immediatamente quanto prescritto dal decreto del Presidente della Giunta provinciale del 27 novembre 2000;
  2. stanziare i fondi necessari affinché il succitato decreto possa finalmente incontrare, in termini concreti, un’attuazione compiuta;
  3. attivarsi per produrre uno studio approfondito sulle difficoltà incontrate in Trentino dalle donne in gravidanza, studio che possa fungere da riferimento per provvedimenti futuri su questa materia.