Visualizzazione post con etichetta Chiesa Libertà Religiosa Laicità e Santità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiesa Libertà Religiosa Laicità e Santità. Mostra tutti i post

giovedì 27 agosto 2009

Proposta di mozione n. 93 ”Lagoai: una realtà che, per essere sconfitta, deve essere denunciata”

In tutti noi, la parola “lager”, genera un profondo senso di dolore e inquietudine.
Altrettanto sgomento porta con sé il termine “gulag”, che rievoca la follia di chi fece del suo popolo combustibile umano per il socialismo, quello reale.
Ai più, invece, la parola “Laogai” dice poco; eppure, anche se sembra diversa, ha molto a che vedere con lager e gulag: come i campi di sterminio nazisti e quelli sovietici, infatti, i Laogai sono luoghi di morte, posti dove il lavoro diventa incubo e i diritti, tutti i diritti, sono solo lontani ricordi.
Con una fondamentale differenza: esistono ancora oggi, nel 2009.
I Laogai sono i campi di concentramento della Cina, lo Stato che con un miliardo e trecento milioni di abitanti e una vertiginosa crescita economica si candida a diventare, e forse lo è già, la nuova superpotenza mondiale.
A denunciare per la prima volta al mondo intero l’orrore di questi campi di sterminio del nuovo millennio, qualche anno fa, è stato proprio un cittadino cinese. Lì ha trascorso diciannove anni della sua vita, Harry Wu, classe 1937, intellettuale cattolico e ostile al regime.
Dobbiamo a lui, che nel ‘92 fondò a Washington la Laogai Research Fondation e dal ’94 ha ottenuto la cittadinanza statunitense, buona parte di quello che sappiamo su questi campi di lavoro che oggi, in tutta la Cina, si stima siano almeno un migliaio.
Gli storici hanno scoperto che il lavoro forzato risale all’antica Cina: la stessa Grande Muraglia, coi suoi quasi 9 mila chilometri, venne costruita così.
I Laogai, invece, sono un’invenzione relativamente recente: fu Mao, nel 1950, ad istituirli, e ancora oggi, ad oltre mezzo secolo di distanza, sono in piena attività.
Una quantificazione precisa del numero di prigionieri attualmente detenuti in queste prigioni a cielo aperto, purtroppo, non è disponibile: certamente svariati milioni di cinesi, forse di più.
Grazie a testimonianze dei reduci, siamo invece in grado di raccontare in che cosa consista la vita dei detenuti: lavoro forzato fino a 15-16 ore al giorno , alle quali seguono “sessioni di studio” che altro non sono che pratiche di indottrinamento forzato, lavaggi del cervello per clonare adepti di un esperimento politico criminale e liberticida.
A tutto questo si aggiungano, oltre alle migliaia di esecuzioni di massa, forme di tortura inenarrabili, che vanno dall’aborto forzato fino all’espianto coatto di organi a persone vive.
I destinatari di queste pratiche infernali, oltre ai dissidenti politici, sono coloro che aderiscono alle confessioni religiose, il vero incubo di un regime che, per fortificarsi, fa di tutto per eliminare, tra i cittadini, ogni forma di speranza e di riscatto. Di qui l’odio verso le religioni, in particolare verso il cristianesimo, al quale ogni giorno aderirebbero, in clandestinità, svariate migliaia di cittadini cinesi.
Ma la cosa peggiore, in tutta questa vicenda, è l’omertoso silenzio di buona parte del mondo occidentale, che con la Cina delle torture e dei Laogai intrattiene quotidiani e redditizi rapporti economici.
Non fa nessuna differenza, a chi segue il dio danaro, sapere che il suo sia un profitto insanguinato, costruito sulla pelle di esseri umani innocenti.
Ma noi no, non possiamo accettare tutto questo.
E dobbiamo adoperarci con ogni mezzo, dalla divulgazione di testi a conferenze, per smascherare il grande inganno di un impero, quello cinese, che si regge anche sulla schiavitù peggiore, quella che nega agli uomini ogni libertà, fino all’eliminazione fisica.
Dobbiamo farlo con fermezza, nella speranza e nella convinzione che, per quanto oggi possa apparire ardua l’impresa, un domani anche “Laogai”, insieme a “lager” ed a “gulag”, possa diventare una parola del passato, da ricordare come qualcosa da non ripetere mai più
Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma del Trentino impegna la Giunta ad:

  1. adoperarsi per una divulgazione, mediante l’organizzazione di manifestazioni (mostre, convegni, conferenze), della conoscenza della realtà dei Laogai;
  2. accertarsi su quante siano, in Trentino, le aziende che intrattengono rapporti commerciali con la Cina e di quale natura siano queste relazioni;

  3. impegna la Presidenza del Consiglio provinciale ad attivarsi secondo i canali istituzionali ritenuti più opportuni, per chiedere il rispetto dei diritti umani in Cina, a partire dalla libertà religiosa.

venerdì 12 settembre 2008

L’esposizione pubblica della rana sul crocefisso di Martin Kippenberger ferisce i sentimenti religiosi della popolazione

Trento, 18 agosto 2008

Al Presidente del Consiglio Regionale

dott. Franz Pahl


MOZIONE



“L’esposizione pubblica della rana sul crocefisso di Martin Kippenberger ferisce i sentimenti religiosi della popolazione”



Il 24 maggio 2008 è stato inaugurato a Bolzano il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea con una mostra che durerà sino al 21 settembre di quest’anno. Sin dall’inizio essa é stata oggetto di vivaci proteste ed ha lasciato costernati anche importanti esponenti del mondo ecclesiastico e politico, come il compianto Vescovo della Diocesi di Bolzano – Bressanone (che l’ha criticata per primo e ripetutamente anche durante la visita del Papa nell’agosto 2008), il Presidente della Giunta provinciale altoatesina ed in parte anche l’Assessora alla cultura di lingua tedesca della Provincia di Bolzano.

Bersagliata dalle critiche di parte pubblica e politica la Direzione del Museion ha poi scelto un’altra forma di presentazione ed ha deciso di corredare l’opera con gli articoli e le critiche pubblicate sui giornali, che tuttavia hanno attirato ancor più

l’attenzione sulla rana. La “nuova presentazione” è stata pertanto percepita dalla popolazione come una doppia provocazione e questo ancor più perchè la Direzione del Museion ha continuato a mantenere un atteggiamento arrogante e non ha mostrato alcuna comprensione. Le polemiche pertanto non accennano a placarsi.

Di conseguenza il Presidente del Consiglio regionale ha scelto, dal 23 al 30 luglio, la forma più pacifica di dissenso ovvero lo sciopero della fame, per protestare contro l’esposizione pubblica dell’opera di Martin Kippenberger, chiedendo che fosse rimossa. Numerose persone di tutti i gruppi linguistici dell’Alto Adige e anche del Trentino gli hanno manifestato la propria solidarietà. È stato chiaro sin dall’inizio che la rana al crocefisso veniva percepita dalla popolazione cristiana, che rappresenta la maggioranza della popolazione, come una profonda offesa e come un insulto al simbolo cristiano della croce. Il crocefisso con la rana rappresenta infatti una frattura che irrita profondamente.

La protesta delle numerose persone non si rivolgeva certo contro la “libertà dell’arte”, ma contro il suo utilizzo scorretto e contro l’obiettivo di lanciare una provocazione gratuita senza tener conto dei sentimenti religiosi della popolazione (anche se questo è sempre stato ufficialmente negato). Pretesti e artifizi per abbellire la realtà non sono segni di onestà intellettuale; le giustificazioni sono solo prova di superficialità, carenza di argomenti e vuoto culturale.

Attraverso il vasto interessamento di tutti i media il fatto ha acquistato notorietà ben oltre i confini dell’Alto Adige ed ha fatto scalpore anche in Trentino, dove ha sollevato lo sdegno non solo della comunità religiosa ed ha dimostrato che la fede comune unisce tutti i gruppi linguistici della Regione.

Sotto la spinta dell’azione di protesta del Presidente del Consiglio regionale e degli articoli apparsi sui media, il Presidente della Giunta provinciale altoatesina ha chiesto ed infine ottenuto che il crocefisso con la rana venisse allontanato dall’atrio del Museion e trasferito ad un piano superiore.

In questo modo si è voluto venire incontro, anche se non completamente e non certo in modo soddisfacente, alle aspettative di gran parte della popolazione. Fa specie comunque che la Direzione del Museion abbia mantenuto un atteggiamento arrogante ed ostinato nei confronti della popolazione e abbia continuato a manifestare pubblicamente la sua posizione. Questo naturalmente ha irritato ancor più la pubblica opinione.

In merito a questo fatto, si rendono doverose alcune considerazioni.

La croce cristiana è simbolo di salvezza, che nulla ha a che fare con una rana. Due millenni di fede e di cultura cristiana non possono essere cancellati semplicemente con degli sberleffi in nome della “libertà dell’arte”, presa come valore assoluto. Ogni religione ha diritto che i propri simboli vengano tutelati dall’uso sacrilego. Anche l’arte non può porsi in modo tirannico e assolutistico al di sopra dei sentimenti religiosi delle persone, perché così facendo mette in dubbio il valore della dignità umana. Si sta parlando di un valore laico, condiviso pure dalla gran parte degli agnostici e dei laici, accomunati dal doveroso rispetto della dignità umana, in cui ricade anche il sentimento religioso dell’uomo.

La popolazione cattolica della Regione Trentino – Alto Adige non vuole, giustamente, essere ferita nel suo sensus fidei, nel suo sentimento religioso e vede nell’esposizione pubblica della rana crocefissa una gratuita profanazione della croce

cristiana, che rappresenta nella fede cristiana il valore più profondo della sacralità e della salvezza dell’uomo. Pertanto la croce non può essere dissacrata attraverso un’arbitraria distorsione del suo significato con il pretesto della “libertà dell’arte”.

Il Museo di Arte Moderna appartiene ad un’istituzione pubblica ed è per questo che il Museion non può offendere e oltraggiare con un’ “opera d’arte” il corpo crocefisso di Gesú, sostituendolo con una rana. Nel simbolo della croce si manifesta secondo la religione cristiana la lacerazione dell’uomo che viene infine salvato e redento. Nella simbologia cristiana la croce ha un senso così profondo, di pace e di amore divino, che il suo significato non può essere distorto attraverso l’atto arbitrario di un artista. Quantomeno, non certo in una struttura pubblica. La sacrosanta libertà d’espressione artistica non può svilire a tal punto i sentimenti afferenti ad un’altra libertà fondamentale propria d'ogni essere umano: quella religiosa. Ove ciò avvenga, si ha a che fare con la compulsione ingiustificata di un diritto a scapito di un altro. E ciò non è ammissibile in una convivenza civile. Non si tratta di satira, bensì di offesa.

La rana crocefissa oscura il messaggio insito nell’immagine della croce cristiana. L’opera mette a confronto valori incomparabili. Il mettere sullo stesso piano o rendere simili due realtà così eterogenee rappresenta una profanazione del sacro. La croce è un atto di fede, un “sigillo dell’appartenenza a Dio” (Josef Ratzinger). La croce pertanto è un simbolo di redenzione dei cristiani e richiede il rispetto di tutti. Per analogia, questo vale pure per tutte le altre religioni.

Anche gli agnostici ed i laici, come pure certi cristiani che non trovano nulla da eccepire nella rana, devono capire che questo simbolo fondamentale per il Cristianesimo non può subire trasformazioni offensive e caricaturali ai fini di un’esposizione pubblica.

Anche chi non crede non può sottrarsi al dovere di rispettare la dignità dell’uomo e la simbologia delle religioni, qualora queste non si oppongano al rispetto della dignità umana, ma deve riconoscere che siamo di fronte ad un limite che non può essere superato. La rana al crocefisso non è espressione di “libertà della cultura”, ma atto arbitrario ed irriverente nei confronti dei sentimenti religiosi di molti, e per questo va condannata.

Questo è il punto saliente, ovvero il confine invalicabile della “libertà dell’arte”, che non può significare arbitrarietà. La dignità dell’uomo e delle specificità che gli son proprie é comunque prioritaria e questo va osservato anche nel caso di mostre pubbliche che, al di là del privato, si svolgono in un contesto pubblico.

Se ciò non venisse rispettato, nulla si sottrarrebbe alla critica e gli artisti potrebbero dedicarsi indisturbati per esempio, a caricature dello sterminio di Auschwitz o delle stesse vittime.

Nel luglio 2008 Papa Benedetto è stato ricevuto in Alto Adige con tutti gli onori. Lasciare ciò nonostante appesa la rana crocefissa al Museion è stata una imbarazzante contraddizione politica e culturale. La rana crocefissa è infatti una radicale negazione del messaggio del Santo Padre e un oltraggio alla Sua persona. Persino gli agnostici non hanno potuto fare a meno di avvertirlo come un insulto nei confronti dell’ospite. E la popolazione non ha apprezzato l’atteggiamento contraddittorio.

Quando si tratta di questioni di importanza pubblica, gli esponenti politici non possono rifiutarsi di prendere decisioni in proposito, anche se difficili, ma devono assumersi le proprie responsabilità. Solo così viene garantito il rispetto di un diritto

fondamentale dell’uomo e quindi la tutela della sua dignità, anche nei propri convincimenti religiosi.

Tutto ciò premesso

il Consiglio regionale del Trentino –Alto Adige

1. dichiara che l’esposizione della summenzionata opera di Kippenberger è un’offesa nei confronti dei sentimenti cattolici – e non solo – della popolazione della Regione;

2. condanna siffatta esposizione, anche perché in tal modo è stata violata la dignità umana della comunità cristiana ed é stato leso un diritto fondamentale dell’uomo;

3. incarica il Presidente del Consiglio regionale di trasmettere ufficialmente questa mozione agli altri Consigli regionali, ai Vescovi della Diocesi di Bolzano – Bressanone e di Trento nonché a Papa Benedetto XVI.


Cons. Pino Morandini

venerdì 16 maggio 2008

La Conversione di Magdi Allam

Trento, 9 aprile 2008

“Sulla conversione di MAGDI ALLAM”

Non si fa che blaterare di continuo, spesso senza ritegno, della conversione di Magdi Allam. Si accusa la Chiesa di fare politica, Allam di far crociate, di voler strumentalizzare un "fatto personale". Quasi quasi ci si spinge sino ad accusarlo di aver escogitato una trovata "pubblicitaria". E via così, che tanto ormai la sciatta dietrologia pare esser divenuta lo sport nazionale...

Non sono così sicuro che, almeno a spulciare la Bibbia, il battesimo, la conversione siano da considerarsi fatti “meramente privati”. Anzi, ne dubito fortemente. Non sono forse quei dodici apostoli che, ricevuto lo Spirito, la conversione del cuore, iniziano a predicare per le strade, a girare tutto il mondo allora conosciuto mettendolo sottosopra, mentre fino al giorno precedente erano asserragliati nel cenacolo a farsela sotto?!? Tanto che il loro sangue fu dato al martirio proprio perchè disubbidirono al divieto di gridare la loro fede, divieto loro imposto dal potere di turno. Ed è preoccupante l'analogia con l'attuale situazione...

Ma per essi era talmente impetuosa la forza della fede da loro ricevuta, che non la potevano contenere. Anzi, una volta ricevuta la grazia, non è lo stesso Cristo ad invitarli ad andare ad annunciare a tutto il mondo la “Buona Notizia”? Non si festeggia forse per le conversioni ed il Battesimo, da sempre? Forse, più che Magdi ed il Papa, dovrebbero essere certi ambienti sedicenti cattolici a smetterla di occuparsi solamente delle “cose di Cesare”, ossia del “mondo”, preferendovi, che ne so, gli insegnamenti di quel falegname ebreo condannato a morte in Giudea duemila anni orsono e morto per ciascuno di noi. Senza preferirvi la professione del politicamente corretto che nulla ha da spartire con le vicende evangeliche.

La vicenda mostra il livello di depressione delle libertà fondamentali cui è affetta questa nostra post-modernità: in nome della libertà religiosa di qualcuno, siano essi radicali, terroristi o encomiabili asceti, si è sancita la costrizione a non essere cristiani! Che vi fosse la libertà di non esserlo, è cosa sacrosanta. Ma, per non contraddirsi bisognerebbe affermare che v'è la libertà pure di esserlo, cristiani. Altrimenti, la libertà religiosa si mostra discriminante, e non è più nulla di ciò che si proclama essere.

Con il voler rinunciare a qualsivoglia indagine sul merito delle questioni, abbandonata l'ansia di verità, ogni dichiarazione è buona, a prescindere da qualsiasi confronto, che, ovviamente, si rifugge (il dialogo è fonte di Verità insegnava già la cultura classica). Ed allora, finisce per prevalere non già la posizione più umanistica e razionale, bensì quella che strilla di più. In poche parole, la legge del più forte.

La gara a chi strilla di più è in pieno svolgimento. E Magdi Allam non è che una delle ultime vittime di quella che Benedetto XVI ha definito la dittatura del relativismo.

Pino Morandini

A 3 ANNI DALLA SCOMPARSA DI GIOVANNI PAOLO II

A 3 ANNI DALLA SCOMPARSA DI GIOVANNI PAOLO II

Da tre anni Giovanni Paolo II ha concluso la sua vita terrena, eppure appare sempre più nitido il senso della trama che ha intessuto la sua vita ed ha cambiato la storia.

Fin dalla sua elevazione al soglio pontificio, non si è rassegnato ad un clima culturale che voleva il cristianesimo prossimo alla fine o comunque relegato nel privato. Ha cercato i luoghi in cui il cristianesimo era vivo, ha rivitalizzato quelli in cui esso annaspava, ha valorizzato un cristianesimo di popolo.

Attraverso un intenso Magistero ispirato a temi della vita umana, della famiglia, della libertà religiosa, della pace, della povertà, dell’autodeterminazione dei popoli ha svolto un ruolo decisivo per la caduta del Muro di Berlino e per la riproposizione culturale e legislativa della dignità di ogni essere umano fin dal suo concepimento. Sottolineando come a partire da quella dignità era possibile costruire una reale unità.

E’ significativo constatare come nell’ultimo intervento ufficiale della Sua vita, tenuto il 10 gennaio 2005 all’intero Corpo diplomatico mondiale, avesse indicato al mondo (una sorta di testamento spirituale) le quattro grandi ed urgenti sfide del pianeta: quella della vita, quella della povertà, quella della pace e quella della libertà religiosa. “Ma la prima sfida – conclusa – è la sfida della vita”, attirandosi anche qualche critica. Gli avvenimenti stanno dimostrando la caratura profetica di Wojtyla e l’attualità del suo pensiero.

Il tutto caratterizzato spesso da una condivisione “trasversale” proveniente non solo dai cattolici, ma pure da molti non credenti affascinati dal suo straordinario amore per ogni uomo, sull’esempio di Cristo, e dalla singolare sua capacità di parlargli al cuore.

“Santo subito” non è quindi uno slogan, ma l’esito naturale di tutto ciò.

Pino Morandini

A PROPOSITO DELLE STIMMATE DI P. PIO

A PROPOSITO DELLE STIMMATE DI P. PIO

Risposta all’avv. Sandro Canestrini

“C’è abbastanza luce per chi vuol vedere…” ammoniva Pascal a proposito di Dio e dei Suoi santi, e quindi della fede. E’ quanto m’è rimbalzato alla mente notando lo scritto dell’avv. Sandro Canestrini, che ripropone quantomeno il dubbio (ma anche qualcosa di più) relativamente alla realtà delle stimmate di padre Pio.

Stiamo parlando di un santo venerato da milioni di persone in tutto il mondo, con una miriade di miracoli alle spalle, messo in dubbio, quanto alle stimmate, da quattro grammi di acido fenico, che il giovane frate chiese ad una farmacista nel 1919.

E’, questa, una vecchissima testimonianza, ben nota ed esaminata a fondo da quanti lavorarono al processo di beatificazione. Il documento è stampato in un fascicolo del Sant’Ufficio del marzo 1921. Per sostenere i dubbi sollevati da p. Agostino Gemelli – il quale, pur senza esaminare le piaghe (perché p. Pio si rifiutò di mostrargliele in mancanza di un ordine scritto del Vaticano), concluse che le ferite non erano soprannaturali, ma frutto di autolesionismo e isteria – l’allora Suprema Congregazione dottrinale produce la deposizione giurata della ventottenne farmacista Maria De Vito: “Io sono stata un’ammiratrice di P. Pio e l’ho conosciuto di presenza la prima volta il 31 luglio 1919. Dopo essere ritornata sono rimasta a San Giovanni Rotondo un mese. Durante il mese in cui ho avuto occasione di avvicinarlo più volte al giorno ne ho riportata sempre ottima impressione. La vigilia della mia partenza per Foggia, p. Pio mi chiamò in disparte e con tutta segretezza, imponendo il segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli, mi consegnò personalmente una boccettina vuota, richiedendomi che gliela facessi pervenire a mezzo dello “chauffeur” che presta servizio nell’autocarro per trasporto passeggeri da Foggia a San Giovanni Rotondo, con dentro quattro grammi di acido fenico puro, spiegandomi che l’acido serviva per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi. Insieme mi venivano richiesti altri oggetti come pastiglie Valda, nasalina, ecc. che io mandai”.

La citata testimonianza arrivò in Vaticano attraverso l’Arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi, artefice della “prima persecuzione” contro il frate, del quale diceva: “Si procura le stimmate con l’acido citrico e poi le profuma con l’acqua di colonia”.

Ecco su quali basi vennero enunciate simili affermazioni. In realtà, non esiste alcuna prova che quei quattro grammi di acido fenico – sostanza con proprietà antisettiche, normalmente usata come disinfettante – siano stati utilizzati da p. Pio per procurarsi le ferite.

Non solo. Dalle migliaia di pagine del processo canonico emerge un’altra verità. Infatti, le stimmate di p. Pio furono esaminate attentamente dal prof. Festa, che il 28 ottobre 1919 redasse una relazione assai dettagliata, accertando che esse “non sono il prodotto di un traumatismo di origine esterna e che neppure sono dovute all’applicazione di sostanze chimiche potentemente irritanti”.

Successivamente, pure il dott. Bignami effettuò sulle mani di p. Pio un esperimento, sigillando le sue piaghe per due settimane, con tanto di firme di controllo. Alla riapertura delle bende, sanguinavano come il primo giorno e non si erano né rimarginate né infettate.

La prova dell’infondatezza dell’accusa sta proprio in questo: se il frate si fosse procurato con l’acido le piaghe, queste si sarebbero chiuse oppure sarebbero andate in suppurazione. Invece per cinquant’anni sono inspiegabilmente rimaste sanguinanti ed aperte.

Non sarebbe forse ora di lasciare in pace il santo padre Pio, almeno dopo morto?

Pino Morandini

Magistrato, Consigliere regionale

In Memoria di Chiara Lubich

Trento, 20 marzo 2008

CHIARA LUBICH,

PROFEZIA DI UN NUOVO FEMMINISMO

Ci lascia uno dei grandi personaggi che ha accompagnato anche il Movimento per la vita nella sua storia (come non pensare anche a Madre Teresa di Calcutta, a Giovanni Paolo II, a Jerome Lejeunne, ecc.?). Nei momenti più significativi di quella storia, Chiara, unitamente al “suo” Movimento dei focolari, ha lasciato, con una presenza fattiva ed una testimonianza autorevole, una traccia incancellabile e ricca di speranza.

Così, nel referendum sull’aborto del 1981 ed in quello sulla fecondazione artificiale del 2005; nella raccolta di firme e promozione della proposta di iniziativa popolare sulla vita nascente (1977 – 78); nella grande manifestazione di Firenze (1986), dove Chiara e Madre Teresa di Calcutta si fecero appassionate portavoci, a partire dalla loro femminilità, di un accorato appello al Parlamento Europeo, affinché anche i diritti dei bimbi non ancora nati ottenessero adeguati riconoscimenti, promozione e protezione. A significare come il genio femminile, così ricco di sensibilità, sa indicare all’umanità la strada per un reale servizio ad ogni essere umano, proprio in un’epoca storica in cui spesso, il protagonismo femminile è ostile alla vita umana ed alla stessa dignità della donna.

A Chiara Lubich, che nel nome dell’unità ha saputo alimentare un autentico rinnovamento nelle religioni, nella Chiesa, nella società, la nostra profonda gratitudine, che si fa preghiera e lode al Signore.

Pino Morandini

Vicepresidente Movimento per la vita italiano

Crocifisso: replica al pres. Dellai

Il Presidente Dellai, nel replicare alla mia interrogazione a risposta immediata, riconosce la vigenza e la validità delle norme concernenti l’obbligo dell’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. Epperò lascia alle scuole di regolarsi come ritengono, visto che esse conoscono le norme che le disciplinano.

In proposito vorrei richiamare alcuni punti di riferimento:

1.- l'art. 117, comma 1, lettera n) della Costituzione (nella sua vigente edizione) assegna alla potestà legislativa esclusiva dello Stato le "norme generali sull'istruzione";

2.- l'art.30 della legge 28 luglio 1967, n. 641 richiama espressamente l'art. 119 del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297. L'espresso richiamo è importante, in ambito giuridico, in quanto fa rivivere, attualizzandola, la norma del regio decreto che prescrive l'esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. L'obbligo riguarda, pertanto, tutti, impiegati e non, in quanto, essendo previsto da una legge e non da un regolamento, la sua vincolatività e quella tipica della legge, cioè erga omnes;

3.- con nota 19 ottobre 1967, n. 367/2527, emanata proprio in applicazione dell'art. 30 della legge n. 641 del 1967, il Ministero dell'Istruzione, dispose la composizione dell'arredo della aule scolastiche elementari e medie ed aveva indicato al primo posto proprio il Crocifisso. É evidente che non si tratta di un "arredo", ma, nella specie, è visto come tale, indipendentemente, cioè, dal suo altissimo significato spirituale -che implica e sottende- in quanto assunto nell'ambito degli arredi scolastici;

4.- l'art. 9, comma 2 della legge 25 marzo 1985 (di ratifica del nuovo Concordato lateranense) prescrive espressamente che "i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano" e che " nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento" (cioè dell'insegnamento della religione cattolica);

5.- con decreti legislativi 16 aprile 1994, n. 297 e 6 marzo 1998, n. 59 è stato emanato il T.U. in materia scolastica;

6.- Con nota 3 ottobre 2002, n. 2667, il Ministero dell'Istruzione e dell'Università sottolinea che "le incombenze a carico dei capi d'istituto non sono state nè abrogate nè modificate dalle disposizioni del T.U." ed invita i Provveditori agli studi a "richiamare l'attenzione dei diriigenti scolastici sull'esigenza che sia data attuazione alle norme sopra menzionate attraverso l'adozione delle iniziative idonee ad assicurare la presenza del Crocifisso nella aule scolastiche". Ciò è coerente non solo con la realtà storica, ma anche con l'art. 7 della Costituzione, il quale, nel disciplinare i rapporti tra Stato e Chiesta cattolica, pone quest'ultima al di sopra delle altre confessioni religiose (disciplinate nel successivo art. 8) in quanto, per credenti, non credenti, atei, agnostici (e chi più ne ha, più ne metta!) la religione cattolica fa parte del patrimonio storico del popolo italiano (checchè ne dicano o pensino i vari sindacalisti). Ne consegue che, soltanto, il Ministero potrebbe autorizzare la esposizione, nella aule scolastiche, di altri simboli religiosi. Ma, fino a quel momento, l'unico simbolo che deve obbligatoriamente esporsi è il Crocifisso.

7.- Il patrimonio storico costituisce il DNA dell'identità nazionale di ogni popolo che la stessa Costituzione europea si è obbligata a rispettare. Nel preambolo della parte II, relativa alla "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione", la Costituzione europea sottolinea il principio secondo cui, nel contribuire alla salvaguardia e allo sviluppo dei valori comuni, l'Unione rispetta le "diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d'Europa, nonchè l'identità nazionale degli Stati membri e dell'ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale".

Solo la voluta non considerazione di tutto quanto sopra fa, perciò, delle religioni una sorta di "ammucchiata all'italiana".

Ci si chiede, allora, se il Trentino è uno Stato a sè, fuori persino dagli Stati europei, avente una sua identità nazionale (divesa da (e contrapposta a) quella italiana). Il che, certamente non consente la tanto invocata (molto spesso a sproposito) "autonomia" (che, è bene ricordare, è sovranità derivata da quella -originaria- dello Stato).

Se, dunque, tale non è il Trentino, deve, allora, applicarsi,anche in provincia di Trento, in base al generalissimo principio gerarchico, la suddetta nota 3 ottobre 2002, n. 2667, la quale, lungi, dal porsi in contrasto con le norme primarie interne ed internazioni, le rispetta e le attua. Pertanto, nè gli insegnanti -che sono pubblici ufficiali, sottoposti al potere gerarchico, nè tanto meno i sindacati, hanno potere di intervenire in merito.

Pino Morandini

Crocifisso e laicità dello Stato

CROCIFISSO E LAICITA' DELLO STATO

Non intendo soffermarmi, Direttore, ringraziandola per l’ospitalità, sulla disputa circa l’obbligatorietà o meno dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche (anche perché definita, nel senso dell’obbligatorietà, da autorevole giurisprudenza del TAR e del Consiglio di Stato); ma cercare di dimostrare come proprio la croce sia espressione, fra gli altri, del valore della laicità dello Stato.

È notorio che il crocifisso non può essere considerato semplicemente un arredo, ma pure un simbolo, cioè un oggetto che richiama significati diversi rispetto alla sua materialità, come la bandiera o l’anello nuziale.

La laicità o aconfessionalità dello Stato - che rappresenta secondo la Corte Costituzionale, un principio supremo, emergente dagli art. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, nel quale “hanno da convivere, in eguaglianza di libertà ,fedi, culture e tradizioni diverse” (v. sent. n.440/1995) – non significa l’opposto di religiosità, bensì che lo Stato riconosce una sfera autonoma in campo religioso alla libera scelta del singolo. Per cui l’atteggiamento dello Stato deve essere “di equidistanza ed imparzialità” nei confronti di ogni fede (sent. n. 925/1988). Con la conseguenza che “credenti e non credenti si trovano sullo stesso piano” e che compito dello Stato è quello di “garantire le condizioni che favoriscano l’espansione della libertà di tutti e, in questo ambito, della libertà di religione” (Corte Cost., sent. n. 334/1996).

Va solo aggiunto come sia naturalmente essenziale in questo campo il principio di libertà; per cui non può trovare ingresso il criterio dell’opinione della maggioranza ovvero di una minoranza oppure di un singolo (cfr. Corte Cost. sent. n. 440/1995; 329/1997 e 501/2000). Con l’unica eccezione, in Europa, dell’Austria che, per una sua legge del 1949, collega l’esposizione della croce nelle scuole alla volontà della maggioranza degli alunni.

Ciò premesso, non pare dubbio che il crocifisso rappresenti anche un simbolo storico - culturale, che esprime l’identità del nostro popolo ed è sintesi efficace del percorso storico e culturale caratteristico del nostro Paese. È difficile negare che la nostra storia tormentata sia impregnata di cristianesimo; ed a cancellarla non basteranno certo una sentenza o un atto di volontà sovrana. Tant’ è che la stessa legislazione ha recepito ciò, laddove – art. 9 l. 121/1985, fonte di diritto rafforzato rispetto alla legge ordinaria - ha stabilito con contenuto generale che i principi cristiani “fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”. Per cui, se si volesse considerare il crocifisso unicamente come simbolo storico culturale nel senso suddetto, non si avrebbe violazione della laicità dello Stato.

Ma il crocifisso non può oggi essere considerato mero simbolo storico – culturale, ma pure un simbolo religioso. Sarebbe peraltro limitativo correlare automaticamente la qualifica di tale simbolo come religioso con il divieto di collocarlo nelle aule di una scuola pubblica, senza prima approfondire la sua particolare incidenza sul concetto di laicità che si intende promuovere.

In proposito, va preliminarmente evidenziato come la croce si erga a simbolo del cristianesimo in generale, non solo del cattolicesimo, riassumendo in sé, accanto a questo, anche i valori delle altre confessioni cristiane: da quella valdese a quelle scaturite dalla riforma, da quelle ortodosse a quelle di più recente diffusione.

Ciò posto, è necessario verificare come il cristianesimo si ponga verso alcuni valori sanciti giuridicamente dalla Costituzione. È noto che il cristianesimo ed il suo fratello maggiore, l’ebraismo ( almeno da Mosè in poi), hanno fatto della tolleranza dell’altro e della difesa della dignità dell’uomo, il centro della propria fede. Specificamente il cristianesimo, contenendo “in nuce” le idee di tolleranza, eguaglianza e libertà che sono alla base dello Stato laico moderno, in particolare italiano, ha contribuito alla laicità dello stesso, come dimostrano inconfutabilmente gli stessi lavori preparatori della Costituzione. Ciò spiega pure come molti giuristi di fede cristiana siano stati in Europa e in Italia tra i più strenui assertori della laicità dello Stato.

Non è quindi azzardato affermare che la secolare contrapposizione tra Stato e Chiesa, oggi superata, abbia condotto ad un principio comune e benefico per entrambi : la laicità dello Stato, espressione in un settore particolare del precetto di tolleranza contenuto nel kerjgma (annuncio) della fede cristiana. E ciò evidenzia una consonanza tra quelle due Autorità sull’aspetto centrale rispettivamente della religione cristiana e dello Stato: per il cristianesimo, il metodo, cioè la carità, prevale sui presupposti, cioè sulla fede, e sulle finalità, cioè sulla speranza, e ciò rappresenta un “unicum” fra le religioni; per uno Stato maturo, il metodo democratico prevale sui fini, per definizione mutevoli, e sui presupposti, ormai acquisiti al senso comune dei cittadini.

Si può quindi affermare che, nell’attuale realtà sociale, il crocifisso può essere considerato non solo come simbolo di un’evoluzione storica e culturale e quindi dell’identità del nostro popolo, ma pure quale simbolo di un sistema di valori di libertà, dignità umana, eguaglianza e quindi anche della laicità dello Stato, principi questi che innervano la nostra Costituzione.

In tal modo, il crocifisso in classe presenta una valenza formativa e va considerato anche come simbolo religioso del cristianesimo, nella misura in cui i suoi valori fondanti di accettazione e rispetto del prossimo sono stati trasfusi nei principi costituzionali di libertà dello Stato. Tanto più che il simbolo della croce, diversamente da quello di altre religioni, non esclude nessuno ( se lo facesse sarebbe la negazione dello stesso cristianesimo); anzi rappresenta il segno universale dell’accettazione dell’essere umano indipendentemente dal suo credo.

Diversamente, quindi, dal pensiero di molti, che annettono alla croce un significato riduttivo, il crocifisso in classe, rettamente inteso, prescinde dalle libere convinzioni di ciascuno, non esclude nessuno, non impone e non prescrive nulla a nessuno. Ma implica solo una riflessione, necessariamente guidata dai docenti, sulla storia italiana e sui valori condivisi della nostra società come recepiti dalla Costituzione, fra cui “ in primis” la laicità dello Stato. Per fare un paragone, nessuno contesterebbe il senso simbolico dei versetti del Corano inneggianti alla misericordia divina esposti in bell’ evidenza nell’università statale di Tunisi – frequentata da cristiani, ebrei, indifferenti ed atei – oppure della mezzaluna che spicca nella bandiera della pur laica Turchia.

Pino Morandini

Sul dibattito inerente alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

Trento, 19 ottobre 2007

Aprire un dibattito sulla 45° Settimana sociale dei Cattolici italiani in corso in Toscana, come ha fatto opportunamente il Direttore de “L’Adige”, rappresenta l’occasione per un confronto chiaro sul ruolo dei cattolici nella vita civile e sul contributo che essi possono portare al bene comune.

E’ noto come le Settimane sociali abbiamo ripreso il loro cammino, sia pure a ritmo lento, a partire dagli anni ’90, con l’inizio della decomposizione democristiana ed un crescente bisogno del c.d. “mondo cattolico” di affrontare direttamente i temi dell’attualità sociale.

Prima vi erano state tre prolungate interruzioni: la prima tra il 1913 e il 1920; la seconda tra il 1934 e il 1945, la terza tra il 1970 ed il 1991.

Con gioia si annota il fervore della ripresa delle Settimane sociali. Esse cadono in un momento di grave crisi della società italiana, soprattutto economica, politica e culturale. Ad essa i cattolici sono chiamati a dare il loro fattivo apporto.

Prendendo le mosse dal “documento preparatorio” della 45° Settimana sociale, mi permetto di formulare un contributo, prendendo le mosse da alcuni passaggi di detto documento ed in particolare:

1. il concetto di laicità. Riteniamo infatti che tolleranza e dialogo, aspetti corretti della laicità, debbano fondarsi non sul rifiuto di certezze valoriali, ma in positivo, sul riconoscimento dell’eguale dignità umana come scopo e della ragione come strumento del nostro lavoro; e che eguale dignità implichi un eguale riconoscimento di significato dell’esistenza di ciascuno;

2. il “documento preparatorio” definisce (pag. 48) “impegno oggi improcrastinabile per il movimento cattolico italiano quello di denunciare la posizione di chi si rifà alla matrice utilitaristica in materia di biopolitica, salvo poi prenderne le distanze quando si tratta di intervenire in ambiti quali quello della pace, delle politiche di welfare, della lotta contro la povertà, ecc.”.

Ciò che colpisce è l’aggettivo “improcrastinabile”. Esso, ci pare, attualizza nell’oggi l’impegno del cristiano per la dignità umana ed indica, quale priorità, la questione antropologica, cioè della persona umana nei suoi diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita, e della famiglia come punto di partenza per un generale rinnovamento della società. Inducendo, di fatto, un capovolgimento della prospettiva invalsa negli anni, per la quale solo una corretta visione della società e dello Stato può offrire una giusta soluzione della questione antropologica;

3. se vita e famiglia sono stati in passato territorio di divisione, in questi ultimi anni sono divenuti motivo di aggregazione: le tesi del Movimento per la Vita hanno trovato nuova forza nel Forum delle Associazioni familiari; nel Forum delle realtà cristiane nel settore socio-sanitario; nel Progetto culturale della Chiesa italiana; nel Comitato “Scienza e Vita”, dove la difesa della legge 40 ha evidenziato un’unità anche oltre il mondo cattolico. L’incessante Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, la manifestazione del “Family day” hanno sottolineato il valore della persona umana, a partire dal suo diritto a vivere, e della famiglia come indispensabile strumento per la sua piena umanizzazione.

Questo nucleo culturale dovrebbe essere introduttivo ad ogni programma partitico, a partire da quelli di ispirazione cristiana;

4. è opportuna la conclusione di un patto formale tra tutti i cattolici impegnati nella vita civile, per elaborare, decidere ed attivare insieme una comune strategia, indipendentemente dalle diverse appartenenze e preferenze partitiche, e tradurre nelle leggi e nelle prassi amministrative la corretta soluzione della questione antropologica.

Pino Morandini

Contributo alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

Trento, 16 ottobre 2007

In occasione della 45° “Settimana sociale” dei cattolici italiani, abbiamo avvertito il dovere, come Movimento per la Vita italiano, di offrire un nostro contributo. Esso, prendendo le mosse dal “documento preparatorio” della “Settimana sociale”, intende sviluppare alcuni passaggi del documento stesso ed in particolare:

1. il concetto di laicità. Riteniamo infatti che tolleranza e dialogo, aspetti corretti della laicità, debbano fondarsi non sul rifiuto di certezze valoriali, ma in positivo, sul riconoscimento dell’eguale dignità umana come scopo e della ragione come strumento del nostro lavoro; e che eguale dignità implichi un eguale riconoscimento di significato dell’esistenza di ciascuno;

2. il “documento preparatorio” definisce (pag. 48) “impegno oggi improcrastinabile per il movimento cattolico italiano quello di denunciare la posizione di chi si rifà alla matrice utilitaristica in materia di biopolitica, salvo poi prenderne le distanze quando si tratta di intervenire in ambiti quali quello della pace, delle politiche di welfare, della lotta contro la povertà, ecc.”.

Ciò che colpisce è l’aggettivo “improcrastinabile”. Esso, ci pare, attualizza nell’oggi l’impegno del cristiano per la dignità umana ed indica, quale priorità, la questione antropologica, cioè della persona umana nei suoi diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita, e della famiglia come punto di partenza per un generale rinnovamento della società. Inducendo, di fatto, un capovolgimento della prospettiva invalsa negli anni, per la quale solo una corretta visione della società e dello Stato può offrire una giusta soluzione della questione antropologica;

3. se vita e famiglia sono stati in passato territorio di divisione, in questi ultimi anni sono divenuti motivo di aggregazione: le tesi del Movimento per la Vita hanno trovato nuova forza nel Forum delle Associazioni familiari; nel Forum delle realtà cristiane nel settore socio-sanitario; nel Progetto culturale della Chiesa italiana; nel Comitato “Scienza e Vita”, dove la difesa della legge 40 ha evidenziato un’unità anche oltre il mondo cattolico. L’incessante Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, la manifestazione del “Family day” hanno sottolineato il valore della persona umana, a partire dal suo diritto a vivere, e della famiglia come indispensabile strumento per la sua piena umanizzazione.

Questo nucleo culturale dovrebbe essere introduttivo ad ogni programma partitico, a partire da quelli di ispirazione cristiana;

4. è opportuna la conclusione di un patto formale tra tutti i cattolici impegnati nella vita civile, per elaborare, decidere ed attivare insieme una comune strategia, indipendentemente dalle diverse appartenenze e preferenze partitiche, e tradurre nelle leggi e nelle prassi amministrative la corretta soluzione della questione antropologica.

Pino Morandini

Vicepresidente del Movimento per

la Vita nazionale

In difesa di Bressan e della C.E.I.

Trento, 30 marzo 2007

La protesta di alcuni Consiglieri ed Assessori del Comune di Trento in ordine agli interventi della Chiesa sui “DICO”, solleva questioni di non poco rilievo. Non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi dotati di valore assoluto, proprio perché sono a servizio della dignità della persona e del vero progresso umano. Per esempio, quello della famiglia come società naturale (che quindi viene prima dello Stato) fondata sul matrimonio, rappresenta una ricchezza che va custodita per il bene di tutti . Chi, infatti è inserito nella società dai genitori e dalla sicurezza del loro affetto, è forte di un “patrimonio incalcolabile di sicurezza e fiducia nella vita”.

Leggere questo senza preconcetti mi pare evidenzi la profonda laicità delle considerazioni svolte anche dalla recente “Nota” della C.E.I. sui DICO, cioè il fatto che il tema in questione non è confessionale ma primariamente di bene umano, e quindi di bene comune. Si tratta cioè di esigenze etiche radicate nell’essere umano ed appartenenti alla legge morale naturale. E se non pretendono in chi la sostiene la professione di fede cristiana, anche se la Chiesa le conferma e le tutela come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e dal bene comune delle società civili. In questo suo servizio essa non intende esercitare un potere politico e men che meno eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti; bensì illuminare la coscienza dei cattolici (ma non solo), specialmente di quanti si dedicano all’impegno politico.

Tutto ciò non inquina la cosiddetta laicità. Non è forse la laicità la autonomia dell’ambito civile e politico da quello religioso ed ecclesiastico, ma non da quello morale? Valore, questo, che appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto e che rappresenta un valore riconosciuto dalla Chiesa.

I cittadini, cattolici e non, hanno il diritto – dovere di cercare sinceramente la verità e di promuovere le verità morali sulla libertà, la giustizia, il rispetto della vita umana, ecc. Il fatto che alcune di esse siano insegnate dalla Chiesa, forse che fa venir meno la “laicità” dell’impegno che in esse si riconoscono?

Altra area estremamente delicata sul punto è quella concernente la libertà di coscienza. Ma questa non abbraccia forse il dovere di confrontarsi con tutte le fonti che possono pronunciare parole autorevoli in materia, e quindi con l’insegnamento del magistero? Ed in special modo di non soggiacere al “nostro caro io” (per dirla con Kant), ma piuttosto di pensare verso se stessi la critica più rigorosa?

Analogamente, nel mentre va decisamente difeso il principio del pluralismo dell’autonomia dei laici in politica, è a dire che esso concerne le questioni politiche, quello cioè che riguardano l’occasionalità delle scelte (es. se optare per la liberalizzazione o il monopolio dei servizi; o per un’economia di mercato o dirigista ecc.). Ma non posso ricondurre ad una mia pretesa autonomia la decisione su questioni fondamentali riguardanti la persona umana, cioè che ne mettano in gioco l’essenza stessa, come la libertà religiosa, la disponibilità della vita. la famiglia fondata sul matrimonio, l’educazione dei figli, ecc.

Per questo sono solidale con il vescovo Bressan e con la Chiesa.

Cons. Pino Morandini

Don Antonio Dusini: con i deboli nel cuore

Don Antonio Dusini: con i deboli nel cuore

Egregio Direttore,

grazie per l’ospitalità che vorrà dare a questi miei brevi pensieri, per introdurre quel mondo di esperienze forti, di solidarietà vissuta e di preghiera convinta che la vita di don Antonio Dusini schiudeva a chiunque lo incontrasse. Il quale, preso da esse per mano, si sentiva trasfigurare in un universo fatto di desiderio di giustizia, di sofferenza donata, di affetto condiviso – a partire dai più deboli – purtroppo spesso ignoto ai nostri tempi.

Ne sanno qualcosa i ragazzi dell’A.N.F.F.A.S. con le loro famiglie; i giovani e meno giovani ROM e SINTI; soprattutto gli ospiti della “Piccola Opera” di Levico, preziose perle incastonate nella grande famiglia umana che, assieme ai loro cari hanno, per più di 25 anni, goduto del conforto spirituale ed umano e dell’amicizia sincera ed arguta che don Antonio elargiva generosamente. Assai meno compreso, invece, da qualche membro del Consiglio di amministrazione di quell’opera, incapace di cogliere l’essenza del Suo apostolato tra i deboli, a costo di osteggiare i forti per difendere quelli.

Eccellente negli studi (al punto di venire spesso invitato a trascurare i libri per non scavare un eccessivo divario con gli altri) ed al contempo splendente in umiltà (le sue “gesta” mai sono trapelate dalle sue parole). Naturale che, costretto a letto negli ultimi mesi, si alternassero al suo capezzale centinaia e centinaia di persone di ogni tipo e di ogni età, simbolo di una testimonianza che si riflette non solo su di un piano meramente umano, ma pure su di un versante salvifico-esistenziale, segno di un Amore e di una Grazia più grandi. Grazie di cuore, don Antonio.

Cons. Pino Morandini

Benedetto XVI in Turchia....2

Trento, 28 novembre 2006

IL PAPA IN TURCHIA

Corrispondendo all’invito fattogli all’indomani della sua elezione dal Patriarca Bartolomeo I, Benedetto XVI si reca in Turchia e visita fraternamente una Chiesa sorella, per promuovere sempre più i rapporti ecumenici. Egli ha come meta quella piena unità, che fu l’ardente desiderio di Gesù alla vigilia della Sua passione e che il Pontefice ha indicato come una delle priorità del suo Pontificato.

Associa a quell’attenzione ecumenica una dimensione di profondo affetto verso la comunità cattolica presente in Turchia, che lo accoglie come Gesù, segno vivente del Signore. Detta presenza risale ai tempi della predicazione apostolica e, pur numericamente ridotta, si sente oggi a partire dai molti giovani che la compongono, parte viva del Paese, partecipe delle sue vicende e desiderosa di contribuire al bene comune. Quella comunità attende con trepidazione Benedetto XVI: per sentire la solidarietà della Chiesa universale e il Suo incoraggiamento nelle molte difficoltà.

La presenza del Papa in Turchia è importantissima, al pari di quello che Egli dirà. E’ importante per quello che rappresenta. E’ importante per quello che significa: un esempio di coraggio eccezionale. Egli non teme della propria vita, perché la testimonianza del Salvatore vale più della propria vita.

E’ importante per la libertà religiosa, tema che il Papa non tralascia mai di sollevare con i suoi interlocutori allorquando se ne presenta l’occasione. Tema vitale per ogni democrazia. Sandro Magista, vaticanista de “L’Espresso” ha rilevato come “non c’è libertà se non vi libertà religiosa”. In Turchia, detta libertà non sussiste. Ne sono colpite perfino alcune minoranze islamiche. Benedetto XVI, sulla scia dei suoi predecessori (basti ricordare Giovanni Paolo II, che nel suo memorabile intervento al Corpo diplomatico, l’ultimo discorso ufficiale della sua vita, pose la libertà religiosa tra le quattro sfide epocali), è convinto che solo l’autentico rispetto della libertà religiosa potrà garantire una convivenza pacifica e giusta all’interno di una nazione e fra le nazioni. Solo quella libertà potrà portare all’unità già agognata da Gesù.

Sembra qui riaffiorare il sogno di S. Benedetto, raccontato da S. Gregorio Magno: l’immagine del mondo raccolto in un unico raggio di sole. Penso che questo sia anche il sogno coltivato dal Papa , anche se tutto pare essere contrario al realizzarsi di quel sogno, a partire dalle divergenze e dai pareri contrari che hanno preceduto questa storica e provvidenziale visita pontificia.

Che questa visita richiami ai vertici della Turchia ed alla sua popolazione il significato della presenza cristiana in quella terra: una presenza antica, di pace e di unità, ribadita negli anni più recenti dal beato Papa Giovanni XXIII, che vi fu Nunzio Apostolico per dieci anni e da Giovanni Paolo II, che vi si recò nel 1979, proprio in questi giorni.

Non resta che affidarsi alla preghiera, strumento della cui efficacia Cristo non ha mai dubitato; affinché, sulla testimonianza dei molti martiri – l’ultimo dei quali don Andrea Santoro – , il Papa possa portare pace.

Non c’è dubbio che avrà successo. Ma non il successo misurato con i criteri umani o della diplomazia, bensì quello dato dalla presenza del Pontefice: che è già di per sé un annuncio, perché egli non porta se stesso né va a fare gli interessi di uno Stato, ma gli interessi dell’uomo. E l’unico interesse dell’uomo è la carità, cioè la conoscenza dell’Amore di Dio.

Pino Morandini