lunedì 21 settembre 2009
Come mai, a due anni di distanza, manca l'ennesimo regolamento attuativo?
A quasi due anni dall’approvazione della Legge n.1 del 2008, il regolamento attuativo previsto dal terzo comma dell’articolo 63 non è stato ancora licenziato.
Tale regolamento dovrebbe predisporre le modalità mediante le quali stabilire “i casi e le condizioni per consentire l'eventuale realizzazione di una ulteriore unità abitativa nell'ambito della medesima impresa agricola al fine di garantire la continuità gestionale, anche in presenza di ricambi generazionali, nonché per l'utilizzazione di fabbricati esistenti come foresterie per i lavoratori stagionali”, detto regolamento esecutivo non è ancora stato licenziato.
L’assoluta importanza di questo regolamento risiede nel suo ruolo di tutela e promozione della trasmissione generazionale di un’esperienza lavorativa agricola, quella agricola, che unisce tradizione e rispetto per l’ambiente.
Purtroppo, come si diceva, detto regolamento rimane tutt’ora da emanare.
Si tratta di un ritardo assai grave, anche perché è già stato istituito un apposito comitato tecnico e sono già pervenute diverse richieste che, allo stato, non possono trovare risposta proprio per la mancanza di detto regolamento.
Per questa ragione si sollecita la Giunta ad emanare quanto prima il regolamento in parola, in modo che gli imprenditori agricoli possano finalmente beneficiare di quanto la “Pianificazione urbanistica e governo del territorio” approvata prevede per loro, in modo da fornire loro un utile strumento di trasmissione generazionale del loro lavoro, lavoro che a causa dell’industrializzazione degli ultimi decenni risente non poco di un progressivo abbandono da parte dei giovani, che preferiscono sovente costruire altrove il proprio futuro.
Tra l’altro agevolare le imprese agricole e garantire loro un futuro, come ci dimostra l’esperienza intrapresa dal vicino Alto Adige, significa anche promuovere la tutela dell’ambiente, e quindi assicurare un paesaggio degno di questo nome alle nuove generazioni.
Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) per quali ragioni, a distanza di appena mesi, non è stato ancora emanato il regolamento esecutivo cui la Legge n.1 del 2008, all’articolo 63, comma terzo, fa esplicito riferimento;
2) se non reputa grave detto ritardo;
3) in caso affermativo come intende attivarsi per fare in modo che quanto previsto dall’articolo 63 della Pianificazione urbanistica e governo del territorio possa trovare attuazione;
4) entro quali termini;
5) quante domande sono già pervenute al comitato tecnico;
6) quante sono già state prese in esame.
martedì 1 settembre 2009
Mozione Franchigia da rivedere per case I.T.E.A.
CONSIGLIO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO
Gruppo Consiliare Il Popolo della Libertà
Trento, 8/7/2009
Al Presidente del Consiglio Provinciale
Giovanni Kessler
SEDE
Proposta di mozione
“Franchigia da rivedere per le case Itea”
Secondo un censimento del 2007, gli inquilini che alloggiano presso le case Itea sono oltre ventimila. Ora, benché questa cifra possa apparire importante, in termini percentuali si tratta di un numero esiguo se raffrontato a quello complessivo di coloro che avanzano richiesta di alloggio pubblico: le assegnazioni totali, infatti, sono circa il 12% delle oltre cinquemila richieste che ogni anno pervengono ad Itea spa.
Questo significa che la fascia di cittadini interessati ad un alloggio pubblico subisce una pesante penalizzazione da una selezione che, di fatto, accontenta appena una ristretta minoranza di famiglie.
A questa selezione, restrittiva al punto da apparire quasi iniqua, si aggiunge, per i beneficiari degli alloggi pubblici, una regolamentazione altrettanto penalizzante.
L’ingiustizia della legge, infatti, è sotto gli occhi di tutti e in più occasioni, fin dalla sua approvazione, chi scrive si è premurato di rappresentarne in motivi. Ma anche sul versante dei provvedimenti amministrativi, siffatta iniquità emerge. Basti pensare al parametro Icef, più volte contestato in questi anni, anche proponendo misure sostitutive.
La Giunta provinciale ha finalmente deciso di rivedere quel parametro, approntando una deliberazione che aumentasse la franchigia in modo tale – come più volte abbiamo richiesto – da non colpire il comportamento virtuoso del risparmio.
Fino ad oggi, sono state esentate fiscalmente solo le famiglie che aventi risparmi uguali o inferiori a 20 mila euro.
Orbene, anche senza consultare tabelle e statistiche, si può comprendere come una simile franchigia finisca per scoraggiare un comportamento che invece meriterebbe di essere incentivato in quanto lodevole, ovvero quello del risparmio.
Beninteso: non si sta parlando di risparmi di chissà quale entità, tipici di nuclei famigliari economicamente facoltosi e pertanto non interessati agli alloggi pubblici, bensì di quelle poche decine di migliaia di euro che, legittimamente, anche cittadini di ceto medio, specie se lavoratori da decenni, possono aver messo da parte, magari con la speranza di offrire qualche garanzia futura in più a figli e nipoti.
Deve esser precisato che innalzando il livello di franchigia, fissandolo per esempio a 40 mila euro, diversamente da come si vuole far credere, non si attuerebbe affatto un’agevolazione nei confronti di cittadini ricchi o, peggio ancora, di chi imbroglia evadendo il fisco.
Ciò è facilmente dimostrabile sulla base di due elementari considerazioni.
La prima: qualificare come ricco un nucleo famigliare che abbia risparmi superiori a ventimila euro significa ignorare i parametri – che sono ben altri - che effettivamente qualificano una famiglia come abbiente.
La seconda: i lavoratori in proprio sono appena il 5,2% dei cittadini alloggiati presso case Itea; questo significa che se, per assurdo, questi fossero tutti incalliti evasori fiscali – si tratta, con ogni evidenza, di una follia – un provvedimento che innalzasse la franchigia, posto che chi evade il fisco già ora elude norme beneficiando indebitamente di privilegi, forse faciliterebbe la vita a qualche truffatore, ma i maggiori beneficiari sarebbero comunque cittadini per forza di cose in regola con la dichiarazione dei redditi quali soni gli impiegati e gli operai.
Particolare attenzione, inoltre, andrebbe rivolta alle famiglie tra i cui componenti vi sia un disabile grave, alle quali oggi viene riservato un trattamento del tutto iniquo, che sottovaluta di molto la difficoltà che comporta un famigliare non autosufficiente.
Assodata l’importanza di ritoccare la franchigia, una riforma ragionevole in proposito, come suggerito da più parti, sarebbe quella di raddoppiarla, fissando a quarantamila euro il tetto del risparmio non calcolato.
Si tratterebbe, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, di un provvedimento importante, che andrebbe a sostenere una politica, quella del risparmio famigliare, decisamente meritoria.
Inoltre si potrebbe in questo modo ovviare al problema degli sfratti, che oggi, a causa dell’opinabilissimo parametro Icef fissato a 0,34, vengono imposti anche a nuclei famigliari bisognosi. Gli esempi da citare, a questo proposito, sarebbero tantissimi, ma per ragioni di spazio occorre limitarsi a ribadire la necessità di una revisione di un parametro, quello dello 0,34, decisamente anacronistico e penalizzante.
Ciò premesso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta a:
- raddoppiare la franchigia per il calcolo dell’Icef per l’alloggio Itea, oggi fissata da 20 mila euro, rendendola di 40 mila euro;
- fissare a 65 mila euro la franchigia per le famiglie con almeno un componente invalido al 75%;
- istituire un gruppo di analisi che si impegni, su un piano più generale, a valutare l’idoneità del parametro Icef, ad oggi fissato a 0,34;
- sospendere temporaneamente gli sfratti ordinati sulla base di riscontri poco superiori all’attuale valore del parametro Icef;
venerdì 31 ottobre 2008
Le menzogne di Dalmaso e Dellai sull'I.T.E.A.
Trento, 30 ottobre 2008
SULL’I.T.E.A., DELLAI E DALMASO NON DICONO TUTTA LA VERITÀ
Con parallele ed identiche dichiarazioni su “Adige” e “Trentino”, il Presidente della Giunta provinciale ed il suo Assessore alle politiche abitative rilasciano dichiarazioni sconcertanti, su cui è doveroso intervenire, tantopiù da parte di chi in Consiglio e in Commissione ha avversato la legge sull’I.T.E.A. e formulato proposte per almeno ridurre il danno che la stessa ed il suo regolamento di esecuzione arrecano.
- Se i canoni sono stati rivisti al ribasso rispetto a pochi mesi fa, il merito è delle insistenti proteste del Comitato Inquilini I.T.E.A., costituitosi tre anni orsono, e dei pochi Consiglieri provinciali di minoranza che hanno dato battaglia in Consiglio e in Commissione.
- Gli assegnatari di alloggi I.T.E.A. non hanno mai messo in discussione una razionale revisione dei canoni, bensì gli aumenti sconsiderati che la legge e il regolamento propongono.
- Essi sanno benissimo che per loro il pericolo di perdere la casa è concreto, più che un’ipotesi è una realtà. Infatti Dellai e Dalmaso non dicono che oltre 3.500 inquilini anziani, per effetto di avere qualche metro quadrato di superficie in più secondo i parametri considerati di alloggio standard, si vedranno fare la proposta di cambiare alloggio. Lo stesso non dovrà più trovarsi nella stessa costruzione, ma vagamente nelle vicinanze. Se poi decidessero di rimanere nell’alloggio in cui vivono da 20 o 30 anni dovranno pagare, oltre al canone, i metri quadrati in eccedenza, però a prezzo di mercato! Con la conseguenza che molti di loro si vedranno costretti a rinunciare al loro alloggio per l’eccessivo costo che comporta quell’eccedenza.
- Agli inquilini soggetti a trasferimento verrà cambiato il contratto d’uso di cui fino ad ora fruivano; verrà sostituito dal contratto secondo la legge 431/1988, considerata la trasformazione di I.T.E.A. in S.p.a. e quindi la disciplina privatistica dei canoni. Alla stregua di detta legge, è garantita la permanenza nell’alloggio per soli 8 anni (4 + 4 rinnovabili), decorsi i quali spetterà ad I.T.E.A.. S.p.A. decidere se far continuare o meno quella permanenza, rinnovando il contratto. In tal modo si perde il diritto d’uso per un’esigenza di riordino che ha voluto l’ITEA S.p.a. e non l’inquilino.
- L’accanimento di Dellai e C. continua contro anziani e pensionati: basti pensare che il reddito da lavoro dipendente per il calcolo del canone viene considerato al 90%, mentre il reddito da pensione è calcolato per intero al 100%.
- In questi mesi è in corso la verifica dei requisiti per la permanenza negli alloggi I.T.E.A.; all’inquilino viene rilasciato l’indicatore ICEF risultante dalla documentazione prodotta. La Giunta provinciale assicurava che unitamente ad essa sarebbe stato comunicato l’importo del canone relativo che si doveva pagare. Nulla di tutto ciò, per cui nessuno sa cosa pagherà a gennaio del prossimo anno e tutto è lasciato all’immaginazione di I.T.E.A. S.p.a.! Dov’è il rispetto per i cittadini e la tanto declamata trasparenza che l’ente pubblico sostiene di avere?
Cons. Pino Morandini
venerdì 16 maggio 2008
Sulle legnaie
SULLE LEGNAIE
La vicenda “legnaie” sta giustamente interessando diversi Comuni, tantopiù a fronte di sanzioni pecuniarie che gli stessi hanno irrogato o stanno irrogando ai privati.
Sul punto qualche preliminare osservazione si impone, salvo successivi approfondimenti.
Trattasi di materia di pertinenza comunale, attraverso il P.R.G. ed il regolamento edilizio, salvo vedere cosa disporrà il regolamento di esecuzione della nuova legge urbanistica (l. p. 1/2008). E su detta materia i Comuni godono di una certa discrezionalità di valutazione e di interpretazione dei regolamenti e dei casi pratici; discrezionalità che, si badi, non di rado sconfina nell’arbitrio.
A mio avviso si deve distinguere tra casi che non concretano abuso e casi che lo configurano; come fra casi che non richiedono l’autorizzazione e situazioni in cui questa è necessaria.
In proposito, accatastare legna su un fondo privato, assicurando una copertura ed una squadratura dell’involucro, rappresenta un manufatto non solo consentito, ma pure libero e senza necessità di autorizzazione (o D.I.A.), considerato che ne mancano i presupposti canonici (costruzione, ancoraggio al suolo, volumetria, ecc.) e posto che non c’è alcun impatto ambientale di rilievo. Non solo, ma tutto ciò in varie zone fa pure parte dell’economia montana. Tra l’altro, molte volte questi manufatti sono vere e proprie opere d’arte e non solo non sfigurano nel contesto ambientale, ma ne abbelliscono l’immagine.
La gran parte dei regolamenti edilizi comunali contempla le fattispecie in parola, trattando delle legnaie in quanto pertinenze di edifici per lo stoccaggio di legna da ardere per uso domestico. E proprio per la loro funzione pertinenziale ammettono dette legnaie anche nelle aree a verde privato, sulla scorta del principio per cui, trattandosi di disposizioni speciali, prevalgono sul principio generale di non edificabilità su dette aree. Naturalmente, purchè rivestano caratteristiche costruttive e siano caratterizzate da materiali e dimensioni in linea con la tradizione locale, e quindi non contrastino con il contesto ambientale nel quale debbono calarsi.
Altra cosa è la predisposizione di una vera e propria costruzione, ancorata al terreno. Sul punto i riferimenti normativi si rinvengono nell’articolo 105 della nuova legge urbanistica provinciale (peraltro, attualmente vale ancora la precedente, in particolare l’art. 83 l.p. 22/’91), mentre per le zone agricole vige l’art. 62 l.p. 1/2008.
Mi pare però che si tratti, in proposito, di casi non numerosi. La gran parte della popolazione interessata allo stoccaggio della legna per uso domestico, dimostra non solo attenzione al paesaggio, ma pure cura e buon gusto nella predisposizione della propria legnaia.
La presenza di qualche furbo, che comincia con la legnaia e finisce con un appartamento o altro, non può giustificare quello che si configura come un vero e proprio accanimento dei Comuni nei confronti dei censiti, spesso a suon di sanzioni pecuniarie.
Per queste ragioni, mi pare necessario che ciascun comune faccia, da un lato un’opera di miglior definizione dei casi, tenendo presente la natura del proprio territorio, la ricorrenza degli usi, ecc.; e, d’altro lato, contribuisca ad un’equilibrata tutela ambientale, per esempio suggerendo tipologie di intervento lecite e non impattanti.
IN ORDINE ALLE STRABILIANTI NOTIZIE SULLA CASA
IN ORDINE ALLE STRABILIANTI NOTIZIE SULLA CASA
C’è da rimanere strabiliati di fronte all’impudenza con cui la maggioranza che sta governando Provincia e Comune sta gestendo il delicato problema “CASA” (alcune notizie comunicate agli organi di informazione in questi giorni, ne sono testimonianze eloquente. Le graduatorie definitive delle domande relative al piano straordinario 2006-2007 non sono ancora state pubblicate. Qualcuno, magari con malcelati intenti propagandistici, ha pensato di arrivare per primo a dare la ghiotta notizia. Ciò che più disorienta e sconforta è che si è fatto passare il numero di domande raccolte come numero di domande ammesse. Ci si augura che simile manovra non venga poi smentita in sede di riparto delle risorse e che le speranze sollevate, all’insaputa degli interessati, vengano comunque soddisfatte per così dire in sanatoria. Il piano per il riparto delle risorse non è comunque ancora stato approvato. E quindi il fatto si commenta da solo. A rincarare la farsa, con successiva notizia, si annunciava una pioggia di soldi per la prima casa, addirittura quantificando il numero di domande ammesse (3149).
Anche in questo caso si cercava di stupire il lettore facendo passare la richiesta espressa come domanda soddisfatta. Ogni commento risulta superfluo. Resta solo l’inconfessato auspicio che i 52 milioni di euro stanziati risultino veramente sufficienti a soddisfare almeno gran parte delle domande presentate. Le cennate roboanti notizie, se da un lato hanno sollevato gli animi dei fortunati inclusi nelle graduatorie stagne del piano straordinario, hanno di certo indignato tutti coloro che, fuori da quel recinto non hanno, per il blocco, potuto presentare nel 2007 la loro domanda, come invece avevano più volte richiesto. A tal proposito, l’argine sollevato dal piano straordinario ha formato una diga, accumulando nuovo bisogno insoddisfatto e disagi a non finire. Timidi accenni di apertura sembrano farsi strada, ma intanto chi è fuori è fuori! Dalle prime avvisaglie ottenute dalle graduatorie approvate, il piano straordinario mostra già tutti i suoi limiti, specie in termini di equità. Sembrano infatti escluse sia le famiglie formate da un solo genitore sia quello a basso reddito.
Tutto questa massa di persone dovrebbe rivolgersi all’I.T.E.A. ove troverà altrettante porte chiuse per altrettanti motivi.
La fretta ad annunciare demagogiche notizie avalla il giudizio di fondo che dimostra un intervento, quello del Piano straordinario, assimilabile ad una sorta di indulto atto a sbarazzarsi una tantum dell’incomodo fardello recato alla legislatura dal problema casa.
Cons. Pino Morandini
NO ALL’INTERRAMENTO DELLA FERROVIA
NO ALL’INTERRAMENTO DELLA FERROVIA
Mi permetto di offrire un contributo in ordine all’idea di interramento della ferrovia introdotto nel P.R.G. di Trento con variante del 2001. Senza mettere in dubbio la buona fede dei proponenti, considero quella un’idea sbagliata per le seguenti ragioni.
L’idea del Boulevard nasce in Francia, a Parigi. Essa si presta per le grandi città, con lo scopo di valorizzarne la rendita fondiaria e di trasformare positivamente il volto della città. Ma trasferita su Trento, diventa dannosa per il bene comune, sia per ragioni tecniche che politiche. Quanto alle prime, pare che le previsioni edificatorie del Piano, gonfiate anche dall’indotto dovuto al Boulevard, siano comprese fra i 3.000.000 ed i 5.000.000 di metri cubi: un’enormità se comparate con le effettive esigenze della comunità cittadina, che notoriamente – calcolando sulle entrate dovute agli oneri di urbanizzazione – abbisogna di molto meno ( dai 180.000 ai 240.000 metri cubi annui di costruibile).
Sorge spontanea una domanda: perché tanto sovradimensionamento quando la volontà popolare ed il quadro programmatico -politico chiede una città a dimensione d’uomo, che non superi di molto la soglia dei 100.000 abitanti?
Si sa inoltre, quanto alle motivazioni tecniche, che l’interramento della ferrovia necessita di pendenze almeno al cinque per mille E ciò per garantire una determinata velocità ai convogli ferroviari. Vien da chiedersi che cosa si intenda fare in questa zona, delicatissima per le numerose falde acquifere che la caratterizzano, per garantire quel tipo di pendenza. Correlata con questo, sta poi l’opera dell’interramento vero e proprio della ferrovia, il quale per essere tale, deve scendere di almeno 10-12 metri, con tutto quello che ciò comporterà in una zona per l’appunto caratterizzata da una frequenza alta di rogge, corsi d’acqua, canalizzazioni di acque bianche e nere, ecc. Nessuno può sapere cosa succeda sull’innalzamento della falda per l’effetto diga e quindi nessuno potrà assicurare che le centinaia di interrati vicini all’Adige non vengano allagati per il conseguente innalzamento della falda. Se dovesse accadere, chi pagherà i danni? Fenomeno del resto già rilevabile ora, senza diga, ogniqualvolta il livello del fiume Adige è destinato a salire.
Non si può inoltre non restare perplessi, se si pensa che sinora si è sempre lavorato per avvicinare la città al suo fiume, ed invece, attraverso il piano Busquets, si sostituisce una barriera con un’altra fra l’Adige e la città! Né va sottotaciuto che la città ha più bisogno di sviluppo verso est in termini di scorrimento che non verso ovest. Ed invece si concentra tutto nella zona ovest della città stessa.
Ciò nondimeno, quand’anche il piano Busquets si potesse attuare - ma lo sanno in molti, anche in maggioranza che di fatto resterà inattuabile – è da chiedersi cosa ne accadrà delle politiche legate alla scelta strategica dell’alta capacità per il trasporto merci. Che ne succede della metropolitana di superficie? Pare infatti abbastanza naturale pensare che l’interramento interesserà al massimo due binari. Che ne sarà allora del progetto di metropolitana di superficie tra Trento e Rovereto? Se così stanno le cose, davvero interrare la ferrovia non ha alcun senso.
Decisivo appare poi l’argomento relativo ai costi, che lega saldamente il dato tecnico con quello politico. A fronte della complessità del progetto di interramento e di una così alta delicatezza dei lavori, i relativi costi saranno elevati ed andranno dai mille ai duemila miliardi di vecchie lire!
Vien da chiedersi allora, per venire a motivazioni di tipo politico, perché nonostante tutto ciò si intende procedere con il Piano Busquets. Anche perché, una volta adottato, un Piano va in “salvaguardia”. Ma così facendo si “inchioda” la città. Con la conseguenza che, dove andranno Boulevard ed interramento della ferrovia, non si realizzerà più nulla! Senza aggiungere che, ovunque i Boulevard sono stati realizzati, lo si è fatto per un traffico veloce! Altro che “oasi di verde”.
Il Piano Busquets, inoltre, non porta danni alla sola città di Trento. Se si dovesse realizzare il progetto che esso sottende, si configurerebbe una Provincia autonoma Trento-centrica, con grave danno della periferia. È infatti molto probabile che un investimento finanziario così alto a favore della città capoluogo toglierebbe notevoli risorse alla periferia.
Perché non prendere lezione dalla memoria storica che, in tema di pianificazione urbanistica attraverso il Piano Urbanistico Provinciale, aveva offerto al Trentino una soluzione attenta alla periferia, al suo popolamento e alla cura del suo territorio, proprio per evitare che l’asse dell’Adige venisse privilegiata?
Se non ricordo male, proprio in un programma politico di coalizione di governo sulla città, steso dalle forze politiche dell’attuale maggioranza, si dice che la città non deve espandersi incondizionatamente. Busquets, con la sua proposta dirompente, rischia di frantumare i rapporti di un territorio che è cresciuto con equilibrio. Nel tessuto urbano si legge la storia vissuta della città e si evidenzia il nuovo, nella continuità della tradizione. La dirompenza maggiore si legge nella proposta urbanistico- progettuale fatta sulle circoscrizioni Centro Storico – Piedicastello ed Oltrefersina, interessate quasi integralmente dal piano Busquets. L’interramento della ferrovia, il Boulevard, lo Scalo Filzi, tutte le nuove zone C5 di via Brennero, Trento nord (se non verrà stralciata) e Trento sud creeranno un mastodontico cantiere trentennale con cui la gente dovrà convivere in un caos totale.
Fortemente compromessa appare quindi l’attenzione alla “dimensione uomo” di cui è menzione nel citato programma di coalizione. Se poi si pensa che in Comune giacciono centinaia di domande di privati che chiedono di poter costruire e che queste vengono accantonate con la motivazione che si tratta di una variante “per opere pubbliche”, il quadro si completa. Ma quale “interesse pubblico”, se da un lato ne escono in buona sostanza favorite le Banche e dall’altro ne appare avvantaggiato qualche grosso speculatore?
Cons. Pino Morandini
Conferenza stampa sul regolamento attuativo l.p. 15/05 in materia I.T.E.A.
Osservazioni sul regolamento attuativo della L.p. 15/2005
A mio avviso, sono tre le cose che meritano una profonda revisione del regolamento in oggetto:
1. Lo striminzito valore I.C.E.F per la permanenza
2. Il forte peso del valore I.C.E.F. applicato ai pensionati per il calcolo del canone
3. L’eccesso di superficie
- Tutti coloro che risultino con un valore I.C.E.F. superiore a 0,34 non hanno diritto al rinnovo del contratto di locazione e quindi alla permanenza (art. 16 del regolamento).
Si salvano soltanto gli invalidi, se superano il 75% e gli ultrasessantacinquenni.
Questi possono permanere anche se superano lo 0,34 (articolo 17 del regolamento).
- La cosa negativa che balza immediatamente agli occhi è l’impatto sociale del provvedimento, che colpisce soprattutto i pensionati!
Chiariamo con un esempio.
a) Due pensionati il cui reddito annuale è di 18.363,00 euro netti (compresa la tredicesima) configurano questo quadro alla stregua del regolamento:
18.363,00 (= I.C.E.F. 0.34)
18.363 – 5% = 17.444 x 25.7% (incidenza canone) = 4.483 canone annuo : 12 = 373 a mese; a questo vanno aggiunte le spese condominiali (circa 105,00 euro al mese) + l’eccesso di superficie, che per circa 30 mq. corrisponde a 40,00 euro (se firmano di cambiare alloggio).
Riepilogando: i due pensionati pagheranno euro 373,00 + 105,00 + 40,00= 518,00 euro al mese
(a fronte di 1.530,00 euro, che in due portano a casa)
b) Se invece si tratta di due lavoratori, alle stesse condizioni dei pensionati, il
discorso cambia.
Due lavoratori il cui reddito annuale è di 18.520,00 euro netti (compresa la tredicesima) prospetta, alla luce del regolamento, la seguente situazione:
18.520,00 = (I.C.E.F. 0,21)
18.520,00 - 10% 16.670,00 x 15,2% (incidenza canone) = 2.533,00 canone anno : 12 = 211,00 a mese
Riepilogando: i due lavoratori pagheranno euro 211,00 + 105,00 + 40,00= 356,00 al mese
(a fronte di 1.540,00 euro, che in due portano a casa)
Traspare l’enorme differenza di trattamento fra il pensionato e il lavoratore a parità di reddito con le stesse qualità di alloggio; il pensionato con 1.530,00 euro paga 518,00 al mese, il lavoratore con 1.540,00 euro paga 356,00 al mese.
Il pensionato riceve 157,00 euro in meno del lavoratore in un anno e paga 162,00 euro in più del lavoratore al mese.
3. Eccesso di superficie.
Per arrivare ai 9.000 alloggi promessi in 10 anni, questo è il modo:
- L’operazione permette di arrivare al primo risultato dei 3.000 alloggi “di risulta” prevista dall’articolo 12 del regolamento, che obbliga l’inquilino a pagare l’eccesso di superficie rispetto al numero dei componenti il suo nucleo familiare.
Spiego la cosa in cifre:
- 5.047 nuclei familiari occupano alloggi con superficie maggiore di quella definita idonea.
- 62.000 sono i metri quadrati che risultano in eccesso in provincia di Trento.
-
- Per altri 3.000 alloggi promessi 1.200 sono stati programmati da I.T.E.A. ancora lo scorso anno (somma impegnata e coperta dal mutuo e prestito obbligazionario già in essere); l’eventuale costruzione di nuovi alloggi si riduce a 1.800 in dieci anni (e non più a 3.000).
Con riferimento ai restanti 3.000 alloggi a canone moderato, che dovrebbe costruire la Società per Azioni in dieci anni, rimangono forti dubbi. Infatti, a meno che gli stanziamenti della P.A.T. non aumentino (ma per far ciò dovranno aumentare ulteriormente i canoni agli inquilini), pare assai improbabile la loro costruzione.
Cons. Pino Morandini
Sulle Recentissime decisioni della Giunta in Materia di Edilizia Agevolata
Trento, 16 marzo 2006
Sulle recentissime decisioni della Giunta in materia di edilizia agevolata.
Esprimo non poca preoccupazione per le recenti determinazioni assunte dalla Giunta provinciale in ordine all’edilizia agevolata. Già essa era stata trattata da cenerentola del settore allorquando, lo scorso anno, con decisione improvvisa e mai assunta prima dalla Giunta, era stato precluso ai cittadini interessati di presentare le rispettive domande. Frustrando legittime loro aspettative e mettendo in forse numerosi atti preparatori (contratti preliminari o compromessi già stipulati, ecc.).
Ora, in una recente deliberazione, la Giunta interviene sulla materia, riaprendo i termini ed enucleando una serie di criteri sui quali mi sia consentita una valutazione assai preoccupata.
Il conferire un punteggio aggiuntivo ai richiedenti che risultano collocati in posizione non utile delle graduatorie 2005 (domande 2004) e si vedono costretti a reiterare per mancanza di fondi le loro domande nel 2006, se da un lato può sembrare un doveroso risarcimento di aspettative ingiustamente frustrate, d’altro lato configura un’odiosa discriminazione fra cittadini, il cui bisogno di aiuto dovrebbe essere soppesato con la massima equità.
Il bisogno di casa è infatti una realtà contingente che va soddisfatta in prospettiva, a meno che non si voglia introdurre un ulteriore nuovo parametro di merito, costituito dal grado di permanenza nel bisogno insoddisfatto.
Fatte queste premesse si può convenire con l’idea di dare una “chance” in più a chi si è visto sfumare sotto gli occhi l’opportunità di ottenere un contributo che con i trend finanziari del passato gli sarebbe spettato.
Giova però ricordare che questo “bonus” nel punteggio non deve costituire una vera e propria corsia preferenziale, perché in tale ipotesi meglio sarebbe trovare dei fondi “ad hoc” destinati a quella graduatoria. Portare elementi di distinguo troppo marcati all’interno di un gruppo omogeneo di domande, oltre a costituire un innegabile elemento di parzialità, elude anche il principio di imparzialità che sta alla base di un corretto modo di intervenire ed amministrare e che ha fondamento costituzionale.
Un altro elemento che ha destato perplessità è quello che prevede di finanziare prioritariamente, attraverso il peso dato ai diversi parametri di valutazione stabiliti dai criteri, una fascia di cittadini rappresentata da nuclei familiari di tre persone con reddito medio di 2.000 euro mensili.
Coloro che sono al di sotto di tali soglie e coloro che sono al di sopra sembrano condannati ad una maggiore incertezza nell’ottenimento del contributo.
Se escludere chi è più benestante può avere una ratio, escludere i più bisognosi sembra concettualmente più arduo, soprattutto è politicamente inaccettabile.
Detto brutalmente, i succitati criteri sembrano partire dal presupposto che chi ha poca capacità economica ha scarse probabilità di portare a termine gli interventi cui aspira e meriterebbe pertanto meno considerazione!
Se da un punto di vista ragionieristico ed economicistico il concetto non fa una grinza, da un punto di vista umano è inaccettabile perché non tiene conto della solidarietà fra parenti e dello spirito di sacrificio di chi coltiva un giusto sogno: quello della casa.
Sospingere folle di bisognosi animati da intraprendenza e coraggio verso la casa pubblica oltre ad aggravare il già congestionato mondo dell’ITEA, toglie al cittadino uno dei più sacrosanti diritti sanciti dai nostri ordinamenti e dal nostro costume, cioè quello della casa in proprietà.
Altra pecca che si coglie nei nuovi criteri del Piano straordinario per la casa è quello di aver gettato a mare tutti quei dettagliati meccanismi di graduazione di bisogno e di merito previsti dalle norme della L.P. 21/1992, introducendo al loro posto pochissimi parametri, standardizzati e di scarso peso.
In poche parole, in nome di un alleggerimento burocratico per gli uffici, si è sacrificato tutto un sistema che, seppur laborioso e da migliorare, garantiva una sorta di collaudata equanimità.
Una simile rivoluzione avrebbe quantomeno richiesto una più approfondita e diffusa simulazione dell’impatto in termini di soddisfazione della domanda anche sotto l’aspetto qualitativo oltre che quantitativo.
Edilizia Agevolata, Apertura Termini
Trento, 15 febbraio 2006
Al Direttore de “L’Adige”
Sul quotidiano “L’Adige” di sabato 11 febbraio è apparso un articolo ove si argomentava circa l’attesa apertura dei termini per la presentazione delle domande di edilizia abitativa agevolata.
Facendo le seppur dovute riserve, si faceva intendere che gli anzidetti termini dovrebbero essere aperti entro il mese di marzo.
Si sottolineava peraltro che l’apertura delle domande era comunque subordinata ad inderogabili modifiche del regolamento di attuazione della L.P. 21/92; in tal modo aprendo subito una breccia nel muro di certezze dianzi riferite (marzo 2006).
Vien da chiedersi come mai, a distanza di un anno di moratoria nella presentazione delle domande, ci si trovi ancora alle prese con simili problemi di natura esclusivamente amministrativa. Considerato che lo stesso Presidente della Giunta provinciale aveva esplicitamente promesso, ancora nell’estate 2005, che le domande per il 2006 sarebbero state aperte nel febbraio dello stesso anno, non potevano gli Uffici addetti alla stesura delle proposte di modifica del regolamento e della modulistica, provvedere in tempo a siffatti adempimenti?
Sarebbe stato altresì opportuno dare ai cittadini un’informazione tempestiva e precisa in ordine a quanto avrebbero dovuto attendere; in tal modo mettendoli in grado di concludere anche in maniera diversa gli interventi legati alle tanto attese provvidenze per la casa. Come testimoniano numerosi interessati, il 2005 ed ora anche il 2006, costituiscono l’amaro calvario di attese, di spostamenti iterati di atti notarili di compravendita, di opportunità d’acquisto sfumate e via discorrendo.
Uscire con una precisa indicazione, accompagnata magari da un atto di scusa, mi pare il minimo che si può chiedere a questa Amministrazione.
Cons. Pino Morandini
giovedì 15 maggio 2008
SULL’ APPROVAZIONE DELLA RIFORMA I.T.E.A. E SUA TRASFORMAZIONE IN S.P.A.
28 ottobre 2005
SULL’ APPROVAZIONE DELLA RIFORMA I.T.E.A. E SUA TRASFORMAZIONE IN S.P.A.
Non vi era alcuna urgenza (ben altri sono i provvedimenti urgenti: si pensi al caro-prezzi, alle politiche del welfare, alla sanità, ecc.) né alcuna necessità (bastava ritoccare la l.p. 21/’92) per l’approvazione a tamburo battente della c.d. riforma dell’I.T.E.A..
Ed invece la maggioranza ha inteso premere l’acceleratore per avviare al più presto, non una rivisitazione della politica edilizia, ma la strutturazione di una finanziaria – per l’appunto I.T.E.A. S.p.A. – con lo scopo di trasferire alla citata s.p.a. i debiti di I.T.E.A. oggi in carico alla Provincia.
Lo ha fatto sollevando serie perplessità sia di forma che di sostanza.
Quanto alla prima, ha scelto di imboccare la strada di una legge dalle formulazioni assai generiche – financo vaghe a tratti – demandando illegittimamente al regolamento di esecuzione la disciplina di vari settori spettante invece al legislatore. In tal modo, non solo realizzando una delega impropria di funzioni dal legislativo all’esecutivo, ma privando pure il legislatore di poteri suoi propri, con il risultato di sminuire il ruolo consiliare, in particolare dei Consiglieri di minoranza, atteso che quelli di maggioranza sono comunque rappresentati nella Giunta, organo competente all’adozione del citato regolamento di esecuzione.
Quanto alla sostanza, il provvedimento approvato si rivela incapace di offrire garanzie di gestione trasferibili nel futuro, nonostante l’assicurazione, fornita dai proponenti, del carattere pubblico del relativo capitale. Infatti, quantunque il capitale possa essere pubblico, ciò non conferisce alla nuova s.p.a. la capacità di garantire la funzione politico-sociale che I.T.E.A. ha sempre svolto e dovrebbe mantenere. E’ noto, in proposito, che il diritto societario garantisce l’aspetto economico ovvero l’utile della società, per cui in futuro potrebbesi tranquillamente assistere ad una politica puramente economica da parte di I.T.E.A. s.p.a.. Con il risultato che molti inquilini rischieranno circa la loro permanenza in alloggi I.T.E.A., magari dopo averli abitati per anni legittimamente e con un comportamento civile ed onesto.
Trattasi, per la stragrande maggioranza, di lavoratori che fino al ’98 compreso, si sono visti trattenere alla fonte somme periodiche di denaro destinate alla costruzione di case GESCAL (case, quindi, costruite anche con i loro soldi), e che oggi si sentono violati nella loro stessa dignità: quella dei lavoratori che, attraverso il circuito virtuoso del risparmio, si sono giustamente emancipati da condizioni di povertà per conquistare, anche con l’aiuto dell’ente pubblico, una preziosa tranquillità abitativa. Né sarà possibile per gli inquilini, eccettuati gli alloggi già destinati “a riscatto”, procedere a “riscattare” altre abitazioni, divenendone proprietari, perché la scelta operata dalla riforma “de qua” è quella dell’alloggio in affitto.
Non considerando che quella scelta non pare contraddetta dall’individuazione di alcuni alloggi eventualmente “riscattabili”; e soprattutto che essa si sarebbe configurata come un importante calmiere in un mercato immobiliare spesso impazzito e certo non facilmente abbordabile.
Che la gestione I.T.E.A. fosse da rivedere, non è dubbio. Ma non in questo modo, bensì con una disciplina organica che, ricomprendendo anche l’edilizia agevolata – e riaprendone i termini anche per il 2005, considerato che molti hanno già stipulato il compromesso - ritoccasse la l.p. 21/’92, il cui impianto si rivela valido a tutt’oggi; come ha confermato l’ex Direttore generale I.T.E.A., dr. Paolo Cavagnoli: “ Di questo disegno di legge non riesco a cogliere le novità dal punto di vista sociale, anche perché le proposte fatte sono già tutte contenute nella legge che si vuole cambiare”.
In tal modo si cancellano ottant’anni di politica abitativa socialmente rilevante, che ha qualificato il Trentino rispetto al restante panorama nazionale.
Infatti, I.T.E.A. S.p.a. assomiglierà, per come la legge testé approvata l’ha concepita, più ad un” Cavallo di Troia” per entrare in speculazioni varie, che ad un Istituto deputato a gestire la politica edilizia pubblica della Provincia autonoma, titolare di un’autonomia finanziaria consistente.
Stupisce, conclusivamente, soprattutto il comportamento della c.d. Sinistra Riformista, che ancora una volta s’è lasciata sfuggire l’occasione per tutelare realmente fasce deboli della popolazione e per affrancarsi da una politica radical-chic che la pervade da tempo.
A meno che, come taluno arguiva, non preferisca continuare a garantirsi una certa fascia di poveri.
Linfa per la sua sopravvivenza?
Lettera a Pinter sull'I.T.E.A.
19 ottobre 2005
L’articolo del Consigliere Pinter “I.T.E.A., una legge da migliorare”, recentemente pubblicato dall’Adige, lascia a dir poco esterrefatti.
Appare patetico notare come, “obtorto collo”, si sforzi di razionalizzare scelte che non lo convincono. Sorge il dubbio che qualcuno “per amore di coalizione” lo abbia pregato di turarsi il naso e di elargire il suo beneplacito in ordine ad un disegno di legge che, invece, va contro ogni logica di solidarietà nei confronti delle fasce meno abbienti di cittadini. Dove il mio interlocutore abbia scoperto la rimotivazione del disegno di legge “nell’analisi del bisogno”; “nel piano straordinario per la realizzazione di nuovi alloggi usando i ricavi della patrimonializzazione dell’I.T.E.A. con l’estensione dei possibili beneficiari, riportando il canone degli inquilini ad una sostenibilità sociale”, proprio non è dato sapere. Appaiono davvero frasi senza senso, perché prive di contenuti concreti.
Infatti, dovrebbe spiegarci quali ricavi si possano ottenere patrimonializzando l’I.T.E.A..
Sarebbe come dire che tinteggiando le pareti di una fabbrica aumentano gli utili.
Anche la restante parte dell’intervento si rivela ricca di dicotomie, così come l’assurdità di destinare risorse recuperate attraverso la trasformazione dell’ I.T.E.A., quasi a voler trovare ciò che di fatto non c’è in una normativa che attende dal regolamento gli assunti che vorrebbe e non sa darsi.
Velleità come quelle di dare la casa anche a chi ha redditi superiori alle attuali soglie di ammissione è cosa inconcepibile per un’amministrazione (e chi la difende) che sa di non poter soddisfare ormai nemmeno i bisogni più macroscopici. Prova ne è lo stesso disegno di legge in questione, con il quale nei fatti si tende a disimpegnare l’apparato governativo da responsabilità dirette in materia di alloggio pubblico.
L’unico elemento concreto ed accettabile si rivela l’accenno ad una nuova politica urbanistica in materia di aree per edilizia abitativa pubblica, fra l’altro più volte sollecitata in Commissione dal sottoscritto. Infatti, solo utilizzando la leva urbanistica, l’impulso alla realizzazione di nuovi alloggi può essere credibile. Come pure credibile è il pensare di poter far fronte ai nuovi bisogni di case ricorrendo alle maggiori altezze e volumi compatti dei nuovi edifici, prospettati come soluzione equilibrata tra edificazione e verde nell’articolo dello stesso Consigliere apparso sul citato quotidiano qualche giorno dopo. Anche in esso, peraltro, riappare purtroppo la fideistica equazione per la quale…
…patrimonializzazione dell’ I.T.E.A. = risorse per un nuovo faraonico piano straordinario!!
Cons. Pino Morandini

