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venerdì 16 maggio 2008

AMBITI TERRITORIALI COMUNITA' DI VALLE, a proposito delle dichiarazioni di Dellai

20 marzo 2007

IN ORDINE ALLE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE DELLAI

SUGLI AMBITI TERRITORIALI COMUNITA' DI VALLE

Come temuto (e ampliamente previsto) la riforma istituzionale è entrata in crisi fin dal suo primo passaggio applicativo: quello della definizione degli ambiti territoriali delle comunità. Non tanto perchè si sono sforati (non di poco) i termini stabiliti dalla legge, quanto piuttosto perchè sono affiorate (e la stampa locale di questi ultime settimane lo ha messo ben in evidenza) tutte contraddizioni - più o meno latenti - di una riforma che doveva essere - in tutta evidenza - diversamente pensata, approvata e diretta nelle sue fasi applicative.

La scelta cui si è pervenuti alla fine della scorsa settimana, mi sembra un compromesso molto deludente e raffazzonato, una soluzione abborracciata in extremis, con la soluzione (un sondaggio farsa) che non si capisce bene che valore possa avere. Una soluzione che sembra solo un compromesso per mettere a tacere dissidi e beghe politiche, e che ha poco a che vedere con una seria consultazione popolare, e che depotenzia in modo evidente uno strumento di partecipazione. Si è detto che è una soluzione bizantina ma non stupida: a me sembra una falsa soluzione, perchè di fatto rinvia i problemi, priva come è di criteri preventivi per valutare i risultati, problemi che molto probabilmente si faranno risentire (vedrete che sentiremo parlare ancora di quorum) quando si tratterà di pesare i risultati del voto, in un contesto privo di regole, e dove le parti in causa - contrapposte - rispolvereranno le loro obiezioni e controobiezioni, le loro tesi e controtesi. E rinascerà la bagarre.

Il difetto sta ovviamente all'origine: nella scelta - che a suo tempo abbiamo criticato fortemente - di spogliare il consiglio provinciale della potere di definire, esso direttamente e in legge, la configurazione territoriale delle comunità. Quella scelta, introdotta in corso di approvazione della riforma, è stata - alla prova dei fatti - una scelta sbagliata, giuridicamente e politicamente.

Giuridicamente, perchè il Consiglio provinciale non doveva essere espropriato di una competenza che doveva assolutamente mantenere in capo a sé, cioè quella a definire con legge gli ambiti territoriali. Posto che le comunità sono veri e propri enti locali che verranno ad integrare a pieno titolo il sistema del decentramento amministrativo provinciale, anche i loro territori dovevano essere stabiliti con legge e non con atto amministrativo, sia per ragioni di certezza (che solo un provvedimento legislativo può dare), che di garanzia e difendibilità (perché un atto amministrativo è suscettibile di una serie di impugnative davanti al giudice competente che in tal modo lo espongono a possibili esiti, anche negativi).

Politicamente, perchè non è parso assolutamente corretto che per sciogliere alcuni nodi di strategia politica, che già all'epoca si erano manifestati all'interno della maggioranza, si sia ricorso a delegificare una materia; rimettendola una scelta strategica ad una fonte secondaria e tutta sotto la regia della Giunta. E quel che è successo credo che ci dia ragione di questa critica.

Oggi il presidente Dellai dice che tutto si è ormai chiarito e definito, che non c'è più timore di crisi in giunta, e che ora le comunità possono metter mano serenamente alla loro organizzazione. Credo purtroppo che non sia così. Oltre all'ambiguità della soluzione, persistono infatti (e sono note e riportate sulla stampa locale) prese di posizione contrarie o molto critiche. Inoltre tutta la vicenda ha fatto affiorare problemi più ampi, di strategia complessiva sul significato e sulla filosofia stessa della riforma istituzionale, del suo processo di attuazione e dei suoi sviluppi. E non è un discorso sollevato solo da forze di minoranza, ma anche da rappresentanti importanti della maggioranza.

Per questo sarebbe opportuno riflettere ulteriormente sull'accaduto, sulle soluzioni prospettate per questo problema contingente (ma strategico) degli ambiti, sui possibili sviluppi e miglioramenti dei processi di riforma. ed anche su possibili integrazioni o modifiche legislative, utili a far proseguire in modo corretto il processo di riforma. Ma tutto questo non lo si può fare attraverso un dibattito veloce come quello odierno, bensì con i passaggi procedurali e politici del caso. Cioè riportando sì il discorso in Consiglio provinciale, ma con tempi adeguati e dando modo a ciascun componente di poter dire la propria, considerato che ci si trova di fronte ad una riforma fondamentale del nostro assetto istituzionale e quindi della nostra autonomia.

Cons. Pino Morandini

De Gasperi e la Regione

Trento, 18 agosto 2006

“Su De Gasperi e la Regione”

L’interessante contributo storiografico offerto da Maurizio Gentilini e la “lectio magistralis” tenuta dal prof. De Siervo rappresentano un particolare arricchimento sia del contesto politico – culturale in cui De Gasperi ebbe ad operare sia delle ragioni che hanno accompagnato il suo impegno convinto nella costruzione dell’autonomia regionale e provinciale.

Dal canto suo, De Siervo si conferma. Non solo come insigne giurista (che abbiamo avuto modo di apprezzare fin dagli anni della sua docenza in diritto costituzionale), ma pure nella linea, già anticipata in un’intervista di qualche giorno fa, che delinea De Gasperi quale convinto assertore dell’ente Regione Trentino – Alto Adige. Questa, dotata di poteri forti, finanche legislativi (novità quasi assoluta, in quegli anni), avrebbe costituito il quadro (“frame”) entro il quale le due Province, anch’esse titolari di funzioni legislative, avrebbero operato, in spirito di reale collaborazione. Il tutto non per una sorta di buonismo istituzionale di maniera, ma per creare le condizioni migliori al fine di assicurare davvero una pacifica convivenza tra i diversi gruppi linguistici residenti nel territorio regionale.

Allo stato attuale, purtroppo, la situazione pare essere ben lungi dal progetto regionale degasperiano. L’ente Regione Trentino – Alto Adige appare sempre più atrofizzato e, stando agli scenari disegnati dagli attuali governi regionale e provinciale (com’è noto, a turno i due presidenti delle Giunte provinciali si alternano a svolgere pure le funzioni di presidente della Regione; il che si commenta da solo), sembra inesorabilmente destinato a rinsecchirsi sempre più. Con gran piacere per il presidente della Provincia di Bolzano, che vede finalmente realizzasi il suo progetto di destrutturazione dell’ente Regione perseguito coerentemente negli anni. E con la complicità della maggioranza che sta governando il Trentino, la quale sul punto sta esprimendo una miopia politica senza precedenti.

Perché indebolire – forse, stando alla spoliazione di competenze effettuata nei confronti della Regione, sarebbe più consono il termine “svuotare” – l’ente regionale così come lo si è fatto negli ultimi anni, nonostante una minoranza vivace che abbia tentato in ogni modo di opporvisi, anche formulando proposte alternative, è un’azione che si risolverà a danno della stessa autonomia del Trentino. Infatti, da sempre, quantomeno sin dall’intuizione degasperiana, il “frame” regionale si è rivelato elemento forte di legittimazione dell’autonomia del Trentino. Tantopiù varrebbe oggi rafforzare il “quadro regionale” in un contesto in cui l’autonomia della provincia di Trento appare tutt’altro che scontata, a fronte delle iniziative di autorevoli presidenti di Regioni confinanti, iniziative tese a mettere in discussione non solo il nostro sistema autonomistico, ma talora perfino le ragioni che lo hanno determinato. E ad inserire questa nostra realtà nella categoria dei “privilegi” istituzionali e, più ancora, finanziari. Destinati ad ingolosire vari Comuni delle anzidette Regioni, che si sono affrettati a chiedere l’ “annessione” al Trentino autonomo ed opulento.

Per tornare al “frame”regionale, ratificato nell’Accordo di Parigi, il suo mantenimento – o comunque la sua attualizzazione, conferendo alla Regione nuovi poteri in luogo di quelli espropriatile, come si conviene ad un Ente autonomo, cioè dotato di competenze legislative – avrebbe assicurato quella funzione (tipicamente regionale) di riequilibrio della situazione. Sia nel senso di una reale tutela delle minoranze sia soprattutto per la garanzia di un equanime svolgersi dell’autonomia nei confronti dei due maggiori gruppi linguistici (italiano e tedesco), che invece oggi sembra segnare il passo (la minoranza italiana in Alto Adige non sempre è adeguatamente tutelata).

Non solo. Il reale mantenimento – se non era possibile il suo rafforzamento – del “quadro” regionale è sicuro indice di interpretazione dello spirito europeo (dovuto all’intuizione di De Gasperi, Schuman e Adenauer), che è contro le c.d. “gabbie etniche”.

In tal modo l’ente Regione rappresenta, se adeguatamente riconosciuto, tutto il suo carattere europeistico, quale istituzione capace di garantire davvero pari dignità ed eguaglianza a tutti i cittadini delle due province residenti sul suo territorio, indipendentemente dall’appartenenza al rispettivo gruppo linguistico.

Diversamente operando, come sta avvenendo ad opera delle due province, è alto il rischio di realizzare una chiusura allo spirito europeista sopra ricordato, non un’apertura, come una Regione istituzionalmente autorevole avrebbe assicurato. E’ sintomatico che siffatto quadro istituzionale regionale, ritenuto desueto dalle due province autonome, sia invece guardato con ammirazione da tutto il mondo e, in varie realtà, addirittura additato come esempio da seguire. Così, ad esempio, il “Times of India” informa che Pakistan ed India stiano pensando per il Cashmire ad una soluzione analoga a quella pensata da De Gasperi per i nostri assetti autonomisti regionale e provinciale.

Cons. Pino Morandini

Capogruppo U.D.C. Regione Trentino – Alto Adige

REFERENDUM: PERCHE’ “SI’ ”

Trento, 23 giugno 2006

REFERENDUM: PERCHE’ “SI’ ”

E’ noto che la Costituzione di uno Stato rappresenta lo specchio delle convinzioni, delle attese, perché no anche delle paure di una comunità in un determinato momento della sua storia.

Allorquando l’Assemblea costituente lavorò attorno al progetto di Costituzione, approvandolo poi definitivamente, la diffusa preoccupazione che animava i costituenti si concentrava sull’intento di evitare il ritorno ad un regime dittatoriale. Non erano certo in primo piano l’attenzione ai poteri del Capo del Governo ovvero all’efficienza dell’Esecutivo od alla sua stabilità.

A distanza di sessant’anni è naturale che proprio le questioni testé accennate – incancrenite da un’esperienza a tratti tutt’altro che esaltante, qual’è quella che ha segnato vari passaggi della vicenda parlamentare, dove si sono visti ribaltoni vari, lentezza nell’approvazione delle leggi, un numero sproporzionato di parlamentari (circa mille; negli U.S.A. sono un centinaio) – si propongono con tutta la loro urgenza alla classe politica ed all’intera nazione.

Non può infatti sorprendere, in queste condizioni, il fatto che l’Italia, si riveli la “Cenerentola” dei Paesi maggiori, allorquando è tenuta ad adeguare al passo dei tempi il sistema economico e sociale del Paese.

Nemmeno può stupire, allo stato dell’attuale Costituzione sui punti suaccennati, l’estenuante lentezza in cui l’Italia approva i provvedimenti legislativi indispensabili per modernizzare una particolare democrazia qual’è quella che connota il nostro ordinamento. Basti vedere, per fare un esempio, il brevissimo lasso di tempo (al massimo qualche mese) cui Germania, Francia, Spagna, Inghilterra approvano le grandi leggi e quello asfittico che serve per analoghi provvedimenti (circa due anni) all’Italia.

Sui temi come, per esempio, cittadinanza, pubbliche libertà, reati, procedure penali, imposte, diritti di proprietà, ecc., il c.d. bicameralismo perfetto ha mostrato di quanta lentezza ed inefficienza è capace. Il fatto cioè che si debba necessariamente avere l’approvazione delle due Camere (e se una cambia anche una sola virgola, si debba ripassare all’altra) per l’approvazione di una qualsiasi legge – salvo eccezioni – ha evidenziato in più occasioni i suoi effetti perversi (lentezza, burocrazia, dispendio di energie e di risorse finanziarie, ecc.).

Per questo considero il votare “sì” l’unico modo per non bloccare (probabilmente per sempre o comunque per lunghissimo tempo) una riforma avviata. Certo suscettibile di correzioni, ma sollecitata proprio dalla vittoria dei “sì”. Questa infatti aprirebbe spazi di reale trattativa tra i due schieramenti (maggioranza ed opposizione). Con il risultato, alla fine, di una riforma condivisa, di cui il Paese ha davvero bisogno

Cons. Pino Morandini

Capogruppo U.D.C. Consiglio regionale

“VOTO “SI’” PER FAR PROSEGUIRE DAVVERO LE RIFORME”

Trento, 19 giugno 2006

“VOTO “SI’” PER FAR PROSEGUIRE DAVVERO LE RIFORME”

Al fine di orientarsi in vista del referendum del prossimo 25 giugno, ritengo si debba riflettere sia in ordine ai contenuti delle norme su cui ci si esprime sia sugli scenari che discenderebbero da una vittoria del “si” o da una vittoria del “no”.

Quanto ai contenuti, va subito detto che, anche se si poteva fare meglio, sono positivi ed il fine della riforma 2005 lo è con loro. Essi infatti esprimono una reale volontà di rivedere la forma di governo – cioè il rapporto fra gli organi costituzionali dello Stato – che, salvo limitate innovazioni, vige in Italia da 60 anni. Viene primariamente esteso nella sostanza al Parlamento italiano lo stesso sistema che l’art. 122 della Costituzione prevede per Regioni, Province e Comuni. Addirittura, nella riforma costituzionale del 2001, l’allora governo di centro sinistra aveva affermato che, se le Regioni o le Province Autonome non avessero disciplinato il proprio sistema elettorale, si sarebbe applicato anche per loro il sistema elettorale approvato a livello nazionale. Alla faccia dell’autonomia!

L’attuale riforma, nel nome del principio “aut simul stabunt, aut simul cadent” prevede, così come per gli enti territoriali succitati, che anche il Parlamento nazionale sia eletto nel cono d’ombra del capo del Governo: se questi muore o si dimette, si sciolgono le Camere, a meno che non sia approvata una mozione di sfiducia costruttiva, che porta l’immediata sostituzione del premier. Vari costituzionalisti si sono espressi diversamente su ciò: taluno definendo forte un premier risultante da siffatto ordinamento, altri ravvisandone un’intrinseca debolezza, in quanto, qualora la metà più uno dei deputati si dimettesse, egli verrebbe sfiduciato automaticamente.

Un ulteriore effetto della riforma è quello della diminuzione del numero dei deputati e dei senatori. E’ questo un dato particolarmente positivo, che induce sia un notevole risparmio di soldi pubblici sia uno snellimento della macchina burocratica parlamentare.

E’ inoltre introdotto il principio dell’”intesa”, per il quale non sarà più possibile allo Stato modificare gli statuti delle Regioni o delle Province autonome, se non previa intesa con la Regione o la Provincia interessata.

Più delicata appare invece la reintroduzione del c.d. interesse nazionale, che potrebbe essere foriero di limitazioni all’autonomia. Anche se, ad onor del vero, già la nuova formulazione dell’art. 117 della Costituzione, introdotta nella citata riforma del 2001, aveva lasciato allo Stato ampie possibilità di erosione delle competenze delle Regioni e delle Province autonome. Si pensi alla lettera m) di quell’articolo, introduttiva dei livelli essenziali di assistenza; ma pure ad altre previsioni della stessa norma.

Quanto agli scenari nel caso di vittoria dei “sì”, va subito evidenziato il graduale realizzarsi della riforma, che entrerebbe in vigore nel 2011. Quella vittoria aprirebbe spazi di reale trattativa tra centrosinistra e centrodestra, i soli capaci di aprire lo spazio per una riforma costituzionale invano inseguita per un quarto di secolo. Riforma che avrebbe, quali elementi salienti, innanzitutto, la fine del c.d. bicameralismo perfetto, cioè di due Camere con eguali poteri, causa di tante inefficienze.

In secondo luogo, una forte riduzione del numero dei parlamentari (più di 200).

In terzo luogo, un premier forte, come si conviene a chi è responsabile, anche verso l’estero del governo e dell’immagine della nazione. In quarto luogo, l’“intesa” fra Stato e Regione o Province, quale condizione indispensabile perché a Roma possano modificare il nostro Statuto.

Basterebbe quest’ultimo punto per sostenere questa riforma, al fine di tutelare l’autonomia.

Se, invece, prevalessero i “no”, la Costituzione resterebbe con ogni probabilità immutata per decenni. Infatti, nel mentre condivido alcune affermazioni di costituzionalisti per il “no”, come Ceccanti e Barbera, allorquando evidenziano i gravi difetti della vigente Costituzione, non mi ritrovo sulle loro conclusioni. A loro dire infatti, la vittoria dei “no” attiverebbe a breve la ripresa della riforma costituzionale. Ciò è, a mio avviso, infondato per almeno quattro motivi.

Primariamente, per la presenza nell’attuale maggioranza di governo di parecchi gruppi fortemente contrari a vari passaggi della riforma (premierato forte, ecc.), che farebbero valere il proprio ruolo per la stabilità di governo al fine di bloccare la riforma stessa.

Rileva poi, quale secondo motivo, la consistente presenza di un’area di conservatori ad oltranza della Costituzione, alcuni dei quali, per difenderla, hanno perfino visto nel premierato forte il tradimento dei valori della resistenza!

Decisivo appare poi un terzo motivo: quello per il quale, se vincessero i “no”, non sarebbe di fatto più possibile ridurre il numero dei parlamentari, in quanto molti degli attuali lo impedirebbero. Analogamente, verrebbe annullata la possibilità di togliere al Senato il potere di conferire la fiducia al Governo.

Emerge infine, quale dato essenziale per la tutela della nostra autonomia, l’importanza strategica dell’”intesa”, che la vittoria dei “no” cancellerebbe inesorabilmente. Lo strumento dell’”intesa” si rivela particolarmente prezioso per arginare certi rigurgiti di strapotere statuale del tipo di quelli emersi nel 2001, quando il Governo nazionale di centro-sinistra ci impose la modifica dello Statuto. E non a caso, tra i conservatori ad oltranza, compare pressoché tutta la sinistra massimalista.

Conclusivamente, ritengo che, anche se la riforma in questione non è perfetta (ma quale riforma lo è?), il “sì” rappresenta l’unico modo per indurre un reale cambiamento e far proseguire le riforme necessarie.

Cons. reg. Pino Morandini

Sulla Riforma Istituzionale promossa dalla Giunta

Trento, 8 giugno 2006

Il coraggio di una reale innovazione istituzionale. Questo, a mio avviso, è il grande assente nel cammino che sta percorrendo il disegno di legge di riforma istituzionale, presentato dalla Giunta provinciale.

Va preliminarmente dato atto che, rispetto alla sua originaria formulazione, quel disegno ha accolto alcune proposte migliorative, anche grazie all’apporto di noi minoranze consiliari ed alla disponibilità dell’Assessore di merito. Ciò nondimeno, l’anzidetta riforma rischia di restare fortemente monca, non solo perché l’elezione diretta dell’Assemblea delle comunità non è prevista uniformemente in legge per ciascuna di esse; ma anche e soprattutto perché la c.d. autonomia finanziaria, prevista in via generale dall’art. 5, appare mortificata negli articoli che la debbono poi attuare (in particolare gli artt. 23 e 24).

Quanto al primo aspetto (elezione diretta) non mi stancherò mai di ribadire come sarebbe assai più pregnante l’autorevolezza di un’Assemblea – e dei rispettivi componenti – che debba la propria costituzione alla legittimazione ricevuta direttamente dalla gente attraverso un voto liberamente e democraticamente espresso.

Non è forse vero che l’organo principale dell’ente intermedio, se fosse investito di legittimità popolare, avrebbe maggior potere contrattuale nei confronti della Provincia, proprio in virtù dell’autorevolezza che gli deriverebbe da quell’investitura? E se così accadesse non sarebbe più facile per le comunità evitare il rischio della loro fagocitazione da parte della Provincia, a tutt’oggi troppo accentratrice di potere a scapito delle comunità stesse? E non verrebbe in tal modo facilitata la pari dignità politica dei cittadini di tutti i Comuni, a partire da quelli più piccoli? Come potrebbe la Provincia disattendere o sottovalutare pareri di enti i cui rappresentanti sono stati eletti direttamente dal popolo, pena l’incorrere in comportamenti quantomeno politicamente scorretti?

Quanto all’autonomia finanziaria di comuni e comunità, mi limito ad esaminare le norme attuative della formulazione generale contenuta nell’art. 5, che alla lett. d), dichiara semplicemente di volerla assicurare. Ma in quale modo? Non è forse assai limitata l’autonomia finanziaria dall’art. 24, che, mentre per le spese correnti contempla una serie di criteri per i trasferimenti finanziari a comuni e comunità (peraltro sussistenti già oggi), per le spese d’investimento dei comuni prevede un vincolo di destinazione (manutenzione e miglioramento) e lo limita alle strutture esistenti; mentre per la parte davvero innovativa, gli interventi sono ammessi solo se considerati di rilievo “dalla programmazione e dagli atti di indirizzo provinciali”? E l’art. 23 non prevede forse la definizione, per i bilanci di comuni e comunità di vincoli, obblighi e obiettivi concernenti non solo i soldi, ma pure le componenti delle entrate e delle uscite? E non è forse vero che quell’interpretazione del patto di stabilità interno è contestata dalla Provincia quando utilizzata dallo Stato verso le Regioni e le Province autonome? Perché due pesi e due misure?

Quanto, infine, alla c.d. concertazione, che si realizza, nella proposta in discussione, attraverso le “intese”, non può non rilevare l’art. 8, che dispone come “La conclusione delle intese e degli accordi di programma previsti dal comma 10 tra la provincia e le singole comunità è obbligatoria nelle materie relative al governo del territorio, ai servizi pubblici e alle attività economiche”. Vien subito da chiedersi quale settore di attività, di un certo rilievo, della comunità di valle, è sottratto a tale obbligo. E’ questa l’autonomia che si vuole conferire alle suddette comunità? E se, come dice la Giunta, a salvare l’autonomia accorresse in aiuto la concertazione, perché la Provincia, nel mentre impone le intese praticamente su tutto alle comunità, non accetta che nelle materie di sua competenza essa possa essere obbligata ad intese di programma con lo Stato? Pure qui due pesi e due misure dell’autonomia. Una leale collaborazione tra enti ha come necessaria premessa che ciascun ente sia rispettato nella propria autonomia.

Cons. Pino Morandini

Sull’approvazione da parte della Commissione legislativa dell’emendamento della Giunta interamente sostitutivo dell’art. 12 del ddl 104 (Riforma istit

Sull’approvazione da parte della Commissione legislativa dell’emendamento della Giunta interamente sostitutivo dell’art. 12 del ddl 104 (Riforma istituzionale).

Esprimo ferma contrarietà all’emendamento che toglie alla competenza legislativa e rimette all’appannaggio della Giunta la determinazione degli ambiti (i c.d. “territori), che sostanziano le comunità di valle, con il conseguente stralcio dell’Allegato A) del disegno di legge.

Lo faccio per tre ordini di ragioni:

1. ragioni di metodo: si introduce una modifica così sostanziale e strategica del disegno di legge, non per far fronte ad un’esigenza sostanziale legata ad un ripensamento nel merito; ma solo perché nella maggioranza non si è riusciti a sciogliere definitivamente alcuni nodi di strategia politica che nel frattempo sono stati sollevati e solo perché non si sono rimosse obiezioni politiche che da tempo la maggioranza trascina;

2. ragioni di contraddittorietà logico-giuridica:

o é vero che non sta scritto da nessuna parte che gli ambiti territoriali devono essere stabiliti in legge, ma a ben vedere anche su questo punto è lecito sollevare dei dubbi: tenuto conto di cosa sono le comunità (veri e propri enti locali) e di cosa sono destinate a fare (integreranno a pieno titolo il sistema del decentramento amministrativo provinciale e sostituiranno in parte i comuni nell’esercizio di funzioni importanti, anche delicate e strategiche), a mio parere certi contenuti (come il sistema di delimitazione territoriale degli ambiti) devono essere stabiliti in legge e non in atto amministrativo;

o Ci sono anche ragioni di sicurezza e di garanzia: l’atto amministrativo potrà essere impugnato e annullato dal giudice, mentre una norma di legge ha margini di resistenza assai più ampi (occorre arrivare alla Corte costituzionale); ed è facile prevedere che ci saranno soggetti interessati (anche fra comuni che non saranno soddisfatti di certe scelte) a sollevare contenziosi;

o inoltre, l’intero impianto dei principi su cui poggia la riforma può essere letto in termini di necessità di una copertura legislativa almeno degli aspetti strategici e di impianto generali; e il sistema degli ambiti è tale: vedasi anche il t.u. delle leggi regionali sull’ordinamento dei comuni, che all’art. 57 stabilisce i termini dell’intervento provinciale nella disciplina dell’ordinamento delle forme collaborative intercomunali. E’ vero che si dice che la legge provinciale “disciplina modalità e tempi per l’individuazione degli ambiti territoriali”, ma come si può disciplinare correttamente questo se non si accerta in un momento ufficiale e in legge la corrispondenza fra scelte territoriali e rispetto delle condizioni di delimitazione, indicate dall’art. 57 e comunque desumibili dalla legge istituzionale?

o inoltre – sotto un profilo più istituzionale – il metodo della delegificazione può anche reggere nella misura in cui semplifica o lascia norme di dettaglio e di secondo livello ai regolamenti di giunta; ma in questo caso non è dettaglio ma strategia; e inoltre ci devono essere precisi criteri orientativi e precise garanzie procedurali, altrimenti abbiamo deleghe troppo aperte nei contenuti delle scelte.

3. ragioni di merito:

o soprattutto sono legate all’assoluta inopportunità di rimettere a fonte secondaria (tutta in appannaggio e regia della Giunta) scelte che giudico non secondarie ma strategiche della riforma; e all’inopportunità di ritornare su una scelta già fatta utilizzando strumenti e metodi incongrui;

o ma soprattutto preoccupa (e irrita anche) dover prendere atto che questa scelta di stralcio non deriva da una rimeditazione politica degli ambiti, suffragata da motivazioni o valutazioni oggettive e note, bensì da semplice opportunità politica – tutta interna alla maggioranza – di rinviare per qualche tempo una decisione; un escamotage dichiarato, che si fonda sulla incapacità della Giunta di decidere ora, in termini condivisi con tutti i soggetti interessati; una sorta di richiesta di tempi supplementari per ritrovare soluzioni a problemi di politica territoriale che, con tutto il tempo che stiamo discutendo di questi temi, non si è riusciti (o non si è voluto) risolvere;

o con l’occasione scegliendo uno strumento che depotenzia volutamente il Consiglio provinciale e il dibattito politico allargato, e privilegia forma di politica ristretta a pochi attori.

Cons. Pino Morandini

UN ULTERIORE COLPO ALLA REGIONE TRENTINO – ALTO ADIGE

Trento, 31 marzo 2006

UN ULTERIORE COLPO ALLA REGIONE TRENTINO – ALTO ADIGE:

Prosegue, a danno della Regione, la politica del carciofo su iniziativa dell’attuale maggioranza. Foglia dopo foglia, infatti, l’Ente regionale viene ridotto ai minimi termini: dapprima nelle competenze, poi nel personale e nell’apparato. Con il risultato di un fantomatico fantasma che si aggira nel mondo dell’autonomia trentino-altoatesina, ridotto nemmeno più a Cenerentola, ma ormai solo ad Ente pagatore delle iniziative assunte dalle due “sorellastre”: le Province autonome, dimentiche perfino che, per disposizione statutaria – e quindi di rango costituzionale – pure la Regione sarebbe “autonoma”, con tutto quel che ne deriva. E veniamo all’ultima mazzata antiregionalista.

Si apprende dagli organi di stampa della recentissima approvazione, da parte della Giunta regionale, di un disegno di legge, presentato da Dellai (attualmente pure Vicepresidente della Regione e, tra poco, addirittura Presidente), di riorganizzazione della Regione stessa e della Camera di Commercio. Riorganizzazione resasi necessaria, a parere del presentatore, “a seguito dell’ultimo, ulteriore passaggio di competenze dalla Regione alle Province autonome di Trento e Bolzano”. E per quanto la proposta di legge sia ancora nella sua fase “interlocutoria”, un cronista annota che fin d’ora si scorgono due importanti novità: le ripartizioni possibili degli uffici, un tempo da otto a nove, saranno solo quattro; ed i direttori delle ripartizioni non saranno “di pari grado”, ma risponderanno ad un Segretario generale, che rappresenterà a tutti gli effetti il vertice della piramide.

Partiamo da qui per far presente che, in tal modo, l’intero apparato regionale è diretto, quanto ai vertici, unicamente da persone del gruppo linguistico tedesco (gli altri Dirigenti sono “facenti funzioni”). Nulla di personale, naturalmente, nei confronti dei soggetti interessati, cui va tutto il nostro profondo rispetto. Ma non è accettabile che il partito di maggioranza assoluta in Alto Adige e di maggioranza relativa in Consiglio regionale (con circa il 25%) possa imporre a tal punto la propria volontà quanto alla scelta dei Vertici dell’apparato della Regione! E’ forse divenuto a tal punto organico al centro-sinistra (che governa) da aver carta bianca su detto apparato? Ed il personale del gruppo linguistico italiano? Cosa fanno gli altri alleati del centro-sinistra (Margherita, DS, ecc.), per tutelare le legittime aspettative del personale appartenente agli altri Gruppi linguistici? Nulla. E la sinistra – pure essa nel governo regionale – perché tace a fronte di una simile situazione?

Con il risultato di demotivare gran parte del personale, che vede ormai il fantasma della Regione in mano ad un solo gruppo linguistico, con i noti risultati. Quanto siamo lontani dalla funzione di “quadro regionale” che la Regione avrebbe dovuto svolgere nei confronti delle due Province, secondo l’intuizione degasperiana!

A nostro avviso, una seria riorganizzazione dell’apparato regionale va affrontata in modo organico, cercando di valorizzare proporzionalmente il personale appartenente ai vari gruppi linguistici; coinvolgendo pure il personale del Consiglio regionale; riaprendo i concorsi per la nomina a Dirigente; sancendo il principio dell’alternanza, al supremo vertice dell’apparato regionale, tra persone appartenenti ai diversi gruppi linguistici. Proponendo ai competenti Uffici regionali funzioni di studio, di approfondimento, di coordinamento dei tre Enti (Regione e due Province) su materie di comune interesse (quali, per esempio quelle relative ad Osservatori su settori delicati che richiedono un’obbiettività di valutazioni, ecc.).

Può essere, questa relativa alla revisione organizzativa dell’apparato regionale, forse una delle ultime occasioni per rilanciare con veste nuova il ruolo della Regione, diversamente destinata a precipitare sempre più in basso nel panorama dell’autonomia.

Va da sé, parimenti, come si rappresenti sempre più necessario un coinvolgimento di tutte le forze politiche presenti in Regione, per un lavoro di studio e di proposta circa la “Nuova Regione” che è urgentissimo rilanciare, per evitarne l’agonia e l’impietosa fine.

Cons. Pino Morandini

(Capogruppo regionale U.D.C.)

giovedì 15 maggio 2008

Lettera a Pinter sullo Smantellamento della Regione e sulla Mancata Tutela dei Lavoratori

18 ottobre 2005

Violando le più elementari regole di trasparenza, la Giunta regionale ha persino bocciato una proposta di mozione che la impegnava semplicemente a riferire al Consiglio circa il modo con cui intende riorganizzare l’Ente Regione ed in particolare cosa intenda fare del relativo personale.

L’Assessore Stocker si è limitata ad assicurare che “non licenzierà nessuno” (sic!), che la Giunta “sta valutando”, che eventualmente proporrà un apposito disegno di legge, che intende “attivare tavole rotonde per consentire alle Province autonome di presentare le proprie istanze”…

Questo comportamento è semplicemente scandaloso sia dal punto di vista politico che istituzionale: politico, perché ci si rifiuta perfino di riferire all’Assemblea legislativa regionale, massimo organo dell’autonomia, in ordine al futuro di un Ente che sempre più viene ridotto da questa maggioranza a brandelli, privandolo a colpi di deleghe di competenze importanti, come da ultimo quella relativa al Catasto e al Tavolare; istituzionale, perché si calpestano le più elementari regole di confronto con la minoranza, che si vorrebbe ridotta a mera spettatrice del funerale della Regione.

Ma su questo non ci starò mai!

Cons. Pino Morandini

Il ddl 43 : un vulnus alla democrazia e al metodo

Trento, 20 aprile 2005

Il ddl 43 : un vulnus alla democrazia e al metodo.

Il ddl 43, proposto dalla Giunta provinciale e concernente la “Partecipazione delle istituzioni locali e delle professioni sanitarie per la realizzazione delle politiche per la salute e modificazioni della legge provinciale 1° aprile 1993, n. 10 (Nuova disciplina del servizio sanitario provinciale)”, approvato oggi dalla IV Commissione legislativa, configura alcune violazioni sia nel metodo che nella sostanza della democrazia assembleare.

Quanto al metodo, è innanzitutto davvero singolare che, nel mentre la primissima espressione del titolo del provvedimento legislativo recita “Partecipazione delle istituzioni locali…”, si cancelli con detto provvedimento la partecipazione della massima istituzione locale: il Consiglio provinciale.

Ad esso è infatti sottratta la competenza ad approvare il Piano provinciale per la salute dei cittadini, competenza che aveva sino ad oggi, per conferirla alla Giunta. Ma su questo torneremo.

In secondo luogo, appare davvero strano che, nel mentre la Giunta ha depositato la proposta di riforma istituzionale, che sta iniziando il suo iter, si risolva attraverso alcune norme del disegno di legge in discussione di creare sovrapposizioni istituzionali, anticipando a tratti la relativa riforma.

In terzo luogo, la proposta in discussione anticipa, in qualche sua parte, la modifica della l.p. 10/’93, istitutiva dell’azienda sanitaria. E’ davvero un metodo riprovevole, tantopiù nella prima parte della legislatura, quello che anticipa, in modo frammentario, brani di una riforma, per giunta su un versante, come quello sanitario, assai delicato, che richiederebbe per ciò stesso una sua disciplina organica e complessiva.

Quanto alla violazione della democrazia assembleare, essa si concretizza nella norma (art. 4) che priva il Consiglio provinciale della competenza, sino ad oggi sua propria, di approvare il Piano provinciale per la salute dei cittadini, per attribuirla alla Giunta. E ciò è davvero discriminatorio in un sistema, come quello trentino, in cui vige una legge elettorale che premia in misura esorbitante le forze di maggioranza e che, alla stregua del nuovo regolamento d’Aula, garantisce una approvazione celere dei provvedimenti.

Nel merito, la cennata privazione si appalesa maggiormente antidemocratica, se si pensa che il Piano provinciale per la salute dei cittadini è un argomento di rilevante portata sociale, sanitaria e pure finanziaria, intervenendo sulla sostanza dei servizi sanitari ed impegnando ogni anno circa 1700 miliardi di vecchie lire, quindi una fetta enorme dell’intero bilancio provinciale.



Pino Morandini