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mercoledì 14 ottobre 2009

“Occorre predisporre specifiche campagne di formazione ed informazione contro l’abuso di alcolici per i più giovani”

Trento, 8/10/2009

Al Presidente del Consiglio Provinciale

Giovanni Kessler

SEDE



Proposta di mozione



“Occorre predisporre specifiche campagne di formazione ed informazione contro l’abuso di alcolici per i più giovani”




Come ogni dipendenza, anche quella da alcolici rappresenta una minaccia sociale molto seria, soprattutto per i più giovani.

Se infatti l’alcolismo è purtroppo piaga nota, decisamente inedite sono invece le forme mediante le quali detta dipendenza sta prendendo piede, andando a colpire in modo consistente fasce di giovani un tempo estranee a questo problema, come per esempio i giovanissimi e il pubblico femminile.

Ad aver determinato questo devastante fenomeno sono diversi fattori.

Certamente non ha giovato un’ormai decennale cultura dello sballo, che ha promosso, anche a scapito della stessa tutela della salute, una sfrenata rincorsa alla trasgressione in quanto tale ed al rifiuto sistematico del buon senso, additato come imposizione autoritaria dalla quale prendere le distanze, in nome di una non meglio definito senso della ribellione.

A questo si aggiunga la distribuzione commerciale, sempre più capillare, dei cosiddetti “alcopops”, le bevande a basso tasso alcolico, il cui aumento, dal 1997 al 2001, è stato del 32,7%.

Trattasi di bevande che, pur contenute nelle ricadute che possono arrecare, rappresentano ugualmente una pericolosa minaccia per i più giovani, che ricorrendovi vengono, anche in età giovanissime, iniziati agli aperitivi, rituali da tempo trasformatisi da occasioni di saluto preserali quali erano, a momenti di trasgressione.

Come accennavamo poc’anzi, anche il pubblico di utenti degli alcolici, cambiato rispetto a quello di pochi anni addietro, sembra diversificarsi: lo psicobiologo americano Robert Cloninger, studioso della Washington University, a questo proposito ha messo in luce come, mentre i ragazzi sarebbero più orientati al consumo di birra, le ragazze, le vere nuove protagoniste della crescita di diffusione dell’alcool, sarebbero più orientate al ricorso a vino e ad aperitivi, bevande aventi notoriamente una più elevata gradazione alcolica.

A smentire chi tenta di minimizzare il problema vaneggiando talora di presunti benefici che porterebbe l’uso di alcool, ci hanno pensato le stesse riviste scientifiche.

Sulle pagine dell’autorevolissima rivista inglese Lancet, Ian Gilmore del Royal College of Psysicians ha affermato testualmente:”Non è vero, o meglio non è dimostrato, nonostante che si provi da molti anni a dar credito alla colorita diceria degli effetti benefici sul cuore e sui vasi. Non c’è un livello di alcolici scevro di rischi: nessuno lo ha scovato. E anche il privilegio, tutto francese, di non avere il colesterolo sopra le righe nonostante il gran numero di burro, attribuito al potere antiossidante dei polifenoli del vino rosso, è solo un’ipotesi affascinante”.

Se non abbiamo notizia di effetti benefici dell’alcool, conosciamo invece molto bene le devastanti conseguenze negative che arreca praticamente su quasi tutti gli organi e i tessuti del corpo: cirrosi epatica, epatiti alcoliche, varici esofagee anche sanguinanti, gastriti e ulcere, polinevriti a carico degli arti, infarto cardiaco, ipertensione e formazioni cancerose su bocca, esofago, stomaco sono solo alcuni di questi effetti.

Tornando alle mutate forme dell’alcolismo, Franca Beccaria dell’Università di Torino, in occasione del recente convengo “Alcol e generazioni: continuità e cambiamenti”, tenutosi nell’ex capitale d’Italia lo scorso 15 maggio, ha sottolineato con singolare chiarezza come le nuove forme rituali del problema siono riconducibili ad abusi di bevande che si consumano quasi esclusivamente in gruppo, che svolge simultaneamente il ruolo di nocciolo identitario e di nucleo di controllo, ad una sorta di nuova Sindrome di Stendhal che riconduce il disagio alla precarietà di scelte che investe l’attuale generazione di giovani, ed un ricorso ansiolitico e anestetizzante degli alcolici, che diventerebbero in questo modo l’estremo rimedio a squilibri affettivi e relazionali altrimenti percepiti come incolmabili.

Nel medesimo convegno, il professor Franco Prina si è interrogato su un altro aspetto spesso poco considerato dalle istituzioni, ovvero un orientamento che enfatizza, a scapito di un progetto educativo più organico e compiuto, la sola dimensione prescrittiva come disincentivo al ricorso all’alcool.

Del resto, se si lancia uno sguardo al panorama internazionale, si segnalano numerosi tentativi, taluni anche assai originali, per arginare la diffusione dell’alcolismo.

Il più curioso fra questi è certamente la Security Feel Beer, conosciuta come “bibita anti-sbornia” e già diffusa in Francia, Germania, Svizzera, Russia e Cina.

Trattasi di una bevanda al gusto di mela e pera e a base di acido asorbico e acido citrico, che sarebbe in grado di ridurre addirittura del 50% in soli 40 minuti.

Ma promuovere soluzioni come queste, com’è evidente, significa solo riconoscere una pesantissima sconfitta educativa che le istituzioni non devono per nessuna ragione accettare.

Anche perché in gioco non ci sono astratte considerazioni, bensì la vita dei nostri giovani che, in seguito all’uso di alcool, mettono sempre più a rischio la loro vita e quella di chi come loro si mette al volante.

A questo riguardo, come si dice, sono i numeri a parlare: in Trentino, nel solo primo semestre del 2009, sono stati 47.196 le infrazioni registrate in seguito a guida in stato di ebbrezza.

Nel medesimo periodo, gli incidenti mortali sono stati ben 16: un vero bollettino di guerra per una Provincia con un contenuto numero di abitanti, anche perché molto spesso si tratta di vittime giovani, con davanti a sé tutta la vita nonché risorse insostituibili anche per il Trentino, oltre che per l’affetto dei loro cari.

Ragion per cui urge l’immediata predisposizione di un progetto educativo che sappia, entro breve, potenziare in modo efficace la finora troppo debole campagna di sensibilizzazione su queste tematiche.

Un esempio da imitare, a questo proposito, è quello posto in essere dalla Asl di Milano, che ha deciso di inviare i propri operatori nelle scuole al fine di insegnare ai giovani come affrontare e motivare gli opportuni rifiuti all’alcool.

Ecco come Riccardo Gatti, direttore del dipartimento Dipendenze dell’Asl di Milano spiega detto piano educativo:”Noi abbiamo messo a punto un metodo che si basa sulla drammatizzazione delle situazioni […] il problema maggiore è sapere dire di no ai suoi amici senza per questo sentirsi discriminato o isolato dal gruppo. Noi insegniamo questo, a rifiutare l’offerta e a proporre alternative. Insegniamo a dire di no”.

E’ evidente come siffatti progetti rispondano in modo molto più diretto di molta cartellonistica, anche perché mirano ad intercettare direttamente i giovani, senza affidarsi a strategie esterne quali sono le campagne di sensibilizzazione, troppo spesso ignorate.

Di qui l’esigenza, anche per il Trentino, di mobilitare i propri esperti secondo un programma ed un calendario prestabilito che possa consentir loro di portare nelle scuole e non solo, le ragioni che un giovane dovrebbe far proprie per dire di no allo sballo, e per seguire una crescita ed una maturità più piena e lungimirante.

Anche perché, accanto a quelle sopraccitate, ci sarebbero diverse modalità con le quali promuovere una sensibilizzazione a questo tema, talune anche gradevoli per gli stessi alunni, come ad esempio l’organizzazione di concorsi dove si premiano i temi ed i disegni migliori in ordine alla prevenzione di alcool.

Così facendo, infatti, si potrebbe ampliare l’opera di prevenzione anche agli alunni più giovani, rinforzando di molto quel progetto educativo del quale le istituzioni dovrebbero farsi carico, in modo da non lasciare alle sole famiglie - che pure ne sono le prime interessate – e alle comunità che operano già da decenni nel settore, l’onore e l’onere di far capire ai giovani l’importanza di una vita sana, nella quale i valori principali non siano la trasgressione e lo sballo, ma l’amore per sé stessi e per il prossimo.

Benché possa apparire un’opera titanica, la posta in gioco è troppo alta per rinunciare preventivamente a questa scommessa: ne va del nostro futuro, oltre che del nostro presente.









Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:



1) predisporre quanto prima un calendario organico e completo di lezioni ed incontri formativi ed informativi secondo le linee di cui in premessa all’interno di scuole, gruppi di volontariato, oratori, per divulgare con forza il messaggio di rifiuto e di prevenzione nei confronti dell’abuso di alcolici ;

2) accrescere le misure di sostegno alle comunità che seguono ragazzi con problemi di alcolismo;

3) indire appositi concorsi presso le scuole che, mediante premi per i migliori temi e disegni, valorizzino anche tra i più giovani la cultura della vita e dell’amicizia in antitesi alle culture della trasgressione e dello sballo.

“ Quando aprirà la Casa di riposo di Lisignago?”

Trento1/10/09

Al Presidente del Consiglio Provinciale

Giovanni Kessler

SEDE



Interrogazione



“ Quando aprirà la Casa di riposo di Lisignago?”




Si sta seguendo con apprensione la vicenda legata all’auspicata apertura della Casa di Riposo di Lisignago, decisa con forza ancora negli anni ’90 da chi, tra gli scriventi, gestiva l’Assessorato alla Sanità ed alle Politiche sociali e dalla Giunta provinciale del tempo al fine di dotare finalmente anche la comunità della Valle di Cembra almeno di una Casa di Riposo, per evitare l’”emigrazione” dei propri anziani verso Case di Riposo situate in altre valli del Trentino.

Si sono purtroppo verificate successivamente diatribe tra alcuni esponenti politici in valle, che hanno ritardato l’inizio dei lavori.

Quanto, poi, ai lavori protrattisi per oltre dieci anni hanno dovuto registrare in ordine il fallimento della prima ditta costruttrice ed il ricorso, poi respinto dal Tar, sull’aggiudicazione degli arredi.

Il tutto ha ritardato l’apertura della Casa di riposo (Rsa) di Lisignago, struttura strategica (può ospitare oltre 70 anziani) per la Valle di Cembra, ed a tutt’oggi si accumulano rinvii sulla data d’apertura.

Data d’apertura sulla quale in molti non mancano di esprimere serie riserve, soprattutto in considerazione del fatto che pare che all’interno di detta Casa di riposo manchino a tutt’oggi diversi arredi e attrezzature; si parla di letti, mobili e cucina che, nonostante la conclusione degli appalti di fornitura, rimarrebbero da installare.

Tiepide rassicurazioni parlano di un’apertura alla volta del prossimo inverno, ma i gravi ritardi già maturati alimentano perplessità oramai diffuse.

L’importanza strategica della struttura, unitamente alla sua generosa capienza, deve indurre le autorità ad accelerare quanto più possibile la sua apertura. Anche perché, com’è evidente, la riapertura della Casa di riposo di Lisignago non rappresenta solo una preziosa opportunità per tanti anziani della Valle di Cembra, che avrebbero occasione di essere accolti e assistiti con attenzione, evitando di cercare ospitalità presso le Case di Riposo dislocate qua e la nel Trentino, ma anche una possibilità lavorativa per tanti operatori socio sanitari, ed infermieri ed altre eventuali figure professionali!





Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:



1) quando prevede che sarà effettiva l’apertura della Casa di riposo della Val di Cembra, di cui v’è da anni particolare necessità ed urgenza, anche per altri “lidi” lontani del Trentino;

2) che cosa intende attivare la Giunta provinciale per garantire che della apertura avvenga quanto prima;

3) quanto personale verrà assunto per lavorarvi ed a quali figure professionali appartiene;

4) in base a quali modalità detto personale verrà assunto.

mercoledì 16 settembre 2009

Interrogazione:“Urge istituire, anche in Trentino, la copertura previdenziale del periodo di assistenza ai familiari non autosufficienti”

Trento, 25/8/2009





Al Presidente del Consiglio regionale

Marco Depaoli

SEDE





Proposta di mozione



“Urge istituire, anche in Trentino, la copertura previdenziale del periodo di assistenza ai familiari non autosufficienti”




La Legge regionale n.1 del 18 febbraio 2005, denominata da chi governa la Regione “Pacchetto famiglia e previdenza sociale”, prevede, all’articolo 2, l’intervento finanziario della Regione stessa al fine di garantire la copertura previdenziale a chi assiste familiari non autosufficienti.

Rappresenta una misura di doveroso sostegno alle persone che prestano della preziosa assistenza oltreché di necessaria attenzione alle famiglie che scelgono, senza gravare nelle strutture pubbliche, di assistere i propri congiunti non autosufficienti.

In tal modo, accollandosi non solo il non facile compito di assistere in casa i propri congiunti, ma pure inducendo un consistente risparmio di pubblico danaro, se si pensa a quanto il costo per l’assistenza in una Casa di Riposo.

Peccato che detta copertura previdenziale, secondo quanto disposto dall’art. 9 del D.P. Reg. 4 giugno 2008, n.3/L, sia assente nella provincia di Trento. E questo nonostante quella copertura sia prevista dalla citata Legge regionale 1/2005 e debba quindi attuarsi in entrambe le Provincia, ivi compresa quella di Trento.

E’ un vuoto, quello in parola, che indubbiamente colpisce numerose famiglie che, di quella copertura previdenziale, avrebbero un gran bisogno, per essere sostenute nella cura e custodia dei loro cari non autosufficienti. E che ricade negativamente in modo particolare sulle persone specificamente impegnate nella relativa assistenza.

Ragion per cui si ritiene quanto mai opportuno, oltre che urgente, che si provveda pure in Trentino, a rendere disponibile il contributo da erogarsi nei periodi di assistenza a familiari non autosufficienti. Anche perché siffatta provvidenza è prevista da una legge regionale in vigore ormai da quasi cinque anni, che attende allora di essere attuata per questa sua parte, anche per il rilievo sociale che essa riveste.



Ciò premesso il Consiglio regionale impegna la Giunta a:



1) rivedere con urgenza il regolamento attuativo della Legge regionale n.1 del 18 febbraio 2005, al fine di dare esecuzione anche alla copertura previdenziale anche per chi assiste persone non autosufficienti in modo che, anche in Trentino, le famiglie che decidono di gestire autonomamente un congiunto non autosufficiente lo facciano con un adeguato sostegno;

venerdì 11 settembre 2009

Come mai, a due anni di distanza, non sono state effettuate le assunzioni per gli operatori d’emergenza del 118 previste nella delibera 2096?

Trento 26/8/09



Al Presidente del Consiglio Provinciale

Giovanni Kessler

SEDE





Interrogazione



“ Come mai, a due anni di distanza, non sono state effettuate le assunzioni per gli operatori d’emergenza del 118 previste nella delibera 2096?”



Con l’approvazione della delibera n. 2096, avvenuta il 28 settembre 2007, la Giunta provinciale predispose la dotazione organica di n. 7 posti di autisti STI (categoria BS).

Peccato che, a distanza di ben due anni, quella disposizione sia rimasta del tutto inapplicata.

E per tentare di supplire ai bisogni del personale del 118 in parola, si è provveduto con l’inserimento, nell’organico di Trentino emergenza, 9 operatori OSS che, come dice lo stesso acronimo, non sono infermieri, ma personale formato per un lavoro specifico che lo stesso loro mansionario prevede.

Naturalmente, nulla contro il personale OSS, che svolge prezioso funzioni in vari ambiti.

Ciò che qui si intende rilevare è l’utilizzo improprio, in certe situazioni, di detto personale.

La legge nazionale, con il DPR 220/2001 che disciplina i concorsi del personale non dirigenziale del Servizio sanitario nazionale all’art. 26, prevede per l’assunzione di personale appartenente alla categoria BS i seguenti requisiti:

1. diploma di istruzione secondaria di primo grado o assolvimento dell’obbligo scolastico:

2. cinque anni di esperienza professionale acquisita nel corrispondente profilo professionale presso pubbliche amministrazioni o imprese private;

3. possesso di specifici titoli e abilitazioni professionali o attestati di qualifica di mestieri necessari allo svolgimento dell’attività inerente il profilo professionale messo a concorso, individuati in relazione alle esigenze organizzative dell’azienda ed indicati nel bando

Il 29 ottobre 2007, inoltre, l’ARAN ha chiarito con propria nota che i cinque anni di esperienza nel corrispondente profilo professionale non potrà che essere realizzata nell’ambito di un rapporto di impiego.

Pertanto, i requisiti richiesti per l’assunzione di personale con la qualifica di operatore tecnico autista-soccorritore sono i seguenti:

1. diploma di istruzione secondaria di primo grado o assolvimento dell’obbligo scolastico;

2. cinque anni di impiego lavorativo come autista-soccorritore acquisito presso pubbliche amministrazioni o imprese private o associazioni di volontariato;

3. possesso della patente B e del corso di formazione come previsto dall’accordo della conferenza stato regioni del 2003.

Anche il sindacato CISL FPS, nel novembre di quell’anno, ha denunciato l’utilizzo improprio degli OSS da parte di Trentino Emergenza. Il verbale redatto a cura dell’Azienda Sanitaria di Trento afferma che: “gli OSS sono stati inseriti nella U.O. TE 118 solo in via transitoria, nelle more e sino a completamento delle procedure di assunzione per la copertura dei posti vacanti in organico di infermiere”. Inoltre si scrive anche che “gli OSS non vengono impiegati per sostituire equipaggio con l’infermiere”.

Da tenere presente anche l’incremento di lavoro nel settore: se di giorno c’è l’integrazione al 118 Trentino Emergenza con personale di varie Associazioni di volontariato, di notte le ambulanze dedicate al bisogno solo due.

Numero assolutamente insufficiente, considerato che debbono coprire anche zone non di loro competenza (vedi Rovereto, Mezzolombardo, Pergine)

E’ emerso poi da studi fatti in base anche agli usi specifici dei presidi in dotazione ai mezzi di emergenza, che l’ideale sarebbe operare in tre unità: un infermiere e due tecnici del soccorso.

E’ un vuoto, questo, che non solo frena il mercato del lavoro, che avrebbe possibilità di vedere disponibili nuove assunzioni, ma che finisce anche col costituire una grave minaccia alla salute dei cittadini, che in caso di gravi emergenze si troverebbero assistiti da un servizio pubblico in grave carenza operativa.

Quanto alla possibilità di operare le nuove assunzioni previste già da due anni dalla già citata delibera n. 2096, si fa presente come queste, se decise, con ogni probabilità darebbero lavoro a quel personale già attualmente in servizio come volontario presso altri organismi (Croce rossa, Croce bianca, Croce verde, solo per fare alcuni esempi)-

Detto personale che quindi avrebbe non solo il titolo, ma anche la necessaria esperienza per adempiere compiutamente all’incarico di operatore d’emergenza presso il 118.

Dal momento che l’ultimo concorso per l’assunzione risale ad oltre dieci anni addietro, e precisamente al 1996, e che esiste un reale bisogno di aggiornare il personale in servizio presso il 118, che gode oggi di operatori che entro pochi anni saranno avviati al pensionamento, non si vede ragione per la quale la Giunta non dovrebbe provvedere tempestivamente a dare attuazione a quanto approvato ancora due anni addietro.





Ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:





1) per quale ragione, a distanza di due anni dall’approvazione della delibera n. 2096, non è stata ancora disposta l’assunzione di operatori presso il 118, fatto che esclude gli autisti-soccorritori delle Associazioni di Volontariato dalla possibilità di essere assunti dalla stessa attraverso un concorso, in quanto di fatto li sostituisce con gli OSS.

2) se non reputa urgente attivarsi per porre rimedio a questo grave ritardo;

3) in caso affermativo rispetto a quanto richiesto nel precedente punto 2), entro quale termine sarà bandito un concorso per dette assunzioni;

4) se non crede che due sole autoambulanze in servizio nella zona di Trento e dintorni, che conta quasi 300.000 abitanti, siano gravemente insufficienti per garantire un’adeguata assistenza sanitaria;

5) come intende ovviare a questa grave carenza.

giovedì 27 agosto 2009

Quanto ho fatto per le OSS... (risposta ad una lettrice disattenta)

Egregio Direttore
Purtroppo è tristemente vero l’antico adagio che sancisce che quanto più ci si batte, ci si impegna per una cosa, tanto più si verrà disprezzati, e gli sforzi profusi saranno misconosciuti, se non serviranno addirittura ad attirare del dileggio.


E’ Ho letto infatti con estremo rammarico le accuse, per la verità nemmeno troppo velate (“gioco pre-elettorale”), che mi sono state rivolte da Manuela Turchetti ed un gruppo di OSS per una mia presunta immobilità nei confronti delle problematiche delle RSA, nella fattispecie della vicenda dei corsi Oss, predisposti a tutt’oggi in modo assai poco razionale. Mi limito a ricordare le mie iniziative sul punto:

a) presentazione di una mozione (3/2/9) sottoscritta anche dai miei colleghi del gruppo che impegnava la Giunta provinciale ad organizzare i corsi per la qualifica di Oss “in modo tale da rendere compatibile al personale delle Case di riposo non in possesso di detta qualifica la prestazione del proprio lavoro con la frequenza dei corsi”; sollecitava un aggiustamento in senso flessibile di detti corsi e proponeva di ridurre il loro forte carico d’orario, assai più pesante che nel resto d’Italia;

b) deposito di un’interrogazione a risposta immediata (20/2/09) e discussione della medesima in Consiglio provinciale (25/2/09) nella quale l’Assessore competente nel rispondere alla stessa, dichiarava l’impegno ad articolare i corsi in quattro anni anziché in due “per conciliare meglio l’impegno formativo con gli impegni di lavoro, recuperando il personale ausiliario che può potenzialmente diventare operatore socio-sanitario”; e prevedeva che “l’esperienza lavorativa maturata presso le RSA sia riconosciuta in termini di crediti formativi, fino al riconoscimento del totale delle ore previste per il tirocinio (settecento)”;

c) deposito di un’interrogazione ( 9/6/2009) nella quale si chiede conto all’Assessore competente della mancata attuazione del dispositivo della mozione (3/2/9) a distanza di svariate settimane dalla sua approvazione, e lo si sollecita a provvedere in tempi rapidissimi per porre rimedio a questo grave ritardo.

Il 21/4/09 il Consiglio provinciale, da me richiesto di inserire il problema nel suo ordine del giorno, discuteva ed approvava all’unanimità la mozione di cui alla lettera a), modificandola in parte, con il seguente dispositivo: “il Consiglio provinciale impegna la Giunta:

1) a dare disposizioni”affinché i corsi per la qualifica di OSS siano organizzati in modo tale da rendere compatibile al personale delle case di riposo non in possesso di detta qualifica la prestazione del proprio lavoro con la frequenza dei menzionati corsi;

2) a sollecitare in senso flessibile detti corsi;

3) ad introdurre nel solco di quello che già sta facendo la Giunta provinciale, e previa verifica dell’effettivo interesse della disponibilità alla frequenza da parte degli ausiliari ulteriori elementi di flessibilità nell’organizzazione dei corsi (compreso il riconoscimento dell’esperienza lavorativa assistenziale maturata presso le RSA ovvero presso strutture sanitarie quale credito formativo per le ore previste per il tirocinio)”

Anche nella scorsa legislatura avevo seguito il problema ed altri allo stesso connessi, sia presentando almeno una dozzina di interrogazioni (n. 1, n. 2, n. 4, n. 74, n. 98, n.143, n.222, n. 243, n. 1679, n. 1912, n. 2070, n. 2643, n. 3484) ,
sia depositando alcune mozioni, due delle quali approvate all’unanimità dal Consiglio provinciale.

Una (n.582) impegnava la Giunta a non dover dar corso al licenziamento del numeroso e competente personale ausiliario impegnato da più di tre anni nelle RSA e non avente la qualifica di OSS ad individuare percorsi di preparazione ed aggiornamento adeguati e compatibili con la svolgimento del propri lavoro; l’altra ad aumentare il personale dell’assistenza agli ospiti delle RSA, arrivando se possibile a garantire un operatore ogni due ospiti.


Dall’approvazione dei documenti succitati la palla è ora nelle mani della Giunta provinciale che, nella persona dell’Assessore competente, è tenuta ad adoperarsi in tempi rapidi per attuare i provvedimenti opportuni per rendere agevole al personale già in servizio presso le case di riposo del Trentino, il conseguimento del diploma di Oss.


Mi pare davvero che quanto era nelle possibilità di un Consigliere sia stato compiuto.

Ricevere in cambio cristallina (e pure un po’ frettolosa, pregiudiziale e disinformata) ingratitudine..è un segno dei tempi.

Che fa riflettere e mi lascia amareggiato sì, ma sereno.

Pino Morandini

Interrogazione “ Quante sperimentazioni con la RU486?”

Lo scorso 19 giugno il Ministero del Welfare italiano ha fatto pervenire al Comitato tecnico scientifico dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) nuova documentazione sulla piccola abortiva RU486.

Sembra infatti che, a dispetto della cifra ufficiale, ferma a 16 decessi, siano addirittura 29, nel mondo, le donne morte in seguito all’assunzione della RU486, da tempo in fase di uso e sperimentazione anche in Trentino.

Ma la morte è solo la più grave di tutta una serie di conseguenze imputabili all’uso della RU486.

Infatti, come denunciarono già nel lontano 1991 Janice G. Raymond, Renate Klein e Lynette J. Dumble, tre femministe dichiaratamente abortiste, la RU486 – sorvolando sul fatto che si tratta comunque di una pillola che sopprime il nascituro – implica pesantissime ripercussioni sulla salute delle donne, così riassumibili: dolore o crampi nel 93,2% dei casi, nausea nel 66,6%, debolezza nel 54,7%, cefalea nel 46,2%, vertigini nel 44,2% e perdite di sangue prolungate fino a richiedere una trasfusione nello 0,16% dei casi.

Donna Harrison, ricercatrice e ginecologa di Berrien Center, in Michigan, insieme ad una collega, ha pubblicato su The Annals of Pharmacotherapy uno studio nel quale ha identificato ben 637 casi di effetti collaterali nell’uso della RU486.

La pericolosità di detta pillola è stata riscontrata persino in un Paese come la Cina, notoriamente non rispettoso dei diritti umani. Nell’ottobre 2001 è stata disposta un’inversione di rotta rispetto all’iniziale liberalizzazione, inversione di rotta consistente nel divieto di venderla in farmacia e di assumerla solamente in ospedali selezionati e sotto stretto controllo medico.

Addirittura, nel dicembre 2005, un editoriale del New England Journal of Medicine, “bibbia” mondiale della scienza, denunciava una percentuale di mortalità con il metodo chimico, quello della RU486, ben 10 volte più alta di quella rilevata con il metodo chirurgico.

Persino Severino Antinori, indiscusso guru della fecondazione certo non tacciabile di oscurantismo, ha pubblicamente ammesso che la RU486 “provoca dolori, emorragie, infezioni, malattie. Con esiti mortali”.

Dinnanzi a simili constatazioni non si può non riconoscere come la RU486 rappresenti un vero e proprio pericolo.

Per cercare di smentirlo, non più tardi di qualche mese fa qualche organo di informazione locale divulgò servizi nei quali si attestavano, per il Trentino, centinaia di sperimentazioni andate a buon fine, senza alcuna delle gravi ripercussioni che la RU486 spesso implica.

Il punto è che non vennero resi noti nei dettagli l’entità e il grado di rappresentatività di questo campione.

In un documento elaborato dalla Società Medico Scientifica Interdisciplinare Promed Galileo e sottoscritto anche dall’European Medical Association, quasi a frenare i facili entusiasmi di chi minimizza le conseguenze della RU486, si denuncia proprio “la bassa qualità degli studi, spesso caratterizzati per l’assenza di randomizzazione e la contraddittorietà dei risultati, che rendono difficoltosa l’interpretazione dell’accettabilità del metodo”.

Aspetto di non secondaria rilevanza, infine, concerne il fatto che il ricorso alla RU486 determina violazione della legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Infatti, la legge 194 sancisce espressamente la necessità che l’aborto procurato si consumi all’interno di strutture pubbliche, mentre una donna che assume la pillola abortiva - che produce i propri effetti, culminanti con l’espulsione del feto, entro un arco di tempo che talvolta giunge a due settimane - non viene però trattenuta in ospedale fino al momento in cui è certificata l’interruzione di gravidanza, ma vi ritorna solamente dopo, per eseguire dei controlli.

Sarebbe interessante che su questo punto, come su tutti i precedenti richiamati, chi difende la RU486 lo facesse a viso aperto, argomentando le proprie ragioni, non già trincerandosi dietro a slogan oramai superati.


Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:


  1. a quante donne, in totale, è stata somministrata la RU486 all’interno della provincia di Trento;
  2. l’età media di queste persone;
  3. se non reputa, alla luce degli elementi ricordati in premessa, che si tratti di una pillola avente fin troppe controindicazioni, comportando rischi per la salute della donna fino a 10 volte superiori rispetto a quelli dell’aborto chirurgico;
  4. come valuta la mancata osservanza della Legge 194/78, che si riscontra con la somministrazione della RU486 senza che la donna intenzionata ad abortire venga trattenuta in ospedale fino alla certificazione dell’avvenuta espulsione del feto.
  5. se non considera violata la citata l. 194/78 anche nel suo principio ispiratore – quello di socializzare il dramma dell’aborto affinché la donna non si trovi sola in quella situazione – atteso che la diffusione e l’utilizzo della RU486 ricacciano la donna nella solitudine, a decidere da sola del rapporto tra lei e suo figlio;
  6. se non reputa opportuno, dinnanzi all’iniziativa del Ministero del welfare dello scorso 19 giugno, chiedere, per il Trentino, una temporanea sospensione dell’utilizzo e della somministrazione della pillola abortiva in attesa che venga fatta luce sui quasi trenta decessi che potrebbero essere riconducibili ad essa.


A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Perché,dopo due anni, non c’è ancora il regolamento di esecuzione della L.p. 17/2007, che aprirebbe al nido “Scarabocchio" il convenzionamento?

Un caso clamoroso di mancanza di regolamento in materia di asili-nido, è quello della L.p. 17/2007 che, superando quanto prescritto in precedenza dalla L.p. 4/2002 , all’articolo 4 prevede espressamente il convenzionamento, oltre che per le strutture private in generale, anche con i nidi interaziendali.

Peccato che il dettato di questa Legge, in vigore oramai da due anni, sia rimasto lettere morta, essendo a tutt’oggi disatteso e sprovvisto di regolamento di esecuzione.

A fare le spese di tutto ciò sono strutture di primo livello, come il nido interaziendale “Scarabocchio”, che ospita circa trenta bimbi – e quindi utilizzato da numerose famiglie che vede impiegato personale particolarmente qualificato.

L’assenza, a distanza di oltre due anni dall’approvazione del provvedimento legislativo, del suo regolamento di esecuzione – che, com’è notorio, ne consente la pratica attuazione e senza il quale la legge rimane sulla carta – ha dello scandaloso, tanto più quando, come in questo caso, i ritardi gravano su servizi di primaria importanza, quali sono quelli di assistenza all’infanzia.

Si rileva, tra l’altro, come il nido in questione (“Scarabocchio”), per quanto privato, eroghi il proprio servizio con le medesime modalità e rappresentando gli stessi requisiti previsti per gli asili-nido pubblici: così è nel rapporto numerico tra educatrici e bambini e per i correlati requisiti professionali, previsti dall’art. 6 del testo coordinato della deliberazione della giunta provinciale n. 1892 dell’1-8-2003, previsto dalla L.p. n. 4/2002; nel contenuto del progetto educativo riguardante tutte le strategie operative e i riferimenti seguiti nel quotidiano lavoro dei nidi; nel servizio di cucina; negli spazi, i quali rispondono ai requisiti previsti dagli artt. 1,2,3,4,5 e 6 del “B.1 Requisiti strutturali e criteri per la realizzazione” del succitato testo coordinato; nel dimensionamento, conforme ai requisiti definiti dal testo coordinato della delibera della giunta provinciale n. 1892 dell’1-8-2003, previsto dalla L.p. 4/2002; nella presenza della pedagogista per almeno 20 ore mensili.

Al punto che “Città Futura” ha ottenuto l’accreditamento per la gestione del servizio da parte della Provincia (V. lettera PAT 8/6/2006 e determinazione del dirigente). Ed il nido interaziendale “Scarabocchio”, gestito da “Città futura”, è certificato secondo la norma UNI EN ISO 9001 2000 e la norma UNI 11034.

Non solo.

Esso configura, nel panorama concernente i servizi all’infanzia, una pregevole ed utile novità, in quanto articola la propria attività anche come nido interaziendale. E ciò costituisce un’ulteriore risorsa, in quanto le aziende ci mettono anche del loro.

Ciò nonostante il suo bilancio risente pesantemente del mancato convenzionamento, causato dalla mancanza del regolamento di esecuzione.

Tutto ciò premesso, si interroga l’Assessore competente per sapere:

  1. per quali ragioni, a distanza ormai di due anni, manca ancora il regolamento di esecuzione di cui in premessa, condizione indispensabile per il convenzionamento tra ente pubblico e nido “Scarabocchio”, assolutamente necessario affinché lo stesso possa proseguire il proprio prezioso servizio;
  2. se non giudica assai grave un simile ritardo;
  3. se non ritenga utile attivarsi immediatamente per porre rimedio a detto ritardo;
  4. entro quale termine il succitato regolamento sarà disponibile.


A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Interrogazione n. 549 “Perché è stata disposta la chiusura del punto prelievi di via dei Mille?”

Alla chiusura di un servizio, solitamente, si arriva quando questa è superflua oppure inutile.


Ora, si dà il caso che il punto prelievi di via dei Mille non sia né l’uno né l’altro. n

Non è superfluo perché svolge una funzione medico-sanitaria indispensabile ed in una zona strategica, e non è inutile perché vi ricorrono, ogni giorno, oltre cento persone.
Eppure, a quanto pare, il prossimo 16 luglio quel punto verrà chiuso, con grande disagio soprattutto per la popolazione anziana del centro storico, che, per i prelievi, si vedrà costretta a recarsi ai laboratori dell’Azienda sanitaria di Trento sud o all’affollatissimo reparto del Santa Chiara.

Tale chiusura appare tanto più inopportuna se si pensa, da un lato, che sopraggiunge ad appena due anni dall’inaugurazione del punto prelievi in questione, avvenuta il 13 febbraio 2006, ,e d’altro lato, che sembrano non siano state ancora state fornite le dovute garanzie ai dodici operatori che ad oggi vi prestano servizio.


Ragion per cui, su questa iniziativa è bene che le istituzioni facciano luce quanto prima.





Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:

  1. sulla base di quali motivazioni è stata disposta la chiusura del punto prelievi di via dei Mille;
  2. come sarà gestita la confluenza delle cento e più persone che quotidianamente ricorrevano a detta quel servizio, una volta che questo non fosse utilizzabile perché chiuso;
  3. quali garanzie contrattuali e lavorative sono previste per i dodici operatori che oggi vi prestano servizio;
  4. in caso di chiusura del citato punto prelievi, in quali servizi verrà utilizzato il persona che vi prestava servizio
  5. se non reputa inopportuno chiudere un punto prelievi ad appena due anni dalla sua inaugurazione;
  6. se non crede che la chiusura di detta struttura, se avvenisse, penalizzerebbe non poco sia gli abitanti della zona, specie i più anziani, sia coloro che, pur non abitando in detta zona, utilizzano comunque il punto prelievi, considerando disagevole, specie se invalidi ed anziani, il doversi recare in punti prelievi più lontani;
  7. come intende attivarsi perché non si verifichino ulteriori disagi quali il sovraffollamento di altre strutture analoghe.


A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Interrogazione n. 525 “Sugli ammalati non si può risparmiare!”

Da qualche tempo all’ospedale S. Chiara che, lo ricordiamo, è la più grande struttura ospedaliera del Trentino, pare che la qualità del cibo servito ai pazienti abbia subito un drastico peggioramento.

Non si pretendono, naturalmente,menù d’alta cucina; sarebbe tuttavia scandaloso se ai pazienti, come purtroppo sembra, venisse servito cibo di qualità così scarsa da affaticare la loro masticazione e quindi la digestione.

Nella fattispecie, più testimonianze riferiscono di carne assai dura, frutta dura e poco matura, oltre che di pasta pressoché immangabile.

Se questo fosse vero, saremmo in presenza di una minaccia per la salute stessa dei pazienti del S. Chiara, soprattutto per quanti – pensiamo soprattutto ad anziani e bambini – l’alimentazione costituisce non già un semplice nutrimento, bensì una preziosa forma di salvaguardia della salute.

Anziché parlare tanto di tagli e risparmi per poi foraggiare progetti e manifestazioni senza le quali il Trentino di certo non perderebbe lustro (Life Ursus, Festival dell’Economia, Universinversi, solo per citare i casi più noti e recenti), chi amministra la cosa pubblica farebbe meglio a sincerarsi prima di tutto dello stato di assistenza, anche alimentare, dei suoi concittadini più in difficoltà, tra i quali rientrano certamente i pazienti d’ospedale.


Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:

  1. se è a conoscenza della grave situazione descritta in premessa;
  2. quale cibo, ad oggi, viene servito ai pazienti del S. Chiara;
  3. presso quali realtà viene acquistato;
  4. in basi a quali criteri di qualità viene scelto il cibo ed il dove acquistarlo;
  5. a quanto ammonta, per il 2008 e per questi primi mesi del 2009, la spesa per detto acquisto.





A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Interrogazione n. 494 “ Sull’organizzazione dei Corsi Oss in orario confacente a chi lavoro nelle RSA, ancora nulla: perché?”

Fin dalla scorsa legislatura avevo sollevato il problema del personale non in possesso della qualifica di Oss e dipendente della RSA, che chiedeva giustamente di essere messo in grado di poter frequentare i corsi per il conseguimento di detta qualifica.

L’impegno è proseguito in questa legislatura attraverso la presentazione di una mozione al Consiglio provinciale il 3 febbraio 2009 ed un’interrogazione a risposta immediata.
Quest’ultima discussa nella seduta del Consiglio provinciale del 25 febbraio; la mozione discussa nella seduta ed approvata all’unanimità dello stesso consiglio.

Essa, come recita il dispositivo, impegna la Giunta provinciale a “dare disposizioni affinché i corsi per la qualifica di OSS (Operatore Socio-Sanitario) siano organizzati in modo tale da rendere compatibile al personale delle Case di Riposo non in possesso di detta qualifica la prestazione del proprio lavoro con la frequenza dei menzionati corsi; sollecitare un aggiustamento in senso flessibile di suddetti corsi; valutare l’eventualità di ridurre il pesante carico di orari che detti corsi, ad oggi, presentano in Trentino”.

A distanza di qualche mese, risulta che il problema non sia risolto.

Eppure, come ricordavo sia nel dibattito sull’interrogazione sia in quello sulla mozione, esso è di facile soluzione. Basta seguire l’esempio della vicina Provincia di Bolzano, dove i corsi per il conseguimento del diploma di Oss sono articolati su fasce orarie diverse (antimeridiane, pomeridiane e serali), in modo tale da consentire alle persone interessate, tanto più se impegnate nel lavoro, di scegliere il topo di fascia oraria che più si confà alle proprie esigenze. E quindi di conseguire la qualifica di Oss.

La mozione sollevava altresì il problema delle molte ore di detti corsi, considerandole eccessive rispetto a quanto accade nel resto d’Italia.

Ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:

  1. se è stato attuato il dispositivo della mozione di cui in premessa;
  2. in caso di risposta negativa in ordine al primo quesito, per quali ragion ciò è avvenuto;
  3. se non considera urgente ed al contempo di non difficile soluzione il problema in questione, tanto più che esso riguarda personale in gran parte femminile, non più giovanissimo, che presta da anni servizio nelle RSA e che rischia di trovarsi negli anni senza lavoro se non consegue la qualifica di OSS.


A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Interrogazione n. 236 “ Circoli anziani sono una risorsa da valorizzare e da sostenere, non da penalizzare riducendone i finanziamenti”

Agli sprechi provinciali, che perdurano nonostante la crisi, si stanno affiancando segnali preoccupanti, che penalizzano direttamente i cittadini più bisognosi, ossia coloro che a causa della loro precaria condizione meriterebbero maggiori tutele e incentivi. E’ il caso del recente e consistente taglio – da 30 a 15 euro - dei contribuiti provinciali dai Circoli anziani del trentino.
Rispetto alle consulenze d’oro perpetuate a tutt’oggi e agli incauti ma costosissimi investimenti cui ci ha abitati la Provincia in questi anni, si fatica a credere che sia con il ridurre il finanziamento dei Circoli anziani che si possano effettuare i tagli ai costi della politica.
Al contrario, i Circoli anziani – che sono 73 e che contano circa 20mila soci in tutta la provincia – sono una risorsa preziosa per quanti desiderino trascorrere serenamente e in compagnia l’autunno della loro vita.
Ragion per cui appare davvero inopportuno e gravissimo questo taglio che, se non contribuirà in alcun modo a ripianare il bilancio della Provincia, certo finirà certamente col penalizzare tante migliaia di cittadini, bisognosi di essere sostenuti nelle loro attività.

Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:

  1. se è conoscenza di quanto riportato in premessa;
  2. se non giudica inopportuno il taglio dei finanziamenti a danno di una realtà così preziosa, quale rappresentata dai Circolo anziani;
  3. se non reputa urgente attivarsi per ripristinare i finanziamenti per i Circoli anziani, da poco dimezzati di punto in bianco.


A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Proposta di mozione n. 105 “RSA: occorre dare ascolto ai familiari dei ricoverati e rivedere i parametri d’assistenza”

Come ben sanno i familiari delle persone ricoverate, la situazione nella quale versano oggi molte Rsa del Trentino è piuttosto grave sotto l’aspetto della qualità dei servizi erogati di fronte le necessità.
Da un lato si registra un aumento dell’età degli ospiti, la maggioranza dei quali ha dai 70 ai 90 anni, e dall’altro cresce il numero degli ospiti fortemente “disorientati”.
Pare che oggi l’81% degli ospiti delle RSA appartenga a questa categoria. Tutto ciò è veramente allarmante se si pensa che la medesima percentuale, nel ’96, era del 56%.
A ciò si aggiunta che uno su tre, fra questi ospiti disorientati, presenta di media 7- 8 patologie, il che implica la necessità di un’assistenza umana e farmacologica assai intensa.
Dobbiamo inoltre sottolineare un altro dato molto significativo, che rafforza la nostra richiesta. In media nelle varie RSA, oltre il 70% degli ospiti dipende “totalmente” dal personale Oss, sotto ogni aspetto (igiene personale, assunzione dei pasti, idratazione, ecc.)
Ora, si da il caso che entrambe queste forme prioritarie di assistenza siano disattese.
Una relazione presentata dai rappresentanti dei familiari di circa 1200 ospiti delle RSA di Trento e dintorni, in cui viene sottolineata anche l’insufficienza del personale addetto all’animazione, che riveste un servizio non da sottovalutare nella vita dell’anziano, se consideriamo che il servizio d’animazione ben studiato, può rallentare notevolmente l’aggravamento di alcune patologie.
Ma gli anziani non sono gli unici a scontare la carenza assistenziale delle RSA del Trentino: ci sono anche i malati di Alzheimer e le persone in stato comatoso, molte delle quali, come sappiamo, precipitate in quella condizione in seguito ad incidenti stradali, e pertanto ancora giovani.
In realtà, la cura sanitaria per legge dello Stato deve essere garantita, e per questo richiede un approfondito studio in ogni fascia d’età, dalla nascita in poi, in modo che non venga mai a mancare alcun supporto sia assistenziale che sanitario ad alcuno.
Questo concetto risulta sottolineato con chiarezza anche dalla LP6 del 28/5/98, che parla esplicitamente di cura della persona, di assistenza infermieristica, di fisioterapia riabilitativa, e di servizio di animazione.
Il punto è un altro: urge una immediata revisione dei parametri d’assistenza che possa, in seguito ad un’adeguata indagine che metta in luce le urgenze non procrastinabili, ridisegnare l’impianto assistenziale e sanitario delle case di riposo.
I rappresentanti dei familiari delle RSA del Trentino, alla luce delle sopraindicate mancanza, da tempo hanno chiesto a gran voce la necessità di un intervento, ottenendo solo correttivi insignificanti inidonei alla risoluzione del problema.
Il peggioramento della situazione nelle case di riposo, come ricordato poc’anzi, impone alle istituzioni di mettersi subito all’opera per assicurare ai cittadini più bisognosi un’assistenza finalmente compiuta sul piano sanitario ed in grado di far percepire loro il calore rassicurante della carità.


Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. istituire un tavolo di confronto permanente tra i responsabili della sanità provinciale e i familiari dei pazienti ricoverati nelle RSA;
  2. attuare in tempi rapidi una revisione completa dei parametri d’assistenza fissati undici anni or sono;
  3. predisporre provvedimenti volti a risolvere in tempi rapidi e mediante l’adeguata assistenza, l’annosa questione dei pazienti disorientati;

Proposta di mozione n. 86 ”Va garantita un’assistenza adeguata alle persone in stato vegetativo: Namir e Case del Risveglio”

Quando si parla d’assistenza, vengono subito in mente due categorie di pazienti: gli anziani e i disabili. Tra questi ultimi, coloro che in Trentino scontano la maggior disorganizzazione delle strutture d’accoglienza, sono indubbiamente le persone in stato vegetativo persistente.

Come numerose famiglie hanno denunciato, esiste una forte diversità quello che i Namir dovrebbero essere e quello che in realtà sono. Dovrebbero infatti strutturarsi come realtà preparate all’accoglienza ed alla cura di persone che non sono colpite solo da una generica non-autosufficienza, bensì da patologie ancor più gravi. E che come tali abbisognano di assistenza adeguata, sia in termini sanitari (medici ed infermieristici) che sociali.

Dal momento che ad oggi ai soliti annunci le istituzioni, ancora una volta, non hanno fatto seguire provvedimenti concreti, e giacché questo si traduce in un’amplificazione di drammi famigliari già durissimi di per sè, è tempo che ci si prenda seriamente carico delle persone in stato vegetativo e comatoso, in modo che i tanto osannati diritti umani possano essere onorati fino in fondo, sostenendo i più deboli e abbisognevoli di cure tra i cittadini.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. operare con immediatezza un censimento provinciale delle persone in stato vegetativo e comatoso;
  2. verificare il tipo di assistenza erogato dalle strutture alla persone in stato vegetativo;
  3. istituire concretamente e definitivamente i Namir, al fine di dare adeguata assistenza ai pazienti in stato vegetativo, dando in tal modo sollievo ai loro familiari.


Proposta di mozione n. 21 “Aggiornamento organizzativo dei corsi OSS: urge modifica”

L’Istituto di Studi e Ricerca Sociale e l’Azienda Provinciale per i Servizi, da molti anni, organizzano i corsi OSS, acronimo che sta per operatori socio sanitari; detti corsi, benché istituiti da enti diversi, sono curiosamente organizzati durante la medesima fascia oraria, dal lunedì al venerdì mattina.

Ora, c’è un gran numero di operatori che prestano servizio già da molti anni – qualcuno da oltre venti - presso le RSA come personale d’assistenza, sprovvisti del titolo di OSS che avrebbero tutto l’interesse di poterlo conseguire.

Tali operatori infatti – per lo più donne di oltre quarant’anni di età – conseguendo il diploma di OSS, da un lato verrebbero in possesso di una qualifica preziosa e dall’altro, mediante essa, godrebbero di un titolo spendibile e sempre più indispensabile ai fini delle loro opportunità lavorative . Anche perché vedersi espulse a quell’età dal mercato del lavoro significherebbe spesso vedersi private per sempre di possibilità lavorative.

Fra l’altro, trattasi di personale con anni di esperienza alle spalle e che rappresenta spesso l’ossatura portante per numerose Case di Riposo del Trentino.

Ebbene, i corsi di OSS presenti in Trentino, alla cui frequenza molto dell’attuale personale d’assistenza delle RSA aspirerebbe, sono ad oggi strutturati secondo orari assai rigidi che di fatto impediscono ai suddetti interessati di aderirvi.

Al contrario, tocca annotare come nella vicina provincia di Bolzano gli stessi corsi siano stati strutturati in maniera più flessibile, a fasce orarie, in modo da permettere a chi già lavorasse di frequentarli, chi al mattino, chi al pomeriggio, chi la sera.

Altro nodo problematico da affrontare sarebbe la lunghezza di questi corsi, poiché, rispetto a quelli organizzati nella Provincia di Bolzano (1100 ore) o a quelli offerti a Verona (900 ore), quelli in Trentino sono i più impegnativi in termini di ore di frequenza, ammontando a 1400 ore.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. dare disposizioni affinché i corsi per la qualifica di OSS (Operatore Socio-Sanitario) siano organizzati in modo tale da rendere compatibile al personale delle Case di Riposo non in possesso di detta qualifica la prestazione del proprio lavoro con la frequenza dei menzionati corsi;
  2. sollecitare un aggiustamento in senso flessibile di suddetti corsi;
  3. valutare l’eventualità di ridurre il pesante carico di orari che detti corsi, ad oggi, presentano in Trentino.