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martedì 22 settembre 2009

Interrogazione:Quale futuro per i sessanta lavoratori della ex Lovara?

Alle continue rassicurazioni, ancora una volta, non sono seguite risposte concrete.

Accade così che a Malè ben sessanta lavoratori ex Lowara siano ancora in attesa di essere assunti dalla Sitos Srl, azienda che ha rilevato lo stabile e che, in seguito ad accordi stretti con la Provincia, entro pochi mesi avrebbe dovuto provvedere alla loro assunzione.

Gli accordi prevedevano che l’azienda assumesse trenta lavoratori entro la fine del 2008, per poi, entro il 2009, arrivare a quarantacinque ed infine, nel 2010, dare un lavoro a tutti e sessanta.

Purtroppo, i ritardi maturati sinora lasciano supporre che non solo le tempistiche accordate in precedenza tra la Sitos Srl e la Provincia non saranno rispettate, ma che vige forte incertezza anche su una futura assunzione di molti dei sessanta lavoratori visto e considerato che, allo stato, appena sei di loro sono stati riassorbiti.

Si susseguono assemblee pubbliche ed incontri, ma cresce, tra i sessanta lavoratori, la comprensibile sensazione che ben poco degli accordi tra la Sitos Srl e la Provincia, alla fine, troverà concreto riscontro. Ora, se da un lato è comprensibile che i rappresentanti della Provincia, tanto più in una così difficile stagione economica, che vede il prodotto interno lordo italiano in grave recessione, incontrino effettive difficoltà a restituire un lavoro ai sessanta lavoratori ex Lowara o comunque ad indirizzarli verso un possibile nuovo impiego, dall’altro, è bene che le istituzioni, specie se hanno già raggiunto accordi, com’è per il caso della Sitos Srl, facciano tutto il possibile per farli onorare.

Ne va, infatti, non solo della credibilità istituzionale della Provincia, bensì del futuro di almeno sessanta famiglie trentine che, come molte altre, non hanno responsabilità per questa crisi economica, e che pertanto meritano tutto l’impegno e l’aiuto possibile.



Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:



1) per quale ragione l’accordo stretto tra Provincia e Sitos Srl, che prevedeva che, in modo progressivo, ai sessanta lavoratori ex Lowara fossero garantite assunzioni, allo stato non viene rispettato nelle tempistiche concordate;

2) come intende attivarsi per fare in modo che detto accordo venga rispettato;

3) entro quali termini ritiene che a tutti i sessanta lavoratori ex Lowara potrà essere assicurato un impiego;

4) se non ritiene urgente, qualora scemassero gli accordi stipulati tra Provincia e Sitos Srl, valutare strade alternative per cercare nuovi impieghi ai sessanta lavoratori dell’ex azienda di Malè.

giovedì 27 agosto 2009

INTERROGAZIONE n. 506 “Precari licenziati: ma la tutela della maternità è un optional?”

E’ francamente stupefacente che un dirigente generale della Provincia, (nella specie quello che sovraintende al Dipartimento organizzazione e personale) si permetta, tantopiù a mezzo stampa, di disquisire sull’antipatia di due dipendenti, a maggior ragione se costoro patiscono già l’umiliazione di un ingiusto licenziamento, sopraggiunto, guarda caso, non appena gli interessati hanno avuto l’ardire di intraprendere le vie legali per far luce su un concorso pubblico.

I fatti sono noti. Una persona sostiene un pubblico concorso, entra nella relativa graduatoria e, dal momento in cui aspetta un bimbo, perde tutti i diritti acquisiti. Quasi che la sua “colpa” sia l’aver concepito un figlio!

Si annota come l’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari (A.P.S.S.), ente funzionale della Provincia, si comporti in modo affatto diverso, semplicemente applicando le norme e facendo salvi i diritti acquisiti, tantopiù se legati a situazioni meritevoli di particolare tutela, come la maternità.

Ma la Provincia No.

L’ente “madre” degli altri, ad essa funzionali o collegati, si dissocia dall’applicazione della disciplina legislativa vigente. Fa invece riferimento ad una prassi trentennale, sulla cui legittimità, per quanto introdotta da una circolare interna, sorgono non pochi dubbi. Tant’è che altri enti, come sopra accennato, applicano correttamente le norme legislative di riferimento.

Sul punto, il TRGA di Trento, adito dagli interessati, ribadisce la legittimità della prassi seguita dalla Provincia. Peraltro il giudice penale, nel mentre assolve chi si è mosso nel solco di quella prassi (in quanto avvalorata dalla menzionata circolare) e parla di “falso non voluto”, dichiara la falsità “dei verbali da uno a otto” in quanto la loro redazione “non in immediata contestualità allo svolgimento delle singole operazioni compiute vulnera normalmente il loro potere certificativo”.

E’ infatti notorio come il verbale debba assolvere ad una “funzione di garanzia della formazione di uno strumento documentale”.

Ce ne sarebbe abbastanza, quantomeno per ripensare, da parte dell’amministrazione provinciale, il proprio atteggiamento nei confronti di talune modalità concorsuali e della primaria tutela che spetta alla maternità, alla stregua della vigente legislazione e della “ratio” che da decenni la ispira.

Ed invece no.

La Provincia continua caparbiamente nella sua logica meramente contabile, pur di fronte alla maternità, ed applica indifferentemente la logica dei numeri e del contenimento della spesa.
Nulla conta se altri enti si muovono in modo affatto diverso a fronte di simili eccezionali eventi, quale è per l’appunto l’arrivo di un figlio.
Che essi siano divenuti “eccezionali” è sotto gli occhi di tutti, considerati il clima culturale in atto e le molteplici difficoltà che oggi incontra la coppia di fronte alla maternità.

Ma proprio per questo l’Amministrazione dovrebbe invece rivedere certa sua prassi e non trattare la maternità stessa alla stessa stregua di ogni altra fattispecie, ben diversa, applicandole meri numeri e calcoli di risparmio. E ciò tanto più in un contesto di “inverno demografico” qual’è quello attuale, segnato da una consistente denatalità, con tutte le conseguenze negative, di tipo sociale, previdenziale ed economico che ciò comporterà nel futuro.

Che senso ha proclamare, anche attraverso la legislazione, il valore sociale della maternità, per poi penalizzarla nei momenti in cui ha maggiore bisogno di tutela?


Perché le doverose e necessarie misure di contenimento della spesa, la Provincia non le adotta in settori come quello delle consulenze o di mega eventi, come il Festival dell’Economia o Universinversa, o altri, ecc. riducendo consistentemente il loro impegno di spesa?


Ciò premesso si interroga il Presidente della Giunta provinciale per sapere:

  1. se non consideri inopportuno che un dirigente pubblico si permetta di disquisire, tantopiù a mezzo stampa, circa la “poca simpatia” di dipendenti già umiliati da un ingiusto licenziamento;
  2. se ritenga rappresenti davvero una “coincidenza” che i due dipendenti della Provincia ricorsi a vie legali per chiedere trasparenza relativamente al concorso di cui premessa e sul quale la stessa magistratura ha registrato scorrettezze, siano gli unici ai quali non è stato rinnovato il contratto;
  3. se non consideri quantomeno motivo di ripensamento per la Provincia in ordine alla propria prassi, il fatto che altri enti, quali l’Azienda sanitaria, riservino giustamente alla maternità quella tutela che essa merita alla luce delle norme vigenti e tantopiù nell’odierno contesto culturale, ad essa non favorevole;
  4. se non ritenga ingiusto applicare a detta fattispecie (maternità) la logica del contenimento della spesa, che penalizza simili importanti eventi;
  5. se non consideri invece doveroso al fine di contenere le spese, recidere pesantemente quelle non strettamente necessarie, tantopiù nell’attuale clima di recessione economica, quali le spese legate ad eventi particolarmente costosi, come il Festival dell’Economia (che è costato milioni di euro), Universinversi, ecc.



A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Proposta di mozione n. 97 “La provincializzazione del servizio postale: una sfida che le Poste e la Provincia possono vincere insieme”

Anche se nessuno osa discutere l’impegno e la dedizione con cui il personale in servizio presso la Poste svolte il proprio lavoro, appare evidente, se non altro per i numerosi disservizi che interessano le valli del Trentino ma non solo, la necessità di predisporre una manovra di rinnovamento dell’intero servizio postale.
Manovra che potrebbe partire proprio da una provincializzazione delle Poste, che rientrando nel circuito organizzativo e gestionale della Provincia, indubbiamente potrebbero godere di numerosi vantaggi operativi e funzionali ad un ricupero degli standard di efficienza da qualche tempo disattesi.
In questo modo, fermo restando un’attenzione particolare al personale attualmente in servizio presso Poste Italiane, che andrebbe tutelato laddove esposto a forme contrattuali oggi precarie, si andrebbe certamente incontro ad una crescita del livello del servizio a beneficio dell’intera comunità trentina.
Il risultato di una simile operazione, se andasse a buon fine, finirebbe col soddisfare sia le Poste, che godrebbero di notevoli vantaggi operativi, sia della Provincia, che agevolerebbe ed accrescerebbe qualitativamente il servizio postale ai propri cittadini.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta ad:

  1. ovviare immediatamente un tavolo di confronto tra la Provincia, Poste Italiane ed il Consorzio delle autonomie e dei comuni trentini volto a mettere in luce quali soluzioni potrebbero essere adottare per agevolare la provincializzazione del servizio postale;
  2. ovviare ad ogni altra incombenza al fine di giungere quanto prima a garantire un recapito della corrispondenza alla comunità ad ogni altro servizio erogato da Poste Italiane.

venerdì 16 maggio 2008

Casalinghe: Il Lavoro Dimenticato. Anche il I° Maggio

Trento, 30 aprile 2008

“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” recita l’art. 1 della Carta Costituzionale. Preferirei di gran lunga che l’incipit della Carta Fondamentale della repubblica italiana declamasse “L’Italia è un Repubblica fondata sul rispetto e la salvaguardia della persona umana e della sua dignità…”.

Ma tant’è.

Forse senza ipocrisie, giacché spesso i diritti degli esseri umani sono calpestati, pure sullo stivale. Allora, “accontentiamoci” di quel preambolo un po’ ferrigno, che rimanda alle catene di montaggio. Almeno, proviamo a leggerlo in positivo, intendendo cioè che il lavoro è visto come non soltanto un diritto/dovere di ogni uomo (ed in tempi d’imperante e selvaggio precariato sarebbe già gran cosa!!!), bensì anche che dall’esercizio d’una legittima attività lavorativa consegue un giudizio d’approvazione da parte della collettività organizzata.

In ossequio a tale concezione, in occasione della “festa del lavoro” del primo maggio, si assegnano le “stelle del lavoro”, premiando figure che particolarmente si sono distinte, per i motivi più svariati, in una vita di fatiche, profuse in tutti i settori della vita professionale.

In tutti? No, sbagliato.

Purtroppo, scandalosamente, rimane priva di rappresentanza la categoria che numericamente supera di gran lunga ogni altra, che silenziosamente si sfianca per compiere la propria attività, spesso nel silenzio. E ne rimane esclusa senza motivo. Certo, non ci sono agguerritissime rappresentanze sindacali pronte a difenderne i diritti. Ma non si tratta solo di questo. Più probabilmente, è un fatto “culturale”, una mentalità influenzata forse dall’aria modernista della rivoluzione industriale che ritiene rilevante solo un lavoro immediatamente spendibile nell’ottica del mercato.

Il lavoro casalingo: - è di ciò che sto parlando - invece non se lo fila nessuno. Nemmeno le “stelle del lavoro” paiono degnarlo d’una qualche considerazione. E, francamente, lo trovo scandaloso.

A comporre l’universo di questo mondo “sommerso” sono miliardi di donne (ma non solo), che svolgono un’attività non remunerata (accanto magari ad un altro lavoro, certo meno negletto), che non conosce orari, che, al posto del potere direttivo del datore di lavoro ha i ritmi della vita. Lavoro che non finisce mai, e spesso, pure dagli stessi componenti il nucleo familiare è guardato con supponenza e manco ritenuto degno di un semplice “grazie”. Non ha tutela previdenziale né ferie, nulla.

Certo, qualcosa parrebbe lentamente cambiare: leggi in materia previdenziale iniziano ad affrontare il fenomeno, seppur tangenzialmente. Il mio “Pacchetto Famiglia” poi tentava di dare un aiuto concreto a queste situazioni, prima che la Giunta Dellai lo cancellasse. Il codice civile addirittura parifica il lavoro casalingo prestato da uno dei coniugi a quello prestato “professionalmente” (art.148), come fattore di contribuzione al c.d. “regime patrimoniale primario” dell’organizzazione familiare.

Ma non basta.

Assolutamente, non basta per chi spende un’intera vita, dal fiore degli anni alla vecchiaia per sostenere i propri cari all’interno delle mura domestiche e non solo.

Sarebbe stata proprio per questo motivo una splendida occasione, il primo maggio, per dare un segnale di inversione di tendenza anche culturale. Premiare, accanto agli altri rappresentanti delle categorie professionali (cui va peraltro tutto il mio apprezzamento e la mia stima), che ne so, una casalinga, magari madre addirittura di molti figli, sarebbe stato davvero un segno di reale progresso nella percezione della reale, pulsante, vita sociale. Che attraverso questa figura si fosse tentato di riconoscere, in un modo che certamente mai sarà sufficiente, il silenzioso ma essenziale operare di queste lavoratrici e lavoratori all’interno della società sarebbe stato un segno. che, almeno qui, non si deve sempre cedere agli imperativi del mercato.

Cons. Pino Morandini

Stava, 22 anni dopo

17 luglio 2007

Stava, 22 anni dopo

Tutti siamo responsabili per la sicurezza e l’incolumità nostra e degli altri, sia come persone che come reggitori di una comunità. Ciò comporta approfonditi esercizi di previsione delle situazioni di rischio che si prospettano ed attuazione di misure preventive e correttive.

La tragedia di Stava, a 22 anni dall’evento, coi suoi 269 morti, insegna questo, proprio per impedire che accada ciò che era già accaduto ai superstiti del Vajont: il loro particolare scoramento nel constatare che la propria catastrofe non sia stata da noi vissuta come un qualcosa di cui far tesoro per evitare la tragedia di Stava. Imparare la lezione di quella tragedia e proporre le opportune future azioni correttive: questo è l’insegnamento più efficace che ci viene.

Penso in particolare alle aspettative di sicurezza dei cittadini e alla loro disponibilità per un approccio approfondito circa l’importanza di questi temi e la necessaria energia morale per affrontarli in modo efficace.

“Sarebbe bastata la normale diligenza” commentava a pochi giorni da quel 19 luglio ’85 un tecnico accorso sul luogo della disgrazia. In effetti già il primo bacino – come evidenziò il magistrato – aveva in sé i germi della catastrofe. La cui genesi pare situarsi proprio nel momento in cui furono scelti, per ospitare i bacini, i prati di Pozzole, senza alcuna attenzione alla natura dei terreni. Era facilmente prevedibile che l’evento si potesse verificare, e sarebbe stato semplice prevenire la tragedia: “Sarebbe bastato – scriveva uno degli avvocati della parti, esperto in materia – prosciugare e mettere in sicurezza i bacini quando il penultimo gestore cessò l’attività, sette anni prima dell’evento. Per una serie di decisioni sbagliate la miniera e i bacini che dovevano essere abbandonati, vennero riattivati”.

Il cuore e la mente vanno a quelle ore dell’immediatamente dopo, ripensando allo strazio di quei corpi e all’angoscia dei superstiti. E alcune riflessioni si impongono.

La prima è una speranza: che riemerga forte la solidarietà dei tempi immediatamente successivi alla catastrofe. Le Istituzioni mantengano alto lo zelo confortante che le aveva contraddistinte per tre lunghi anni da quel famoso 1985. La Giunta provinciale, in particolare, riservi le dovute attenzioni a tutto quanto può ancora fare in proposito.

La seconda riflessione è un auspicio: che la lezione di Stava serva per alimentare una reale cultura del lavoro e della tutela di chi vi opera e della comunità coinvolta, affinché cresca la presa di coscienza della reale pericolosità di certe attività e la necessità dei loro controlli. Per fare un esempio, a Virginia, nel Sudafrica, dove la lavorazione dell’oro avviene con modalità del tutto simili a quelle della fluorite (che si lavorava a Stava), tutti i responsabili e gli addetti sono coperti da consistenti polizze assicurative contro il rischio insito nell’attività. Con la benefica conseguenza di periodici controlli che le Compagnie assicurative esigevano al riguardo.

Ci serva di monito quanto in proposito annotava un magistrato, allorquando evidenziava che le iniziative a scopo preventivo sarebbero costate un decimo di quel che sono costati gli accertamenti dei periti.

L’ultima riflessione è un invito: a guardare avanti, facendo tesoro del passato per evitare altre catastrofi e lavorando per mantenere la “memoria attiva” di quanto è tragicamente accaduto.

Anche per questo va fortemente sostenuta, pure dalle Istituzioni, la Fondazione Stava 1985. Dopo la bocciatura, da parte del Consiglio regionale, di un nostro disegno di legge che andava in questa direzione, la Giunta ha recepito quella proposta, che poi il Consiglio ha approvato.

C’è bisogno di non dimenticare: perché catastrofi, come Stava, Cermis, Vajont, rimangano nella memoria di tutti; per rafforzare quella cultura del rispetto della vita umana e della sicurezza delle persone, alla cui mancanza vanno fatte risalire le cause di quelle catastrofi. A questo la Fondazione sta lavorando da tempo attraverso il Centro di documentazione.

Cons. Pino Morandini

giovedì 15 maggio 2008

Lettera a Pinter sullo Smantellamento della Regione e sulla Mancata Tutela dei Lavoratori

18 ottobre 2005

Violando le più elementari regole di trasparenza, la Giunta regionale ha persino bocciato una proposta di mozione che la impegnava semplicemente a riferire al Consiglio circa il modo con cui intende riorganizzare l’Ente Regione ed in particolare cosa intenda fare del relativo personale.

L’Assessore Stocker si è limitata ad assicurare che “non licenzierà nessuno” (sic!), che la Giunta “sta valutando”, che eventualmente proporrà un apposito disegno di legge, che intende “attivare tavole rotonde per consentire alle Province autonome di presentare le proprie istanze”…

Questo comportamento è semplicemente scandaloso sia dal punto di vista politico che istituzionale: politico, perché ci si rifiuta perfino di riferire all’Assemblea legislativa regionale, massimo organo dell’autonomia, in ordine al futuro di un Ente che sempre più viene ridotto da questa maggioranza a brandelli, privandolo a colpi di deleghe di competenze importanti, come da ultimo quella relativa al Catasto e al Tavolare; istituzionale, perché si calpestano le più elementari regole di confronto con la minoranza, che si vorrebbe ridotta a mera spettatrice del funerale della Regione.

Ma su questo non ci starò mai!

Cons. Pino Morandini