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venerdì 16 maggio 2008

in visita al carcere

Trento, 20 dicembre 2007

Gli auguri natalizi di Pino Morandini a detenuti e guardie penitenziarie

Un errore la costruzione

del supercarcere di Spini

Il consigliere Pino Morandini si è recato stamani in visita alle carceri di Trento per portare gli auguri natalizi alle guardie carcerarie e ai detenuti.

La visita del consigliere Morandini – che costituisce ormai un appuntamento tradizionale- ha voluto rappresentare un gesto di umanità nei confronti dei detenuti e, nel contempo, un atto di solidarietà nei riguardi delle guardie carcerarie costrette ad un duro ed impegnativo lavoro svolto ad organici ridotti e per tutto l’arco dell’anno.

I detenuti nelle carceri di via Pilati sono 96, dei quali solo 14 italiani. I reati più diffusi sono rapina, spaccio di stupefacenti e furto.

L’incontro con il direttore del carcere dott. Gaetano Carrubbo e con il comandante ed il Vicecomandante delle guardie penitenziarie, rispettivamente il commissario Angelo Fattacci e l’ispettore Staffieri, ha fornito l’occasione al consigliere per esprimere- la propria netta contrarietà alla costruzione del nuovo supercarcere di Spini di Gardolo, giudicato un grave errore.

Innanzitutto – ha spiegato Morandini - perché nella nuova cittadella penitenziaria (che ospiterà sino a 250 detenuti) troverebbero posto molti più detenuti, fra i quali molti provenienti da fuori provincia e macchiatisi di delitti assai gravi, venendo così a costituire un potenziale di pericolosità per l’intera comunità trentina.

In secondo luogo perché la decisione di ospitare negli alloggi costruiti nei pressi del carcere le famiglie delle guardie penitenziarie, produrrà una sorta di ghettizzazione del personale e delle rispettive famiglie, mentre sarebbe stato più giusto ricercare – pur attraverso agevolazioni- soluzioni nel contesto cittadino.

Morandini ha infine espresso contrarietà all’abbattimento dell’attuale carcere perché opera di pregio monumentale che va recuperata.

Sulla nomina del magistrato del T.A.R ad opera del Consiglio provinciale

Trento, 26 gennaio 2007

Sulla nomina del magistrato del T.A.R ad opera del Consiglio provinciale

Fin dalla loro istituzione, avvenuta nel 1971, i T.A.R. sono stati pensati quale servizio in sede locale, teso, da un lato, a garantire il cittadino nei confronti della pubblica amministrazione – verso la quale egli vive normalmente una condizione di “debolezza” o comunque di non pariteticità – d’altro lato, ad assicurare la conformità alle leggi degli atti dell’amministrazione stessa.

In proposito, taluno ha acutamente osservato (Nigro) che in tal modo i T.A.R. sono chiamati a svolgere un’importante funzione “politica” in sede locale. “Politica”, però, non nella comune accezione del termine (la separazione dei poteri dovrebbe valere a tuttoggi quale principio salutare per la democrazia), ma per il fatto di rappresentare una sede neutra ed imparziale tra le esigenze dei pubblici poteri locali e quelle dei cittadini.

Ora, il fatto che l’esercizio della funzione giurisdizionale venga effettuato in sede locale, porta a configurare, se svolto adeguatamente, un centro di autonomia, di indipendenza e di imparzialità, che non può che risaltare in termini positivi: per il locale Tribunale di Giustizia Amministrativa, che in tal modo svolge una funzione di cerniera tra le esigenze dei poteri in sede locale e quella dei cittadini; per questi ultimi, che si sentono garantiti ogniqualvolta la pubblica amministrazione deborda dai propri ambiti andando a violare loro interessi legittimi; per la stessa amministrazione, alla quale l’esercizio della funzione giurisdizionale amministrativa assicura il mantenimento della propria azione politica dentro l’alveo della legittimità.

Se ciò vale per ogni amministrazione locale, è destinato a maggior ragione a valere all’interno di quella realtà autonome, come la nostra, nelle quali gli organi rappresentativi, in questo caso l’Assemblea legislativa, sono chiamati al compito di nominare magistrato (due) nel locale Tribunale Amministrativo. Compito questo estremamente delicato ed importante, perché esplicativo del potere di intervenire, attraverso detta nomina, nella composizione dell’organico T.A.R., integrandolo con un membro destinato a far parte potenzialmente di tutti i Collegi attraverso il quali il T.A.R. svolge le proprie funzioni giurisdizionali.

A maggior ragione, proprio quel vincolo cogente statutariamente previsto a tutela delle esigenze locali – qual’è la nomina di magistrati del T.A.R. di Trento ad opera del Consiglio provinciale – deve far porre l’ attenzione che non si snaturi quel quadro di autonomia e di indipendenza che é caratteristica peculiare del potere giudiziario.

Per questo la comunità locale ha il dovere, proprio perché ha il potere di designare fuori concorso delle persone ad incarichi tanto delicati, di indicare soggetti che offrano le stesse garanzie del magistrato di carriera, la cui nomina è l’esito positivo di un concorso pubblico nazionale per esami e per titoli. Trattasi, fra le altre, delle garanzie di indipendenza di giudizio, di preparazione giuridica e di esperienza nell’ambito giudiziario. Lungi da valutazioni sui singoli candidati, tutte quante persone degne, lo scegliere all’interno delle pubbliche amministrazioni, nel mentre può dare precise garanzie circa la preparazione giuridica, rischia di non offrirne altrettante, almeno sulla carta, quantomeno con riferimento all’indipendenza del giudizio e all’esperienza in ambito giudiziario.

In particolare, sulla prima, se si pensa che l’Amministrazione, è pur sempre una delle parti nel giudizio davanti al T.A.R.

Mi parrebbe invece corrispondere alle suindicate esigenze un’indicazione proveniente dall’ambito del Foro trentino, certamente capace di individuare tra i suoi professionisti persone autorevoli e competenti, nonché libere da condizionamenti di sorta. Così, com’è accaduto, comprovato poi sul campo, con le nomine a magistrati del T.A.R. degli avvocati Ravagni e Bronzetti.

dott. Pino Morandini

magistrato T.A.R.

Sull'indulto

Trento, 4 agosto 2006

Sull’indulto

E così, a mo’ di colpo di spugna, il Parlamento ha disposto l’indulto. Il quale, è noto, condona la pena, ma non estingue il reato. Con la conseguenza, fra l’altro, che chi è responsabile di recidive (più reati dello stesso tipo), si vedrà aumentata la pena.

Vien da chiedersi subito per quale motivo razionale, essendo invariato il quadro normativo, uno che ha commesso reati entro maggio, esce di carcere, nel mentre chi li ha compiuti dopo, resta dentro! Ma, a parte l’anzidetta discriminazione tra i rei – cosa tutt’altro che irrilevante in uno Stato che intenda definirsi di diritto – non vedo perché, se il Parlamento non intende applicare una legge, non la cancelli, anziché creare disuguaglianze tra i rei.

La pena, a mio avviso, va applicata, per il principio c.d. della certezza della pena, specie per i reati gravi. E non si capisce perché l’omicidio doloso non sia stato considerato atto grave, visto che pure su di esso interviene il colpo di spugna dell’indulto! “Certezza della pena”, si diceva: non solo per un criterio generale di tipo preventivo, che funge da deterrente in vista di eventuali reati, ma pure per la funzione pedagogica della pena stessa e della sua caratteristica “rieducatrice”. Oltrechè per un’integrità razionale del sistema: il sistema deve essere effettivo.

Si dirà che detta funzione “rieducativa” la pena rischia di perderla stante il sovraffollamento delle carceri. Ma a questo non si può rimediare in fretta e furia con un colpo di spugna. E basta. Senza prevedere seri programmi di reinserimento sociale per i detenuti. O di reinserimento lavorativo per chi già è pronto per esso (quali lavori si possono trovare ad agosto?). E pure senza una revisione organica del codice penale, già pronta in virtù del lavoro prezioso redatto dalla Commissione incaricata dal precedente Governo. Per non contare il preoccupante innalzamento dell’allarme sociale e di vera e propria paura che quest’indulto genera in molti cittadini!

Si dirà che è un dovuto atto di clemenza, sostanzialmente invocato da Giovanni Paolo II, allorquando visitò lo scorso 14 novembre 2002 i parlamentari riuniti in seduta comune. A parte il fatto che quell’invocazione già ottenne di lì a poco una risposta (il c.d. indultino) vien da chiedersi perché mai il Pontefice lo si ascolta solo là e quando lo si vuole e non invece su questioni ben più dirimenti e che attengano a valori non negoziabili, quali la vita umana e la famiglia, su cui pure chiese in quell’occasione al Parlamento provvedimenti chiari e tempestivi per il bene di tutti.

Cons. Pino Morandini