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venerdì 23 ottobre 2009

Va rivista la deliberazione giuntale n.2220 sugli istituti professionali e si deve perseguire un reale rilancio dell’istruzione professionale trentina

“Va rivista la deliberazione giuntale n. 2220 sugli istituti professionali e si deve perseguire un reale rilancio dell’istruzione professionale trentina”

Con l’approvazione della delibera n. 2220 dell’11 ottobre 2009, la Giunta ha inteso operare un rinnovamento del quadro dell’offerta formativa scolastica trentina.
Trattasi, almeno negli intenti, di una semplificazione della gamma di proposte didattiche, semplificazione che, in effetti, andrebbe a tutto vantaggio degli studenti, che, conseguita la licenza delle scuole medie, troverebbero davanti a loro un ventaglio più chiaro e meno dispersivo di possibilità formative sulle quali investire in vista o di ulteriori studi, in quel caso universitari, oppure di un lavoro.
Ebbene, se questo voleva essere lo spirito della delibera, spirito che peraltro anima l’intera revisione delle offerte didattiche in corso in Italia, occorre sottolineare come sia stato frainteso ed equivocato.
Soprattutto perché gli istituti professionali statali presenti in Trentino verrebbero letteralmente smantellati e suddivisi tra scuole di formazione tecnica e scuole di formazione professionale, scuole che tuttavia non rappresentano, né una né l’altra, una precisa corrispondenza con gli istituti che andrebbero a rimpiazzare sul quadro dell’offerta formativa.
La non corrispondenza tra gli istituti professionali statali e le altre realtà scolastiche è riscontrabile su due livelli.
Anzitutto, è bene ricordare come, mentre le scuole di formazione tecnica offrono a chi le frequenta un insieme di competenze di carattere più teorico, e quelle di formazione professionale, invece, un insieme di competenze più pratiche, gli istituti professionali statali rappresentano una feconda sintesi tra queste due proposte.
Non solo: gli istituti professionali statali rappresentano la sola possibilità per gli studenti trentini interessati alla formazione professionale, di provare ad accedere all’università. Questo perché solo gli istituti professionali statali, di durata quinquennale, rilasciano, come suggerisce la stessa qualifica di “statale”, diplomi riconosciuti dallo Stato come requisiti idonei per l’accesso al mondo universitario.
Di più: questi istituti rivestono un ruolo significativo anche nel contenimento del fenomeno dell’abbandono scolastico, spesso frequente tra quei giovani non intravedono, ad esempio, nella formazione liceale, una reale garanzia per un futuro nel mondo del lavoro.
Oltre alla maldestra conversione degli istituti professionali statali in scuole di formazione professionale e di formazione tecnica - conversione che, a dir il vero, assomiglia più ad una soppressione -, merita di essere sottolineato un altro aspetto di non secondaria rilevanza, ossia l’assenza di corrispettivi di indirizzi, tra l’offerta didattica presente e quella che si verrebbe a configurare.
Un esempio su tutti è quello degli Istituti sociali, che non troverebbero, nel quadro del rinnovamento in corso, alcun corrispettivo formativo.
Il che non rappresenterebbe solo un pesante impoverimento dell’offerta didattica per gli studenti trentini che, conseguita la licenza media, si affacceranno al mondo dell’istruzione media-superiore, ma anche un problema per quei giovani che, per ragioni familiari o altro, fossero iscritti ad un istituto sociale di un’altra realtà, per esempio quella del Veneto o della Lombardia.
Costoro, infatti, se decidessero di trasferirsi coi genitori in Trentino, si troverebbero del tutto impossibilitati a proseguire i loro studi, studi che invece potrebbero continuare praticamente in ogni altra regione d’Italia. Si tratterebbe pertanto di un pesante impoverimento per la scuola trentina, impoverimento che sarebbe bene scongiurare senza per questo paralizzare riforme che pure sono necessarie in vista di una quanto mai auspicata semplificazione del quadro della formazione didattica.
Detta semplificazione, tuttavia, dovrebbe tener conto dell’attuale realtà scolastica trentina senza andare ad impoverire l’offerta formativa presente, a scapito prima di tutto di quei giovani che, senza escludere a priori la possibilità di iscriversi in futuro all’università, preferiscono concentrarsi in primo luogo sulla formazione professionale.
La deliberazione in questione, con le riflessioni ed il dibattito che ha sollevato, induce a porre l’attenzione sull’intero sistema delle scuole professionali esistenti sul territorio provinciale.
Trattasi di un sistema importante nel nostro assetto autonomistico e scolastico che, anche in virtù della particolare potestà legislativa riconosciuta alla Provincia Autonoma di Trento, ha configurato negli anni gli istituti professionali come una realtà utile per molti studenti , anche e soprattutto al fine del loro inserimento nel mondo del lavoro
Peraltro, a distanza di anni dalla loro istituzione, proprio ai fini di un loro miglioramento e promozione, pare quanto meno necessaria una verifica in ordine agli istituti professionali. Non certo con atteggiamenti preconcetti, ma semplicemente perché l’”usura del tempo” richiede un loro rilancio.
Affinché questo si renda davvero possibile, occorre procedere ad una verifica circa i metodi, gli strumenti, i contenuti della formazione professionale.





Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

1) bloccare la delibera n.2220 in vista di una più serena e organica revisione del quadro dell’offerta didattica che tenga più conto della realtà presente, senza per questo escludere la possibilità, o meglio l’opportunità, di una semplificazione del quadro formativo delle scuole superiori attualmente presente in Trentino;

2) disporre una verifica sul sistema dell’istruzione professionale esistente in provincia in Trento, in particolare quanto ai programmi, al fine attuali ed all’altezza dei tempi rispetto alla nuova situazione economica che si sta profilando.

mercoledì 14 ottobre 2009

“Occorre predisporre specifiche campagne di formazione ed informazione contro l’abuso di alcolici per i più giovani”

Trento, 8/10/2009

Al Presidente del Consiglio Provinciale

Giovanni Kessler

SEDE



Proposta di mozione



“Occorre predisporre specifiche campagne di formazione ed informazione contro l’abuso di alcolici per i più giovani”




Come ogni dipendenza, anche quella da alcolici rappresenta una minaccia sociale molto seria, soprattutto per i più giovani.

Se infatti l’alcolismo è purtroppo piaga nota, decisamente inedite sono invece le forme mediante le quali detta dipendenza sta prendendo piede, andando a colpire in modo consistente fasce di giovani un tempo estranee a questo problema, come per esempio i giovanissimi e il pubblico femminile.

Ad aver determinato questo devastante fenomeno sono diversi fattori.

Certamente non ha giovato un’ormai decennale cultura dello sballo, che ha promosso, anche a scapito della stessa tutela della salute, una sfrenata rincorsa alla trasgressione in quanto tale ed al rifiuto sistematico del buon senso, additato come imposizione autoritaria dalla quale prendere le distanze, in nome di una non meglio definito senso della ribellione.

A questo si aggiunga la distribuzione commerciale, sempre più capillare, dei cosiddetti “alcopops”, le bevande a basso tasso alcolico, il cui aumento, dal 1997 al 2001, è stato del 32,7%.

Trattasi di bevande che, pur contenute nelle ricadute che possono arrecare, rappresentano ugualmente una pericolosa minaccia per i più giovani, che ricorrendovi vengono, anche in età giovanissime, iniziati agli aperitivi, rituali da tempo trasformatisi da occasioni di saluto preserali quali erano, a momenti di trasgressione.

Come accennavamo poc’anzi, anche il pubblico di utenti degli alcolici, cambiato rispetto a quello di pochi anni addietro, sembra diversificarsi: lo psicobiologo americano Robert Cloninger, studioso della Washington University, a questo proposito ha messo in luce come, mentre i ragazzi sarebbero più orientati al consumo di birra, le ragazze, le vere nuove protagoniste della crescita di diffusione dell’alcool, sarebbero più orientate al ricorso a vino e ad aperitivi, bevande aventi notoriamente una più elevata gradazione alcolica.

A smentire chi tenta di minimizzare il problema vaneggiando talora di presunti benefici che porterebbe l’uso di alcool, ci hanno pensato le stesse riviste scientifiche.

Sulle pagine dell’autorevolissima rivista inglese Lancet, Ian Gilmore del Royal College of Psysicians ha affermato testualmente:”Non è vero, o meglio non è dimostrato, nonostante che si provi da molti anni a dar credito alla colorita diceria degli effetti benefici sul cuore e sui vasi. Non c’è un livello di alcolici scevro di rischi: nessuno lo ha scovato. E anche il privilegio, tutto francese, di non avere il colesterolo sopra le righe nonostante il gran numero di burro, attribuito al potere antiossidante dei polifenoli del vino rosso, è solo un’ipotesi affascinante”.

Se non abbiamo notizia di effetti benefici dell’alcool, conosciamo invece molto bene le devastanti conseguenze negative che arreca praticamente su quasi tutti gli organi e i tessuti del corpo: cirrosi epatica, epatiti alcoliche, varici esofagee anche sanguinanti, gastriti e ulcere, polinevriti a carico degli arti, infarto cardiaco, ipertensione e formazioni cancerose su bocca, esofago, stomaco sono solo alcuni di questi effetti.

Tornando alle mutate forme dell’alcolismo, Franca Beccaria dell’Università di Torino, in occasione del recente convengo “Alcol e generazioni: continuità e cambiamenti”, tenutosi nell’ex capitale d’Italia lo scorso 15 maggio, ha sottolineato con singolare chiarezza come le nuove forme rituali del problema siono riconducibili ad abusi di bevande che si consumano quasi esclusivamente in gruppo, che svolge simultaneamente il ruolo di nocciolo identitario e di nucleo di controllo, ad una sorta di nuova Sindrome di Stendhal che riconduce il disagio alla precarietà di scelte che investe l’attuale generazione di giovani, ed un ricorso ansiolitico e anestetizzante degli alcolici, che diventerebbero in questo modo l’estremo rimedio a squilibri affettivi e relazionali altrimenti percepiti come incolmabili.

Nel medesimo convegno, il professor Franco Prina si è interrogato su un altro aspetto spesso poco considerato dalle istituzioni, ovvero un orientamento che enfatizza, a scapito di un progetto educativo più organico e compiuto, la sola dimensione prescrittiva come disincentivo al ricorso all’alcool.

Del resto, se si lancia uno sguardo al panorama internazionale, si segnalano numerosi tentativi, taluni anche assai originali, per arginare la diffusione dell’alcolismo.

Il più curioso fra questi è certamente la Security Feel Beer, conosciuta come “bibita anti-sbornia” e già diffusa in Francia, Germania, Svizzera, Russia e Cina.

Trattasi di una bevanda al gusto di mela e pera e a base di acido asorbico e acido citrico, che sarebbe in grado di ridurre addirittura del 50% in soli 40 minuti.

Ma promuovere soluzioni come queste, com’è evidente, significa solo riconoscere una pesantissima sconfitta educativa che le istituzioni non devono per nessuna ragione accettare.

Anche perché in gioco non ci sono astratte considerazioni, bensì la vita dei nostri giovani che, in seguito all’uso di alcool, mettono sempre più a rischio la loro vita e quella di chi come loro si mette al volante.

A questo riguardo, come si dice, sono i numeri a parlare: in Trentino, nel solo primo semestre del 2009, sono stati 47.196 le infrazioni registrate in seguito a guida in stato di ebbrezza.

Nel medesimo periodo, gli incidenti mortali sono stati ben 16: un vero bollettino di guerra per una Provincia con un contenuto numero di abitanti, anche perché molto spesso si tratta di vittime giovani, con davanti a sé tutta la vita nonché risorse insostituibili anche per il Trentino, oltre che per l’affetto dei loro cari.

Ragion per cui urge l’immediata predisposizione di un progetto educativo che sappia, entro breve, potenziare in modo efficace la finora troppo debole campagna di sensibilizzazione su queste tematiche.

Un esempio da imitare, a questo proposito, è quello posto in essere dalla Asl di Milano, che ha deciso di inviare i propri operatori nelle scuole al fine di insegnare ai giovani come affrontare e motivare gli opportuni rifiuti all’alcool.

Ecco come Riccardo Gatti, direttore del dipartimento Dipendenze dell’Asl di Milano spiega detto piano educativo:”Noi abbiamo messo a punto un metodo che si basa sulla drammatizzazione delle situazioni […] il problema maggiore è sapere dire di no ai suoi amici senza per questo sentirsi discriminato o isolato dal gruppo. Noi insegniamo questo, a rifiutare l’offerta e a proporre alternative. Insegniamo a dire di no”.

E’ evidente come siffatti progetti rispondano in modo molto più diretto di molta cartellonistica, anche perché mirano ad intercettare direttamente i giovani, senza affidarsi a strategie esterne quali sono le campagne di sensibilizzazione, troppo spesso ignorate.

Di qui l’esigenza, anche per il Trentino, di mobilitare i propri esperti secondo un programma ed un calendario prestabilito che possa consentir loro di portare nelle scuole e non solo, le ragioni che un giovane dovrebbe far proprie per dire di no allo sballo, e per seguire una crescita ed una maturità più piena e lungimirante.

Anche perché, accanto a quelle sopraccitate, ci sarebbero diverse modalità con le quali promuovere una sensibilizzazione a questo tema, talune anche gradevoli per gli stessi alunni, come ad esempio l’organizzazione di concorsi dove si premiano i temi ed i disegni migliori in ordine alla prevenzione di alcool.

Così facendo, infatti, si potrebbe ampliare l’opera di prevenzione anche agli alunni più giovani, rinforzando di molto quel progetto educativo del quale le istituzioni dovrebbero farsi carico, in modo da non lasciare alle sole famiglie - che pure ne sono le prime interessate – e alle comunità che operano già da decenni nel settore, l’onore e l’onere di far capire ai giovani l’importanza di una vita sana, nella quale i valori principali non siano la trasgressione e lo sballo, ma l’amore per sé stessi e per il prossimo.

Benché possa apparire un’opera titanica, la posta in gioco è troppo alta per rinunciare preventivamente a questa scommessa: ne va del nostro futuro, oltre che del nostro presente.









Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:



1) predisporre quanto prima un calendario organico e completo di lezioni ed incontri formativi ed informativi secondo le linee di cui in premessa all’interno di scuole, gruppi di volontariato, oratori, per divulgare con forza il messaggio di rifiuto e di prevenzione nei confronti dell’abuso di alcolici ;

2) accrescere le misure di sostegno alle comunità che seguono ragazzi con problemi di alcolismo;

3) indire appositi concorsi presso le scuole che, mediante premi per i migliori temi e disegni, valorizzino anche tra i più giovani la cultura della vita e dell’amicizia in antitesi alle culture della trasgressione e dello sballo.

..a Proposito di Chico Forti

Caro De Battaglia,

Le scrivo per sottoporre all’attenzione del “Diario”, finestra attenta e quotidiana sul mondo trentino, un’importante e coraggiosa presa di posizione del nostro Consiglio Regionale che, in data 22 settembre, ha approvato all’unanimità una Mozione proposta dal sottoscritto con la quale ha inteso “adoperarsi, unitamente al Presidente della Giunta, presso le competenti Istituzioni nazionali - Capo dello Stato e Presidente del Consiglio - affinché possa essere chiesta alle Autorità statunitensi quantomeno una revisione del processo che ha visto la condanna dell'imprenditore trentino Enrico Forti”.

L’approvazione di questa mozione segna un importante passo in avanti per la vicenda di Enrico “Chico” Forti, imprenditore trentino implicato, processato e condannato come colpevole in una vicenda torbida quanto ambigua, che ha visto un processo assai sommario della cui trasparenza, per innumerevoli motivi, è oltremodo ragionevole dubitare.

A tutt’oggi, ed ormai da nove anni, Chico Forti è richiuso in un carcere della Florida, senza che più nulla si sia mosso. Lodevolmente sono sorte spontanee aggregazioni di cittadini sia negli Usa che in Italia – qui un apposito Comitato –ma le competenti autorità statunitensi, a tutt’oggi, non hanno ritenuto di riaprire il caso giudiziario, nonostante le molte ombre che lo hanno accompagnato.

Benché non si intraveda, quindi, un’immediata risoluzione dell’”odissea” dell’imprenditore, confesso d’aver provato immensa soddisfazione finalmente la politica impegnata in modo diretto, concreto e trasversale per la difesa dei diritti dei propri cittadini,in questo caso anche sul versante di questioni di rilievo internazionale.

In tempi di crisi economica e di comprensibile disaffezione sociale verso il mondo della politica, vedere un Consiglio regionale che approva all’unanimità una mozione atta a difendere la dignità e la vita di un proprio concittadino, è un segnale importante, che fa bene sperare. E che risponde concretamente a chi, per fede o per tenacia, non ha mai perso la speranza, come il sottoscritto. Auspico vivamente che i vertici nazionali tengano in somma considerazione il voto unanime della massima Autorità regionale, per il quale ringrazio ciascun componente.

Pino Morandini

domenica 27 settembre 2009

Mozione su Chico Forti approvata all'unanimità dal Consiglio Regionale

“Enrico Forti ha diritto ad un processo”



Dopo appena venticinque giorni di processo sommario, il 15 giugno del 2000, Enrico Forti, imprenditore trentino recatosi all’estero per ragioni di lavoro, venne condannato per omicidio.

L’intera vicenda ha dell’incredibile: costui, secondo la giuria popolare della Dade Country di Miami, sarebbe il mandante dell’omicidio di Dale Pike, figlio di Antony Pike, conoscente di Forti a quel tempo in gravi difficoltà economica.

Per comprendere l’inconsistenza delle accuse mosse a Forti, non occorre scendere nei particolari e basta rammentare, com’è stato ampiamente provato, che l’intero contatto tra Forti e Dale Pike è durato appena mezz’ora, che i due non si erano mai incontrati e che l’imprenditore trentino non aveva alcuna ragione per vendicarsi col padre del ragazzo, che, anzi, avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, vale a dire il 18 febbraio, a New York.

Inoltre - a parte il fatto che non è mai stata trovata l’arma del delitto, che nessuno ha mai provato in alcun modo il contatto tra l’assassino di Pike, tutt’ora senza nome, e Forti - ulteriore prova dell’innocenza dell’imprenditore trentino è riscontrabile nel fatto che costui, convocato come persona informata dei fatti poco dopo l’omicidio, si recò spontaneamente e senza avvocato al dipartimento di polizia. Comportamento assai singolare, per un potenziale mandante d’omicidio.

A questo si aggiunga la totale assenza a suo carico, escluse quelle “circostanziali”, la cui inconsistenza è denunciata dallo stesso vocabolo, che rimanda a circostanze, coincidenza, ma certo non a certezze o a fatti.

L’assenza di prove a carico di Forti fu tale che il pubblico ministero locale, Reid Rubin, impiegò ben ventotto mesi per predisporre la sua arringa finale, un vero e proprio record, tipico di chi è costretto a costruire un impianto accusatorio sulle sabbie mobili.

Paradosso finale dell’intera vicenda, fu che la parola finale, al processo, venne concessa proprio al pubblico ministero Rubin, che fu pertanto libero di avanzare la più strampalata delle teorie, consapevole del fatto che né Forti, né il suo avvocato avrebbero potuto opporre replica alcuna.

Questo l’incredibile pronunciamento, dopo appena poche ore di ritiro, della Corte:

“La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ha la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale”.





Ciò premesso il Consiglio regionale della Regione Autonoma Trentino- Alto Adige/Südtirol impegna il Presidente del Consiglio e l’Ufficio di Presidenza



ad adoperarsi, unitamente al Presidente della Giunta, presso le competenti Istituzioni nazionali – Capo dello Stato e Presidente del Consiglio – affinché possa essere chiesta alle Autorità statunitensi quantomeno una revisione del processo che ha visto la condanna dell’imprenditore trentino Enrico Forti.

lunedì 21 settembre 2009

Proposta di mozione : “Enrico Forti è innocente, aiutiamolo”

Dopo appena venticinque giorni di processo sommario, il 15 giugno del 2000, Enrico Forti, imprenditore trentino recatosi all’estero per ragioni di lavoro, venne condannato per omicidio.

L’intera vicenda ha dell’incredibile: costui, secondo la giuria popolare della Dade Country di Miami, sarebbe il mandante dell’omicidio di Dale Pike, figlio di Antony Pike, conoscente di Forti a quel tempo in gravi difficoltà economica.

Per comprendere l’inconsistenza delle accuse mosse a Forti, non occorre scendere nei particolari e basta rammentare, com’è stato ampiamente provato, che l’intero contatto tra Forti e Dale Pike è durato appena mezz’ora, che i due non si erano mai incontrati e che l’imprenditore trentino non aveva alcuna ragione per vendicarsi col padre del ragazzo, che, anzi, avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, vale a dire il 18 febbraio, a New York.

Inoltre - a parte il fatto che non è mai stata trovata l’arma del delitto, che nessuno ha mai provato in alcun modo il contatto tra l’assassino di Pike, tutt’ora senza nome, e Forti - ulteriore prova dell’innocenza dell’imprenditore trentino è riscontrabile nel fatto che costui, convocato come persona informata dei fatti poco dopo l’omicidio, si recò spontaneamente e senza avvocato al dipartimento di polizia. Comportamento assai singolare, per un potenziale mandante d’omicidio.

A questo si aggiunga la totale assenza a suo carico, escluse quelle “circostanziali”, la cui inconsistenza è denunciata dallo stesso vocabolo, che rimanda a circostanze, coincidenza, ma certo non a certezze o a fatti.

L’assenza di prove a carico di Forti fu tale che il pubblico ministero locale, Reid Rubin, impiegò ben ventotto mesi per predisporre la sua arringa finale, un vero e proprio record, tipico di chi è costretto a costruire un impianto accusatorio sulle sabbie mobili.

Paradosso finale dell’intera vicenda, fu che la parola finale, al processo, venne concessa proprio al pubblico ministero Rubin, che fu pertanto libero di avanzare la più strampalata delle teorie, consapevole del fatto che né Forti, né il suo avvocato avrebbero potuto opporre replica alcuna.

Questo l’incredibile pronunciamento, dopo appena poche ore di ritiro, della Corte:

“La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale”.

Non fosse vero, questo terribile responso sarebbe perfetto sulle labbra di un comico televisivo: come può, in totale assenza di prove, bastare una “sensazione” che pur essendo tale appare, non si capisce come, fondata “al di là di ogni dubbio”, al punto di condannare, senza appello, una persona al carcere a vita?

L’intera vicenda, con ogni evidenza, ha dell’incredibile.

Ragion per cui le istituzioni del Trentino – Alto Adige, regione da cui Forti proviene, non possono prolungare la propria indifferenza davanti alla grave condanna comminata senza prova alcuna a un proprio concittadino, e debbono invece sollecitare il Governo Italiano a prendere quanto prima provvedimenti in difesa di un innocente incarcerato a vita.





Ciò premesso il Consiglio regionale della Regione Autonoma Trentino- Alto Adige/Südtirol impegna il Presidente del Consiglio e l’Ufficio di Presidenza



ad adoperarsi, unitamente al Presidente della Giunta, presso le competenti Istituzioni nazionali – Capo dello Stato e Presidente del Consiglio – affinché possa essere chiesta alle Autorità statunitensi quantomeno una revisione del processo che ha visto l’assurda condanna dell’imprenditore trentino Enrico Forti.

mercoledì 16 settembre 2009

Interrogazione:“Urge istituire, anche in Trentino, la copertura previdenziale del periodo di assistenza ai familiari non autosufficienti”

Trento, 25/8/2009





Al Presidente del Consiglio regionale

Marco Depaoli

SEDE





Proposta di mozione



“Urge istituire, anche in Trentino, la copertura previdenziale del periodo di assistenza ai familiari non autosufficienti”




La Legge regionale n.1 del 18 febbraio 2005, denominata da chi governa la Regione “Pacchetto famiglia e previdenza sociale”, prevede, all’articolo 2, l’intervento finanziario della Regione stessa al fine di garantire la copertura previdenziale a chi assiste familiari non autosufficienti.

Rappresenta una misura di doveroso sostegno alle persone che prestano della preziosa assistenza oltreché di necessaria attenzione alle famiglie che scelgono, senza gravare nelle strutture pubbliche, di assistere i propri congiunti non autosufficienti.

In tal modo, accollandosi non solo il non facile compito di assistere in casa i propri congiunti, ma pure inducendo un consistente risparmio di pubblico danaro, se si pensa a quanto il costo per l’assistenza in una Casa di Riposo.

Peccato che detta copertura previdenziale, secondo quanto disposto dall’art. 9 del D.P. Reg. 4 giugno 2008, n.3/L, sia assente nella provincia di Trento. E questo nonostante quella copertura sia prevista dalla citata Legge regionale 1/2005 e debba quindi attuarsi in entrambe le Provincia, ivi compresa quella di Trento.

E’ un vuoto, quello in parola, che indubbiamente colpisce numerose famiglie che, di quella copertura previdenziale, avrebbero un gran bisogno, per essere sostenute nella cura e custodia dei loro cari non autosufficienti. E che ricade negativamente in modo particolare sulle persone specificamente impegnate nella relativa assistenza.

Ragion per cui si ritiene quanto mai opportuno, oltre che urgente, che si provveda pure in Trentino, a rendere disponibile il contributo da erogarsi nei periodi di assistenza a familiari non autosufficienti. Anche perché siffatta provvidenza è prevista da una legge regionale in vigore ormai da quasi cinque anni, che attende allora di essere attuata per questa sua parte, anche per il rilievo sociale che essa riveste.



Ciò premesso il Consiglio regionale impegna la Giunta a:



1) rivedere con urgenza il regolamento attuativo della Legge regionale n.1 del 18 febbraio 2005, al fine di dare esecuzione anche alla copertura previdenziale anche per chi assiste persone non autosufficienti in modo che, anche in Trentino, le famiglie che decidono di gestire autonomamente un congiunto non autosufficiente lo facciano con un adeguato sostegno;

martedì 1 settembre 2009

Mozione Franchigia da rivedere per case I.T.E.A.

CONSIGLIO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

Gruppo Consiliare Il Popolo della Libertà

Trento, 8/7/2009

Al Presidente del Consiglio Provinciale

Giovanni Kessler

SEDE

Proposta di mozione

“Franchigia da rivedere per le case Itea”

Secondo un censimento del 2007, gli inquilini che alloggiano presso le case Itea sono oltre ventimila. Ora, benché questa cifra possa apparire importante, in termini percentuali si tratta di un numero esiguo se raffrontato a quello complessivo di coloro che avanzano richiesta di alloggio pubblico: le assegnazioni totali, infatti, sono circa il 12% delle oltre cinquemila richieste che ogni anno pervengono ad Itea spa.

Questo significa che la fascia di cittadini interessati ad un alloggio pubblico subisce una pesante penalizzazione da una selezione che, di fatto, accontenta appena una ristretta minoranza di famiglie.

A questa selezione, restrittiva al punto da apparire quasi iniqua, si aggiunge, per i beneficiari degli alloggi pubblici, una regolamentazione altrettanto penalizzante.

L’ingiustizia della legge, infatti, è sotto gli occhi di tutti e in più occasioni, fin dalla sua approvazione, chi scrive si è premurato di rappresentarne in motivi. Ma anche sul versante dei provvedimenti amministrativi, siffatta iniquità emerge. Basti pensare al parametro Icef, più volte contestato in questi anni, anche proponendo misure sostitutive.

La Giunta provinciale ha finalmente deciso di rivedere quel parametro, approntando una deliberazione che aumentasse la franchigia in modo tale – come più volte abbiamo richiesto – da non colpire il comportamento virtuoso del risparmio.

Fino ad oggi, sono state esentate fiscalmente solo le famiglie che aventi risparmi uguali o inferiori a 20 mila euro.

Orbene, anche senza consultare tabelle e statistiche, si può comprendere come una simile franchigia finisca per scoraggiare un comportamento che invece meriterebbe di essere incentivato in quanto lodevole, ovvero quello del risparmio.

Beninteso: non si sta parlando di risparmi di chissà quale entità, tipici di nuclei famigliari economicamente facoltosi e pertanto non interessati agli alloggi pubblici, bensì di quelle poche decine di migliaia di euro che, legittimamente, anche cittadini di ceto medio, specie se lavoratori da decenni, possono aver messo da parte, magari con la speranza di offrire qualche garanzia futura in più a figli e nipoti.

Deve esser precisato che innalzando il livello di franchigia, fissandolo per esempio a 40 mila euro, diversamente da come si vuole far credere, non si attuerebbe affatto un’agevolazione nei confronti di cittadini ricchi o, peggio ancora, di chi imbroglia evadendo il fisco.

Ciò è facilmente dimostrabile sulla base di due elementari considerazioni.

La prima: qualificare come ricco un nucleo famigliare che abbia risparmi superiori a ventimila euro significa ignorare i parametri – che sono ben altri - che effettivamente qualificano una famiglia come abbiente.

La seconda: i lavoratori in proprio sono appena il 5,2% dei cittadini alloggiati presso case Itea; questo significa che se, per assurdo, questi fossero tutti incalliti evasori fiscali – si tratta, con ogni evidenza, di una follia – un provvedimento che innalzasse la franchigia, posto che chi evade il fisco già ora elude norme beneficiando indebitamente di privilegi, forse faciliterebbe la vita a qualche truffatore, ma i maggiori beneficiari sarebbero comunque cittadini per forza di cose in regola con la dichiarazione dei redditi quali soni gli impiegati e gli operai.

Particolare attenzione, inoltre, andrebbe rivolta alle famiglie tra i cui componenti vi sia un disabile grave, alle quali oggi viene riservato un trattamento del tutto iniquo, che sottovaluta di molto la difficoltà che comporta un famigliare non autosufficiente.

Assodata l’importanza di ritoccare la franchigia, una riforma ragionevole in proposito, come suggerito da più parti, sarebbe quella di raddoppiarla, fissando a quarantamila euro il tetto del risparmio non calcolato.

Si tratterebbe, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, di un provvedimento importante, che andrebbe a sostenere una politica, quella del risparmio famigliare, decisamente meritoria.

Inoltre si potrebbe in questo modo ovviare al problema degli sfratti, che oggi, a causa dell’opinabilissimo parametro Icef fissato a 0,34, vengono imposti anche a nuclei famigliari bisognosi. Gli esempi da citare, a questo proposito, sarebbero tantissimi, ma per ragioni di spazio occorre limitarsi a ribadire la necessità di una revisione di un parametro, quello dello 0,34, decisamente anacronistico e penalizzante.


Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. raddoppiare la franchigia per il calcolo dell’Icef per l’alloggio Itea, oggi fissata da 20 mila euro, rendendola di 40 mila euro;
  2. fissare a 65 mila euro la franchigia per le famiglie con almeno un componente invalido al 75%;
  3. istituire un gruppo di analisi che si impegni, su un piano più generale, a valutare l’idoneità del parametro Icef, ad oggi fissato a 0,34;
  4. sospendere temporaneamente gli sfratti ordinati sulla base di riscontri poco superiori all’attuale valore del parametro Icef;

Mozione Ru 486

CONSIGLIO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO



Gruppo Consiliare Il Popolo della Libertà

Trento, 31/7/2009



Al Presidente del Consiglio Provinciale

Giovanni Kessler

SEDE


Proposta di mozione

”R.U.486: urge fare chiarezza sulle sue conseguenze ed intanto sospenderne con urgenza l’utilizzo”

E così, l’Agenzia Italiana del Farmaco (A.I.F.A.) ha autorizzato la commercializzazione in Italia della R.U. 486, la pillola abortiva. La notizia era nell’aria da qualche giorno, ma sino all’ultimo si sperava in un ripensamento, che purtroppo non c’è stato. A questo punto, assume ancora maggiore rilevanza l’iniziativa dello scorso 19 giugno ad opera del Ministero del Welfare italiano, concretizzatasi nella stesura di un dossier sulla R.U.486, fatto recapitare all’A.I.F.A., iniziativa che le istituzioni regionali e provinciali non possono ignorare.

Infatti l’azienda produttrice del farmaco, la francese Exelgyn, a dispetto della cifra ufficiale, ferma a 16 decessi, ha comunicato all’A.I.F.A., che le morti per R.U.486 sono in realtà 29.

Essa, come è noto, è in fase di uso e sperimentazione anche in Trentino.

La morte è peraltro solo la più grave di tutta una serie di conseguenze imputabili all’uso della R.U.486.

Infatti, come denunciarono già nel lontano 1991 Janice G. Raymond, Renate Klein e Lynette J. Dumble, tre femministe dichiaratamente abortiste, la RU486 – sorvolando sul fatto che si tratta comunque di una pillola che sopprime il nascituro – implica pesantissime ripercussioni sulla salute delle donne, così riassumibili: dolore o crampi nel 93,2% dei casi, nausea nel 66,6%, debolezza nel 54,7%, cefalea nel 46,2%, vertigini nel 44,2% e perdite di sangue prolungate fino a richiedere una trasfusione nello 0,16% dei casi.

Donna Harrison, ricercatrice e ginecologa di Berrien Center, in Michigan, insieme ad una collega, ha pubblicato su The Annals of Pharmacotherapy uno studio nel quale ha identificato ben 637 casi di effetti collaterali nell’uso della R.U.486.

Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration, dopo aver rappresentato più volte l’intendimento di ritirare la R.U.486 dal commercio, in seguito alla morte di una ragazza di diciassette anni che vi aveva fatto ricorso, ha contrassegnato la pillola con una banda nera, quella che viene riservata ai farmaci pericolosi per la vita.

La pericolosità di detta pillola è stata riscontrata persino in un Paese come la Cina, notoriamente non rispettoso dei diritti umani. Nell’ottobre 2001 è stata disposta un’inversione di rotta rispetto all’iniziale liberalizzazione, inversione di rotta consistente nel divieto di venderla in farmacia e di assumerla solamente in ospedali selezionati e sotto stretto controllo medico.

Addirittura, nel dicembre 2005, un editoriale del New England Journal of Medicine, “bibbia” mondiale della scienza, denunciava una percentuale di mortalità con il metodo chimico, quello della R.U.486, ben 10 volte più alta di quella rilevata con il metodo chirurgico.

Persino Severino Antinori, indiscusso guru della fecondazione, ha pubblicamente ammesso che la R.U.486 “provoca dolori, emorragie, infezioni, malattie. Con esiti mortali”.

Dinnanzi a simili constatazioni non si può non riconoscere come la R.U.486 rappresenti un vero e proprio pericolo.

Per cercare di smentirlo, non più tardi di qualche mese fa qualche organo di informazione locale divulgò servizi nei quali si attestavano, per il Trentino, centinaia di sperimentazioni andate a buon fine, senza alcuna delle gravi ripercussioni che la R.U.486 spesso implica. In realtà, non vennero resi noti nei dettagli l’entità e il grado di rappresentatività di questo campione.

In un documento elaborato dalla Società Medico Scientifica Interdisciplinare Promed Galileo e sottoscritto anche dall’European Medical Association, si denuncia proprio “la bassa qualità degli studi, spesso caratterizzati per l’assenza di randomizzazione e la contraddittorietà dei risultati, che rendono difficoltosa l’interpretazione dell’accettabilità del metodo”.

D’altro lato, c’è chi ritiene – trascurando i dati della letteratura scientifica – che il ricorso all’aborto chimico rappresenti un progresso e si appella alla sua diffusione in Europa per invocarne l’adozione in Italia.

Dal canto suo, il Sottosegretario al Welfare, on.le Roccella, sottolinea come la pillola R.U.486 rappresenti un metodo che “intrinsecamente porta la donna ad abortire a domicilio proprio perché il momento dell’espulsione non è prevedibile, in una sorta di clandestinità legale”.

Aspetto di non secondaria rilevanza concerne, poi, il fatto che il ricorso alla R.U.486, come ha evidenziato pure la Roccella, determini violazione della legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Essa infatti, all’art. 8, sancisce espressamente la necessità che l’aborto procurato si consumi all’interno di strutture pubbliche, mentre una donna che assume la pillola abortiva – che produce i propri effetti, culminanti con l’espulsione del feto, entro un arco di tempo che talvolta giunge a due settimane – non viene trattenuta in ospedale fino al momento in cui è certificata l’interruzione di gravidanza, ma vi ritorna solamente dopo, per eseguire dei controlli.

Ciò è in violazione di due pareri del Consiglio superiore di sanità: uno del 2004, alla cui stregua “i rischi connessi all’interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti all’interruzione chirurgica solo se l’interruzione di gravidanza avviene in ambito ospedaliero”; l’altro del 2005, per il quale “l’associazione di mifepristone e misoprostolo deve essere somministrata in ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere trattenuta fino ad aborto avvenuto”.

Né vanno sottaciuti gli interessi economici che soggiacciono alla diffusione della R.U.486, destinati a foraggiare le aziende produttrici della stessa.

Sarebbe interessante che questi temi così delicati e utili chi difende la R.U.486 lo facesse a viso aperto, argomentando le proprie ragioni, non già trincerandosi dietro a slogan oramai superati.

Anche perché, sul piano culturale, il rischio forte è la privatizzazione dell’aborto: la donna abortirà da sola. Difatti i protocolli contemplano che solo dopo 14 giorni si provvederà ad un controllo.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta:

  1. a verificare quante donne, in Trentino, hanno fatto ricorso alla R.U.486 a partire dalla sua sperimentazione e della successiva diffusione disposta dall’Azienda Italiana per il Farmaco (A.I.F.A.);
  2. a garantire, nei confronti delle donne che chiedono l’interruzione di gravidanza sia farmacologica che chirurgica, il c.d. consenso informato;
  3. a disporre la sospensione dell’utilizzo della R.U.486 in attesa che si faccia chiarezza sulle controindicazioni della stessa, anche alla stregua dell’esperienza di altri Paesi.


Mozione per Chico Forti

CONSIGLIO REGIONALE DEL TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL


Trento, 23/7/2009

Al Presidente del Consiglio regionale

Marco Depaoli

SEDE

Proposta di mozione

“Enrico Forti è innocente, aiutiamolo”

Dopo appena venticinque giorni di processo sommario, il 15 giugno del 2000, Enrico Forti, imprenditore trentino recatosi all’estero per ragioni di lavoro, venne condannato per omicidio.

L’intera vicenda ha dell’incredibile: costui, secondo la giuria popolare della Dade Country di Miami, sarebbe il mandante dell’omicidio di Dale Pike, figlio di Antony Pike, conoscente di Forti a quel tempo in gravi difficoltà economica.

Per comprendere l’inconsistenza delle accuse mosse a Forti, non occorre scendere nei particolari e basta rammentare, com’è stato ampiamente provato, che l’intero contatto tra Forti e Dale Pike è durato appena mezz’ora, che i due non si erano mai incontrati e che l’imprenditore trentino non aveva alcuna ragione per vendicarsi col padre del ragazzo, che, anzi, avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, vale a dire il 18 febbraio, a New York.

Inoltre - a parte il fatto che non è mai stata trovata l’arma del delitto, che nessuno ha mai provato in alcun modo il contatto tra l’assassino di Pike, tutt’ora senza nome, e Forti - ulteriore prova dell’innocenza dell’imprenditore trentino è riscontrabile nel fatto che costui, convocato come persona informata dei fatti poco dopo l’omicidio, si recò spontaneamente e senza avvocato al dipartimento di polizia. Comportamento assai singolare, per un potenziale mandante d’omicidio.

A questo si aggiunga la totale assenza a suo carico, escluse quelle “circostanziali”, la cui inconsistenza è denunciata dallo stesso vocabolo, che rimanda a circostanze, coincidenza, ma certo non a certezze o a fatti.

L’assenza di prove a carico di Forti fu tale che il pubblico ministero locale, Reid Rubin, impiegò ben ventotto mesi per predisporre la sua arringa finale, un vero e proprio record, tipico di chi è costretto a costruire un impianto accusatorio sulle sabbie mobili.

Paradosso finale dell’intera vicenda, fu che la parola finale, al processo, venne concessa proprio al pubblico ministero Rubin, che fu pertanto libero di avanzare la più strampalata delle teorie, consapevole del fatto che né Forti, né il suo avvocato avrebbero potuto opporre replica alcuna.

Questo l’incredibile pronunciamento, dopo appena poche ore di ritiro, della Corte:

La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale”.

Non fosse vero, questo terribile responso sarebbe perfetto sulle labbra di un comico televisivo: come può, in totale assenza di prove, bastare una “sensazione” che pur essendo tale appare, non si capisce come, fondata “al di là di ogni dubbio”, al punto di condannare, senza appello, una persona al carcere a vita?

L’intera vicenda, con ogni evidenza, ha dell’incredibile.

Ragion per cui le istituzioni del Trentino – Alto Adige, regione da cui Forti proviene, non possono prolungare la propria indifferenza davanti alla grave condanna comminata senza prova alcuna a un proprio concittadino, e debbono invece sollecitare il Governo Italiano a prendere quanto prima provvedimenti in difesa di un innocente incarcerato a vita.


Ciò premesso il Consiglio regionale della Regione Autonoma Trentino- Alto Adige/Südtirol impegna il Presidente del Consiglio e l’Ufficio di Presidenza

ad adoperarsi, unitamente al Presidente della Giunta, presso le competenti Istituzioni nazionali – Capo dello Stato e Presidente del Consiglio – affinché possa essere chiesta alle Autorità statunitensi quantomeno una revisione del processo che ha visto l’assurda condanna dell’imprenditore trentino Enrico Forti.

giovedì 27 agosto 2009

Proposta di mozione n. 108 ”La questione iraniana: la pace prima di tutto”

Le tensioni originatesi in questi giorni in Iran, tensioni che hanno visto scatenarsi proteste violente culminate, a quanto pare, con venti morti e oltre mille arresti,ed originatesi in seguito a discusse elezioni che hanno visto la trionfale rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, ci devono allarmare tutti.
L’Iran è un Paese di grande importanza, e non solo per le immense riserve naturali che custodisce nel proprio sottosuolo, bensì anche per il ruolo strategico che potrebbe avere se mai entrasse in sintonia con valori quali sono il rispetto della persona umana e della democrazia.
La dotazione di nucleare civile da parte dell’Iran, dal momento che questo Paese ha già sottoscritto trattati di non proliferazione, non deve generare eccessivi allarmi, anche perché un’eventuale conversione di questo in nucleare militare richiederebbe processi lunghi anche anni, e pertanto facilmente monitorabili.
Tuttavia, le vicende odierne che ricordavamo in apertura , purtroppo, sembrano però allontanarci da uno scenario di pace ed alimentano una tensione che interessa l’intero panorama internazionale, facendo temere l’allargarsi di un conflitto il cui deflagrare, per ora, rimane strettamente circoscritto all’interno della Repubblica Islamica.
Dinnanzi a disordini così gravi e preoccupanti, che hanno già provato la morte di molti cittadini iraniani, stare a guardare e prolungare un atteggiamento di indifferenza diventa ogni insostenibile e deplorevole.
Per questo urge ribadire l’importanza universale di una pace basata sul rispetto incondizionato di ogni essere umano, unica via che possa garantire una convivenza tra i popoli e nei popoli, e in grado di scongiurare il precipitare degli eventi.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna il suo Presidente a:

  1. attivarsi per i canali istituzionali ritenuti più opportuni per sollecitare l’ambasciata iraniana a farsi portavoce di istanze di pace che sopiscano senza violenza i disordini originatesi in questi giorni in Iran;
  2. chiedere alle istituzioni iraniane di tenere in massima considerazione proposte e iniziative dell’opposizione, in modo che disordini quali quelli di questi giorni non abbiano più luogo.

Proposta di mozione n. 105 “RSA: occorre dare ascolto ai familiari dei ricoverati e rivedere i parametri d’assistenza”

Come ben sanno i familiari delle persone ricoverate, la situazione nella quale versano oggi molte Rsa del Trentino è piuttosto grave sotto l’aspetto della qualità dei servizi erogati di fronte le necessità.
Da un lato si registra un aumento dell’età degli ospiti, la maggioranza dei quali ha dai 70 ai 90 anni, e dall’altro cresce il numero degli ospiti fortemente “disorientati”.
Pare che oggi l’81% degli ospiti delle RSA appartenga a questa categoria. Tutto ciò è veramente allarmante se si pensa che la medesima percentuale, nel ’96, era del 56%.
A ciò si aggiunta che uno su tre, fra questi ospiti disorientati, presenta di media 7- 8 patologie, il che implica la necessità di un’assistenza umana e farmacologica assai intensa.
Dobbiamo inoltre sottolineare un altro dato molto significativo, che rafforza la nostra richiesta. In media nelle varie RSA, oltre il 70% degli ospiti dipende “totalmente” dal personale Oss, sotto ogni aspetto (igiene personale, assunzione dei pasti, idratazione, ecc.)
Ora, si da il caso che entrambe queste forme prioritarie di assistenza siano disattese.
Una relazione presentata dai rappresentanti dei familiari di circa 1200 ospiti delle RSA di Trento e dintorni, in cui viene sottolineata anche l’insufficienza del personale addetto all’animazione, che riveste un servizio non da sottovalutare nella vita dell’anziano, se consideriamo che il servizio d’animazione ben studiato, può rallentare notevolmente l’aggravamento di alcune patologie.
Ma gli anziani non sono gli unici a scontare la carenza assistenziale delle RSA del Trentino: ci sono anche i malati di Alzheimer e le persone in stato comatoso, molte delle quali, come sappiamo, precipitate in quella condizione in seguito ad incidenti stradali, e pertanto ancora giovani.
In realtà, la cura sanitaria per legge dello Stato deve essere garantita, e per questo richiede un approfondito studio in ogni fascia d’età, dalla nascita in poi, in modo che non venga mai a mancare alcun supporto sia assistenziale che sanitario ad alcuno.
Questo concetto risulta sottolineato con chiarezza anche dalla LP6 del 28/5/98, che parla esplicitamente di cura della persona, di assistenza infermieristica, di fisioterapia riabilitativa, e di servizio di animazione.
Il punto è un altro: urge una immediata revisione dei parametri d’assistenza che possa, in seguito ad un’adeguata indagine che metta in luce le urgenze non procrastinabili, ridisegnare l’impianto assistenziale e sanitario delle case di riposo.
I rappresentanti dei familiari delle RSA del Trentino, alla luce delle sopraindicate mancanza, da tempo hanno chiesto a gran voce la necessità di un intervento, ottenendo solo correttivi insignificanti inidonei alla risoluzione del problema.
Il peggioramento della situazione nelle case di riposo, come ricordato poc’anzi, impone alle istituzioni di mettersi subito all’opera per assicurare ai cittadini più bisognosi un’assistenza finalmente compiuta sul piano sanitario ed in grado di far percepire loro il calore rassicurante della carità.


Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. istituire un tavolo di confronto permanente tra i responsabili della sanità provinciale e i familiari dei pazienti ricoverati nelle RSA;
  2. attuare in tempi rapidi una revisione completa dei parametri d’assistenza fissati undici anni or sono;
  3. predisporre provvedimenti volti a risolvere in tempi rapidi e mediante l’adeguata assistenza, l’annosa questione dei pazienti disorientati;

Proposta di mozione n. 97 “La provincializzazione del servizio postale: una sfida che le Poste e la Provincia possono vincere insieme”

Anche se nessuno osa discutere l’impegno e la dedizione con cui il personale in servizio presso la Poste svolte il proprio lavoro, appare evidente, se non altro per i numerosi disservizi che interessano le valli del Trentino ma non solo, la necessità di predisporre una manovra di rinnovamento dell’intero servizio postale.
Manovra che potrebbe partire proprio da una provincializzazione delle Poste, che rientrando nel circuito organizzativo e gestionale della Provincia, indubbiamente potrebbero godere di numerosi vantaggi operativi e funzionali ad un ricupero degli standard di efficienza da qualche tempo disattesi.
In questo modo, fermo restando un’attenzione particolare al personale attualmente in servizio presso Poste Italiane, che andrebbe tutelato laddove esposto a forme contrattuali oggi precarie, si andrebbe certamente incontro ad una crescita del livello del servizio a beneficio dell’intera comunità trentina.
Il risultato di una simile operazione, se andasse a buon fine, finirebbe col soddisfare sia le Poste, che godrebbero di notevoli vantaggi operativi, sia della Provincia, che agevolerebbe ed accrescerebbe qualitativamente il servizio postale ai propri cittadini.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta ad:

  1. ovviare immediatamente un tavolo di confronto tra la Provincia, Poste Italiane ed il Consorzio delle autonomie e dei comuni trentini volto a mettere in luce quali soluzioni potrebbero essere adottare per agevolare la provincializzazione del servizio postale;
  2. ovviare ad ogni altra incombenza al fine di giungere quanto prima a garantire un recapito della corrispondenza alla comunità ad ogni altro servizio erogato da Poste Italiane.

Proposta di mozione n. 96 “Urge ripristinare immediatamente il servizio dei punti nascita”

La Giunta è arrivata fino al punto di tagliare il numero dei punti nascita della Provincia.

Con la conseguenza che la presenza di un medico ostetrico in tutti i punti nascita della Provincia, stabilita con un decreto del 2000 dal presidente della Giunta, non sarà più obbligatoria.

Da non credere: la stessa amministrazione che, violando leggi dello Stato, si è battuta per difendere la sperimentazione della pillola Ru-486, si rifiuta ora di assicurare la giusta assistenza alle donne in gravidanza e dalle

Occorre inoltre sottolineare come, di fatto, la presenza di un medico ostetrico in ogni punto nascita della Provincia, non si sia mai potuta garantire pienamente causa – pare - la mancanza di adeguate risorse.

Ogni anno, in Trentino, vengono alla luce oltre 5.000 bambini, e a loro e alle loro madri è giusto, oltre che doveroso, assicurare adeguata e puntuale assistenza.

Una politica che chiudesse gli occhi sull’assistenza alla maternità più di quanto abbia già fatto – pensiamo allo in cui versa la neonatologia locale – avrebbe ben poche ragioni per fregiarsi di questo nome.

Il paradosso è che l’amministrazione che si prende ora la responsabilità di provvedimento così incivile, motivando la propria scelta con la presunta e poco credibile mancanza di fondi, è la stessa che in poco tempo, infischiandosene di quella sobrietà che la crisi economica imporrebbe, ha dato il proprio assenso alla quintuplicazione del budget dell’Ufficio stampa della Giunta provinciale ed ha foraggiato a piene mani il Festival dell’Economia, due iniziative che, da sole, hanno impiegato risorse per oltre due milioni di euro, risorse che avrebbero potuto esser destinate diversamente.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. ripristinare immediatamente quanto prescritto dal decreto del Presidente della Giunta provinciale del 27 novembre 2000;
  2. stanziare i fondi necessari affinché il succitato decreto possa finalmente incontrare, in termini concreti, un’attuazione compiuta;
  3. attivarsi per produrre uno studio approfondito sulle difficoltà incontrate in Trentino dalle donne in gravidanza, studio che possa fungere da riferimento per provvedimenti futuri su questa materia.

Proposta di mozione n. 93 ”Lagoai: una realtà che, per essere sconfitta, deve essere denunciata”

In tutti noi, la parola “lager”, genera un profondo senso di dolore e inquietudine.
Altrettanto sgomento porta con sé il termine “gulag”, che rievoca la follia di chi fece del suo popolo combustibile umano per il socialismo, quello reale.
Ai più, invece, la parola “Laogai” dice poco; eppure, anche se sembra diversa, ha molto a che vedere con lager e gulag: come i campi di sterminio nazisti e quelli sovietici, infatti, i Laogai sono luoghi di morte, posti dove il lavoro diventa incubo e i diritti, tutti i diritti, sono solo lontani ricordi.
Con una fondamentale differenza: esistono ancora oggi, nel 2009.
I Laogai sono i campi di concentramento della Cina, lo Stato che con un miliardo e trecento milioni di abitanti e una vertiginosa crescita economica si candida a diventare, e forse lo è già, la nuova superpotenza mondiale.
A denunciare per la prima volta al mondo intero l’orrore di questi campi di sterminio del nuovo millennio, qualche anno fa, è stato proprio un cittadino cinese. Lì ha trascorso diciannove anni della sua vita, Harry Wu, classe 1937, intellettuale cattolico e ostile al regime.
Dobbiamo a lui, che nel ‘92 fondò a Washington la Laogai Research Fondation e dal ’94 ha ottenuto la cittadinanza statunitense, buona parte di quello che sappiamo su questi campi di lavoro che oggi, in tutta la Cina, si stima siano almeno un migliaio.
Gli storici hanno scoperto che il lavoro forzato risale all’antica Cina: la stessa Grande Muraglia, coi suoi quasi 9 mila chilometri, venne costruita così.
I Laogai, invece, sono un’invenzione relativamente recente: fu Mao, nel 1950, ad istituirli, e ancora oggi, ad oltre mezzo secolo di distanza, sono in piena attività.
Una quantificazione precisa del numero di prigionieri attualmente detenuti in queste prigioni a cielo aperto, purtroppo, non è disponibile: certamente svariati milioni di cinesi, forse di più.
Grazie a testimonianze dei reduci, siamo invece in grado di raccontare in che cosa consista la vita dei detenuti: lavoro forzato fino a 15-16 ore al giorno , alle quali seguono “sessioni di studio” che altro non sono che pratiche di indottrinamento forzato, lavaggi del cervello per clonare adepti di un esperimento politico criminale e liberticida.
A tutto questo si aggiungano, oltre alle migliaia di esecuzioni di massa, forme di tortura inenarrabili, che vanno dall’aborto forzato fino all’espianto coatto di organi a persone vive.
I destinatari di queste pratiche infernali, oltre ai dissidenti politici, sono coloro che aderiscono alle confessioni religiose, il vero incubo di un regime che, per fortificarsi, fa di tutto per eliminare, tra i cittadini, ogni forma di speranza e di riscatto. Di qui l’odio verso le religioni, in particolare verso il cristianesimo, al quale ogni giorno aderirebbero, in clandestinità, svariate migliaia di cittadini cinesi.
Ma la cosa peggiore, in tutta questa vicenda, è l’omertoso silenzio di buona parte del mondo occidentale, che con la Cina delle torture e dei Laogai intrattiene quotidiani e redditizi rapporti economici.
Non fa nessuna differenza, a chi segue il dio danaro, sapere che il suo sia un profitto insanguinato, costruito sulla pelle di esseri umani innocenti.
Ma noi no, non possiamo accettare tutto questo.
E dobbiamo adoperarci con ogni mezzo, dalla divulgazione di testi a conferenze, per smascherare il grande inganno di un impero, quello cinese, che si regge anche sulla schiavitù peggiore, quella che nega agli uomini ogni libertà, fino all’eliminazione fisica.
Dobbiamo farlo con fermezza, nella speranza e nella convinzione che, per quanto oggi possa apparire ardua l’impresa, un domani anche “Laogai”, insieme a “lager” ed a “gulag”, possa diventare una parola del passato, da ricordare come qualcosa da non ripetere mai più
Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma del Trentino impegna la Giunta ad:

  1. adoperarsi per una divulgazione, mediante l’organizzazione di manifestazioni (mostre, convegni, conferenze), della conoscenza della realtà dei Laogai;
  2. accertarsi su quante siano, in Trentino, le aziende che intrattengono rapporti commerciali con la Cina e di quale natura siano queste relazioni;

  3. impegna la Presidenza del Consiglio provinciale ad attivarsi secondo i canali istituzionali ritenuti più opportuni, per chiedere il rispetto dei diritti umani in Cina, a partire dalla libertà religiosa.

Proposta di mozione n. 86 ”Va garantita un’assistenza adeguata alle persone in stato vegetativo: Namir e Case del Risveglio”

Quando si parla d’assistenza, vengono subito in mente due categorie di pazienti: gli anziani e i disabili. Tra questi ultimi, coloro che in Trentino scontano la maggior disorganizzazione delle strutture d’accoglienza, sono indubbiamente le persone in stato vegetativo persistente.

Come numerose famiglie hanno denunciato, esiste una forte diversità quello che i Namir dovrebbero essere e quello che in realtà sono. Dovrebbero infatti strutturarsi come realtà preparate all’accoglienza ed alla cura di persone che non sono colpite solo da una generica non-autosufficienza, bensì da patologie ancor più gravi. E che come tali abbisognano di assistenza adeguata, sia in termini sanitari (medici ed infermieristici) che sociali.

Dal momento che ad oggi ai soliti annunci le istituzioni, ancora una volta, non hanno fatto seguire provvedimenti concreti, e giacché questo si traduce in un’amplificazione di drammi famigliari già durissimi di per sè, è tempo che ci si prenda seriamente carico delle persone in stato vegetativo e comatoso, in modo che i tanto osannati diritti umani possano essere onorati fino in fondo, sostenendo i più deboli e abbisognevoli di cure tra i cittadini.

Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:

  1. operare con immediatezza un censimento provinciale delle persone in stato vegetativo e comatoso;
  2. verificare il tipo di assistenza erogato dalle strutture alla persone in stato vegetativo;
  3. istituire concretamente e definitivamente i Namir, al fine di dare adeguata assistenza ai pazienti in stato vegetativo, dando in tal modo sollievo ai loro familiari.