venerdì 12 settembre 2008

Perchè agli anziani non è concesso fare l'abbonamento semestrale per i mezzi pubblici?


Trento, 28 luglio 2008


Ill.mo

dott. Dario Pallaoro

Presidente del Consiglio provinciale


INTERROGAZIONE

“Perché agli anziani non è consentito di fare l’abbonamento semestrale al posto di quello annuale con Trentino Trasporti per lo spostamento sui mezzi pubblici?”

E’ purtroppo triste realtà quella che vede oggi molte persone e numerose famiglie in forte difficoltà finanziaria, a causa del prepotente aumento del costo della vita. Mai come in questo periodo, infatti, l’inflazione è stata così alta (+ 0,5% al mese) in tutte le Nazioni che hanno adottato l’euro (“in primis” l’Italia); e ciò ha messo in ginocchio non solo i redditi bassi, ma pure quelli medio–bassi.

Naturale che, in siffatta contingenza economico–finanziaria, le prime a risentirne sono le pensioni minime e comunque i trattamenti pensionistici della gran parte di coloro che, raggiunta l’età pensionabile, debbono fare calcoli su ogni spesa, anche la più piccola, per poter giungere in autosufficienza economica alla fine del mese.

Ovvio, quindi, che una delle fasce più colpite è quella della popolazione anziana, cioè persone dai 65 – 70 anni in su. Molti di costoro, ormai più vicino agli 80 che ai 70, non avendo la patente o non disponendo di un mezzo proprio ovvero non sentendosi più in grado di mettersi alla guida di un autoveicolo – fondano tutti i loro spostamenti sul trasporto pubblico e quindi sono ricorsi per questo all’abbonamento con Trentino Trasporti.

Pare proprio – da quanto è stato segnalato allo scrivente – che Trentino Trasporti non consenta di stipulare un abbonamento semestrale, ma solo annuale. Peraltro sono sempre più numerosi gli anziani che, a causa dell’inclemente contingenza economico-finanziaria, non ce la fanno a versare di colpo la somma (non piccola!) corrispondente all’abbonamento annuale. Ed invece, se potessero suddividerla almeno in due parti, riuscirebbero a farvi fronte. Ecco perché consentire loro di stipulare un abbonamento semestrale, anziché annuale, nel mentre non porterebbe disagi né a Trentino Trasporti né alla Provincia, rappresenterebbe invece per molti anziani una boccata di ossigeno con il poter diluire in due “rate” la somma da versare per il trasporto pubblico.

Ciò premesso,

si interroga l’Assessore competente per sapere:

1) se è a conoscenza della situazione di disagio descritta in premessa;

2) se non ritenga necessario ed urgente intervenire, impartendo nei confronti della società o degli organismi competenti le opportune direttive, affinché si consenta almeno alla fascia della popolazione anziana – ma lo stesso ragionamento vale anche per i nuclei familiari a basso reddito e per quelli numerosi – la possibilità di contrarre con la società o l’amministrazione competenti l’abbonamento semestrale al trasporto pubblico in luogo di quello annuale.

A norma di regolamento si chiede risposta scritta.

Cons. Pino Morandini

Mozione sulla restituzione dell'IRAP agli ospiti delle R.S.A.

Trento, 23 luglio 2008

Ill.mo

dott. Dario Pallaoro

Presidente del Consiglio provinciale


PROPOSTA DI MOZIONE

“Va restituita l’IRAP agli ospiti delle R.S.A.; vanno aumentati i parametri dell’assistenza e del servizio di animazione e coinvolti realmente i rappresentanti degli ospiti delle R.S.A.”

Il Protocollo d’Intesa per la definizione delle direttive per l’assistenza sanitaria nelle R.S.A. per l’anno 2008, stipulato tra l’Assessorato alle Politiche per la Salute, l’U.P.I.P.A. e le tre Confederazioni sindacali, costituisce un atto inaccettabile.

In primo luogo, per quanto concerne la questione relativa all’IRAP (Imposte sul Reddito delle Attività Produttive). E’ scritto nel citato Protocollo: “9. in relazione alla dinamica delle risorse disponibili a seguito dell’esenzione dall’IRAP delle Aziende Pubbliche per i Servizi alla Persona, non sono ammessi aumenti della retta alberghiera se non per oggettivi e riconoscibili incrementi dei livelli di assistenza rispetto al 2007, in ogni caso concordati con i parenti degli ospiti”. Orbene, da quasi una decina d’anni (cioè da quando è entrata a regime l’IRAP), detta imposta è pagata dagli ospiti delle R.S.A. del Trentino in quanto ricompresa nella c.d. quota alberghiera, notoriamente a carico dell’ospite. Si sa, infatti, che, a seguito della l.p. 6/98, sussistono oneri gravanti sul Fondo sanitario (quota sanitaria, a carico della Provincia) ed oneri gravanti sull’utente delle R.S.A. (quota alberghiera).

Il pagamento dell’IRAP – computato il primo anno al 9,6% degli emolumenti del personale, sia assistenziale che amministrativo; dal secondo anno in poi all’8,5% – ha fatto introitare in un decennio da parte della Provincia circa 7,5 milioni di euro. Essi sono desumibili sia dai bilanci di previsione che dai conti consuntivi delle R.S.A.

Se si suddivide il cennato importo (7,5 milioni di euro l’anno) per il numero degli ospiti delle R.S.A. del Trentino (sono circa 4.800 i non autosufficienti), se ne ricava che ciascun ospite ha pagato all’anno la bella somma di euro 1.428,57 di sola IRAP (quasi quattro euro al giorno e più di un mese di retta attuale)!

La decisione della Giunta di esentare, a partire dal 2008, le R.S.A. dal pagamento dell’IRAP, se applicata correttamente, deve intendersi quale riduzione della quota alberghiera gravante sugli ospiti per la parte relativa all’IRAP; non certo, come invece sta facendo la Giunta, di trattenere nelle casse principali la quota corrispondente al pagamento dell’IRAP o di parte di essa (5 milioni di euro). Ciò, infatti, concreta un comportamento quantomeno illegittimo dell’Amministrazione, trattandosi di denaro degli ospiti delle Aziende Pubbliche per i Servizi alla Persona.

Va quindi restituito agli ospiti delle R.S.A. quanto, relativamente alla quota IRAP, essi stanno indebitamente pagando dal 1° gennaio 2008. Conseguentemente va ridotta la retta alberghiera in misura pari all’8,5%, percentuale corrispondente all’incidenza dell’IRAP; oppure la somma corrispondente va reinvestita in personale di assistenza alla persona, previo accordo con i rappresentanti degli ospiti, come previsto dal citato Protocollo d’Intesa. Né appare fondata l’affermazione del Presidente della Giunta, per la quale la cennata quota milionaria corrispondente al gettito IRAP va trattenuta in capo alla Provincia per far fronte ai maggiori costi del personale (variazione dei parametri). Questi infatti, dati alla mano, sono lievitati dello 0,45%, con un incremento, per l’intero territorio provinciale, di circa 300.000 euro: ben poca cosa a fronte dei 7,5 milioni di euro annui introitati come IRAP.

In secondo luogo, appaiono ridicoli i parametri dell’assistenza convenuti fra i firmatari del menzionato Protocollo ed è incredibile pensare che tra quei firmatari figurino anche le c.d. parti sociali. La variazione dei parametri dell’assistenza è infatti dello 0,05% (!), percentuale che non aiuta certamente ad alleggerire il gravoso carico di lavoro del personale di assistenza né ad assicurare di riflesso, un miglioramento nella qualità dell’assistenza stessa. Con ciò ignorando le condizioni di lavoro del personale a servizio degli ospiti delle R.S.A. e le gravi condizioni in cui versano le persone ospiti delle R.S.A. stesse.

Vanno quindi rivisti i parametri dell’assistenza, specie per quanto attiene al personale O.S.S.

Analogamente, si rappresenta sempre più necessaria la presenza di un vero servizio di animazione all’interno delle R.S.A. E’ infatti documentato anche scientificamente che la mancanza di relazione sociale, dello stimolo attraverso attività ludiche, del coinvolgimento nella vita giornaliera, cioè, in una parola, dell’animazione, porta alla malinconia, per poi sfociare nella depressione e, in seguito, nel peggioramento delle diverse patologie già in atto. Vanno quindi implementati i parametri dell’animazione che oggi, a seguito della delibera della Giunta provinciale n. 2739/2007, Tabella A, sono di un operatore di animazione ogni 60 ospiti letto!

In terzo luogo, si rivela assai grave l’esclusione dei rappresentanti degli ospiti delle R.S.A. del Trentino dalla stesura definitiva e dalla partecipazione alla sottoscrizione del citato Protocollo d’Intesa per l’assistenza nelle R.S.A. per il 2008. Non solo perché detti rappresentanti erano stati regolarmente eletti, alla stregua di quanto disposto dallo stesso Assessorato alle Politiche per la Salute con circolare 27/08/2007, n. 3197; ma pure perché essi avevano partecipato ad alcuni tavoli di lavoro tecnici di preparazione del Protocollo stesso!

Ciò premesso,

il Consiglio provinciale

impegna la Giunta

1) a restituire dal 1° gennaio 2008 agli ospiti delle R.S.A. del Trentino quanto essi hanno indebitamente pagato a titolo di IRAP, che invece è stata soppressa a far tempo da quella data;

2) a ridurre la retta alberghiera degli ospiti delle citate R.S.A. in misura pari all’8,5%, corrispondente all’incidenza dell’IRAP gravante su ogni ospite oppure a reinvestire la somma corrispondente in personale di assistenza, al fine di migliorare la qualità del servizio previo accordo con i rappresentanti degli ospiti delle R.S.A.;

3) a rivedere, aumentandoli consistentemente, i parametri dell’assistenza, soprattutto per il personale O.S.S. (1 operatore per 1,8 ospiti);

4) ad implementare fortemente i parametri dell’animazione, considerata l’importanza decisiva di questo servizio per la salute generale dell’ospite;

5) a coinvolgere i rappresentanti degli ospiti delle R.S.A. del Trentino, regolarmente eletti secondo le vigenti disposizioni, in tutti i momenti direttamente interessanti gli ospiti stessi (partecipazione alla stesura di Protocolli, sottoscrizione degli stessi, ecc.).

Cons. Pino Morandini

Ancora sul Caso Englaro

Trento, 18 luglio 2008

SU ELUANA

La vicenda di Eluana Englaro va affrontata con estrema delicatezza e di fronte ad essa ci si deve astenere da qualsiasi giudizio, mostrando vicinanza concreta ai soggetti coinvolti ed ai loro cari, non disgiunta dalla preghiera. Alcune riflessioni sul dibattito in corso.

1) Eluana è una persona viva. Nel dicembre 2006, la Corte d’Appello di Milano aveva stabilito che “ in base alla vigente normativa Eluana è viva…”. Questo punto non è stato impugnato. La stessa Cassazione, nell’ottobre 2007, ha scritto che Eluana è una persona, eguale a qualsiasi altra. Lo ha fatto con espressioni splendide, anche se poi contraddette dalle conclusioni della decisione.

2) Eluana non è morente. Lo prova la definizione di “stato vegetativo permanente”: durevole per il tempo in cui durerà la menomazione.

3) Non è in corso un accanimento terapeutico. La Cassazione ha stabilito che la somministrazione di cibo e di bevande per via naso gastrica non è accanimento terapeutico.

La rimozione del sondino farà morire Eluana di fame e di sete.

4) Confronto con casi simili.

Chi salva una persona che sta cercando di suicidarsi, non commette “violenza privata”. Anzi riceve giustamente pubblici riconoscimenti. Non c’è quindi un diritto di autodeterminazione riguardo alla vita e alla morte, come è riconosciuto del resto, dalla Cassazione.

A chi potrebbe obiettare che, nell’esempio proposto, non c’è un problema di cura e di consenso informato del paziente, offro un altro esempio: se l’aspirante suicida, prima di ingoiare la sostanza letale, lasciasse un messaggio in cui dicesse: “Se qualcuno mi trovasse ancora in vita, ma privo di coscienza, dispongo che non mi si curi”; che dovrà fare il medico accorso che trova l’uomo in coma e quel suo messaggio? Dovrebbe forse lasciar morire la persona in questione? Ma allora dove sta il rispetto dell’autodeterminazione, che in questo caso riguarderebbe anche le cure?

Il vero giudizio, allora, che potrebbe condurre la ragazza a morte, riguarderebbe il valore della sua vita, non il rispetto della sua (presunta) volontà. Difatti, il decreto della Corte d’Appello sottolinea, a proposito di Eluana, “il venir meno dell’essenza umana” ed il carattere di “esseri umani pienamente vegetativi” di coloro per i quali non sarà più possibile un’attività psichica. Ciò, peraltro, contrasta con l’affermazione della Cassazione (16/10/2007) per la quale “Chi versa in stato vegetativo è, a tutti gli effetti, persona in senso pieno, che deve essere rispettata e tutelata nei suoi diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita”.

5) L’articolo 32 della Costituzione. La Corte d’Appello scarica sul genitore-tutore la responsabilità di decidere la morte di Eluana. La radice di ciò sta in un’errata interpretazione dell’art. 32 della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per obbligo della legge”). Si deve infatti armonizzare il diritto alla salute con il diritto a non essere sottoposti a trattamenti disumani o degradanti (art. 5 Dichiarazione Universale Diritti dell’Uomo). Ma dare da mangiare e da bere, senza che sia necessario usare violenza, è un trattamento sanitario disumano o degradante o è invece l’espressione del più elementare atteggiamento di solidarietà umana?

6) La volontà (presunta) di Eluana. Si dice che Eluana avesse manifestato – in circostanze ovviamente precedenti all’incidente che l’ha immobilizzata – la considerazione che, qualora si fosse trovata in situazione analoga a quella in cui oggi versa, avrebbe preferito interrompere i trattamenti che la tenevano in vita. Che da frasi pronunciate in occasioni diverse, per di più estrapolate dal contesto in cui furono declamate, possa desumersi una volontà attuale di Eluana in ordine all’interruzione dell’alimentazione, mi pare francamente troppo. Perché non può essere un dubbio legittimo che un soggetto, al mutare delle proprie condizioni, muti pure il parere manifestato un tempo (corollario pure questo della libertà individuale che fonda l’autodeterminazione)? Basta entrare in ospedale e vedere come molti si riattaccano alla vita, pur contro ogni speranza, in condizione deplorate poche ore prima. Perché ci si dimentica, in questi casi vitali, del c.d. principio di precauzione?

7) Il principio d’eguaglianza e la dignità umana. Tutte le persone sono eguali in dignità e questa è inerente all’essere umano, non è una qualità che si aggiunge all’esistenza, nel senso che può esserci o meno. Il diritto alla vita è la prima ineliminabile espressione della dignità umana. Ogni vita vale allo stesso modo, quale che sia la condizione in cui si trova. La dignità umana non dipende da ciò che pensa qualcuno, fosse anche la stessa persona titolare del diritto alla vita. Per cui, il più grave errore compiuto nella vicenda giudiziaria di Eluana è stato portare l’indagine decisiva su ciò che la ragazza pensava della dignità umana. In tal modo la dignità diventa un dato variabile e soggettivo.

Così si rischia di minare le fondamenta di una civiltà, a scapito dei più deboli.

Pino Morandini

Proposta di Ordine del Giorno in Materia di Autismo

Trento, 16 luglio 2008

PROPOSTA DI ORDINE DEL GIORNO

PRESENTATA IN RELAZIONE ALLA DISCUSSIONE DEL

DISEGNO DI LEGGE N. 301

Interventi per la prevenzione, la cura e la riabilitazione dell’autismo e per l’assistenza alle famiglie delle persone affette dalla patologia

- Premesso che le diagnosi che evidenziano i disturbi evolutivi globali dello sviluppo psicologico (DEG) sono in forte aumento;

- considerato che la sindrome in parola investe non solo il versante sanitario, ma pure quello sociale, scolastico, del lavoro;

il Consiglio provinciale impegna la Giunta provinciale :

­ a considerare, nell’attività di programmazione sanitaria, l'importanza dell'attività diagnostica in ordine alla cura e alla riabilitazione delle persone affette da disturbi evolutivi globali (DEG), promuovendo l'applicazione di criteri di diagnosi precoce, utilizzando i pediatri di fiducia;

­ a sviluppare la ricerca scientifica in materia di DEG anche promuovendo rapporti di collaborazione con L’Istituto Superiore di Sanità e con la regione Veneto, con particolare riferimento all'opportunità di creare un osservatorio per il monitoraggio dei fenomeni di origine ed evoluzione dei DEG;

­ a promuovere percorsi multidisciplinari nell'approccio ai DEG sia con riferimento alla dimensione sanitaria e assistenziale sia con riferimento alla dimensione sociale e scolastica degli stessi e a favorire, di conseguenza, il raccordo e il coordinamento tra i vari settori sanitari coinvolti nonchè l'integrazione tra interventi sanitari, scolastici, educativi e sociali;

­ a promuovere l’istituzione della figura del curatore del caso (“case manager”) che, fondandosi su competenze di psicopedagogia speciale, segua periodicamente il Piano Educativo Individuale (P.E.I.) a casa e a scuola, coordinando gli interventi e verificandone i risultati;

­ a dare sostegno all’attività dell’A.G.S.A.T. (Associazione Genitori Soggetti Autistici) nei modi considerati più consoni.

Cons. Pino Morandini

A proposito di Eluana Englaro...

Trento, 11 luglio 2008

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Eluana Englaro versa in una drammatica situazione sin dal 1992, aggravata da una degenerazione del quadro clinico che la ha condotta in uno stato vegetativo permanente. Da qui l'istanza del padre-tutore di porre fine alle sofferenze della figlia...

Ritengo che dinanzi a queste situazioni, ormai sempre più frequenti, non si possa far altro che astenersi da ogni giudizio, mostrando invece la vicinanza anche concreta ai soggetti coinvolti ed ai loro cari. Dolore infinito...

Ma rimane una domanda di fondo, per non abdicare dinanzi all’emotività, che spesso porta a decisioni antiumane: nella sentenza che, in nome dell'autodeterminazione, permette il distacco del sondino nasogastrico che alimenta la Englaro, non v'è forse una contraddizione di fondo, che comporta, qualora assunta nella sua interezza, la disgregazione non solo dello Stato di diritto, bensì della convivenza umana?

Mi spiego...

Si dice che Eluana avesse manifestato in altre circostanze, ovviamente precedenti all’incidente che l’ha immobilizzata, (e presumibilmente in momenti in cui esso con le sue conseguenze non veniva rappresentato in maniera compiuta, mica si trattava d'una veggente...), la considerazione che, qualora si fosse ritrovata in una situazione analoga a quella in cui a tutt'oggi versa, avrebbe preferito interrompere i trattamenti che la tenevano in vita, onde accelerare il proprio decesso.

Che sia condivisibile o meno, tale idea non è assolutamente sufficiente, a parer mio, a fondare una decisione quale quella contenuta nella sentenza milanese.

Che da frasi pronunciate in occasioni diverse, reinterpretate a distanza di anni da soggetti terzi, per di più estrapolate dal contesto in cui furono declamate, possa desumersi una volontà attuale da parte della Englaro in ordine all'interruzione dell'alimentazione, pare francamente troppo. E ciò, mi sembra, è la negazione dell’autodeterminazione, non la sua attuazione. Infatti, affinché un soggetto si “auto-determini”, occorre che l'atto volitivo promani da sé medesimo. che sia chiaro e che sia attuale. Altrimenti verrebbe da ammettersi che il soggetto sarebbe in taluni frangenti vincolato ad un suo volere precedentemente manifestato. Ma che allora rischierebbe di non essere più autodeterminato, bensì...eterodeterminato. Peggio, si avrebbe che in quel momento (successivo), il principio di autodeterminazione per lui non sarebbe più invocabile...

Inoltre, perché molti non si chiedono se non sia un dubbio legittimo che un soggetto, al mutare delle proprie condizioni, muti pure il parere manifestato un tempo (corollario pur questo della libertà individuale che fonda l'autodeterminazione)? Basta entrare in un ospedale e ci si rende conto di come molti si riattaccano alla vita, pur contro ogni speranza o ragionevole parere medico in condizioni deplorate poche ore prima. Ed ancora, se un soggetto cambiasse parere e tale cambiamento però rimanesse interiore, o velato, come si potrebbe sostenere che una scelta impostagli sulla base delle sue convinzioni passate sarebbe frutto della sua scelta e non un'imposizione esterna, di forza?

Non si sta parlando di diritti patrimoniali, si parla di vita umana…

Stupisce che molti cultori dell'autodeterminazione, del soggettivismo più estremo (fra i quali non mi annovero) non riconoscano tale contraddizione nel loro argomentare. Che dimentichino in questo settore così delicato il basilare principio di precauzione, che invece invocano in altri ambiti, ad esempio quello ecologico. Giusto richiamarlo in detto ambito, ma allo stesso modo pure in quello che qui ci occupa.

Ma una ragione c'è. E credo di scorgerla nel fatto che per quella corrente di pensiero non è l'autodeterminazione ciò che realmente conta. E' una visione della persona umana, in base a cui si può dedurre (oggettivamente, dunque a priori...) quale vita è degna o meno d'essere vissuta, in un ottica utilitaristica dell'essere umano. E chi vede l'essere umano come il fine, pur nello strazio delle sofferenze cui c'incappa ad ogni piè sospinto, nel rispetto delle intime ed insindacabili scelte dei singoli, non la può appoggiare. Anzi, la può e la deve contestare con tutte le forze, pena la disgregazione della società umana, che deve invece fondarsi sull'uguaglianza morale e giuridica di ogni uomo. Perché la pericolosa conseguenza che da ciò trae Enghelhardt (uno dei maitre a pensier del movimento pro - choice mondiale) ha solcato la storia riempiendola di vittime innocenti. E contro ciò va posta ogni forza legittima.

Pino Morandini

In Ricordo di Alexander Langer

Trento, 8 luglio 2008

Molto si è parlato in questo periodo della figura di Alexander Langer, leader e teorico dei Verdi per numerosi anni, in regione e non solo. Nel manifesto dei Verdi che compare in questi giorni in città, c’è proprio la sua figura, con uno zaino in spalla e una scritta: il monito di Alexander a continuare a fare ciò che era giusto. Osservando questa immagine, non ho potuto non ricordare il mio passato rapporto con Langer, i nostri incontri, personali e pubblici, a Trento e a Bolzano, sul tema dell’uomo e del suo rapporto con la natura, nel lontano 1988. Ricordo con piacere quegli anni, quando sembrò possibile che i Verdi ed esponenti del Movimento per la vita come il sottoscritto, si potessero mettere al tavolo, per discutere, come disse allora Langer, sul fatto che “l’emergenza per la vita è una sola in tutte le sue forme”. Si parlò, insieme, con tolleranza e reciproco ascolto, di come la salvaguardia del creato, dal consumismo, dall’inquinamento, dalla violenza dell’uomo, riguardasse anche la salvaguardia della vita umana, dalle manipolazioni genetiche e dall’aborto. Langer sapeva bene che l’embrione è qualcuno e non qualcosa; sapeva che il rispetto per la natura comprende quello per la natura umana, sin dal concepimento. Insieme a Michele Boato, Giannozzo Pucci, ed altri esponenti del mondo ecologista, aveva infatti redatto un documento, se non ricordo male indirizzato a Ratzinger, sulla dignità embrione. Chi se lo ricorda più, oggi? Chi ricorda la posizione di altri intellettuali laici come Pier Paolo Pasolini, o Claudio Magris, a difesa della vita? Ancora oggi purtroppo si cerca di spacciare il grande tema della vita umana come una mania dei cattolici in generale e del Movimento per la vita in particolare. E in nome di questa divisione fasulla, si continua a non fare nulla a tutela della vita nascente, della maternità e della famiglia. Langer già allora era allarmato: la stessa violenza che si può compiere ai danni della natura, viene realizzata sempre più spesso ai danni dell’uomo, negli asettici laboratori in cui si sperimenta la clonazione o in cui si eliminano in serie gli embrioni umani, meno costosi di quelli delle scimmie.

Erano anni in cui anche illustri donne del movimento dei verdi, come Laura Cima, si interrogavano sui rischi fisici e psichici delle tecniche di fecondazione assistita sui bambini e sulle donne, e in cui si metteva in luce il pericolo insito nell’ affidare il proprio corpo, e la propria discendenza, a tecniche innaturali, sperimentali e spesso dannose. Ricordo addirittura convegni e dibattiti, come quello che portò alla pubblicazione del testo “Madre provetta. Costi, benefici e limiti della procreazione artificiale”, edito da una casa prestigiosa come la Franco Angeli. Ebbene, oggi mi piacerebbe che, ricordando Langer, qualcuno riprendesse in mano anche queste tematiche che gli stavano a cuore, e si chiedesse: cosa direbbe oggi Alessandro, di fronte ad un celebre scienziato come James Watson, che ha recentemente espresso le sue posizioni razziste, quando afferma che la vita “non è altro che una questione di chimica” e che “l’eugenetica è condannata a tornare in ogni senso: tutto il mondo vuole avere figli il più sani possibile…Lasciateci liberare la società dai difetti genetici. E’ un non senso dire che siamo sacri e che non dobbiamo cambiare. L’evoluzione può essere crudele. Andremo verso un controllo della vita umana? Penso di sì…Non dobbiamo cadere nell’assurda trappola di essere contro tutto ciò a cui Hitler era a favore…”.

Cosa direbbe di fronte alla brevettazione del Dna, alla “vita in vendita”, alle prodezze di un Craig Venter che, come hanno raccontato tutti i giornali, modifica geneticamente organismi umani senza conoscere le conseguenze che ciò potrebbe avere per l’ecosistema? Cosa penserebbe dinanzi agli embrioni chimere, al transessuale che ha appena partorito un bambino dopo anni e anni di bombe ormonali per cambiare sesso, allo sperma artificiale che si sta studiando in Inghilterra per sopperire alla mancanza di venditori di seme maschile? Cosa farebbe se conoscesse le affermazioni, e non solo, di un importante bioingegnere americano come Gregory Stock, che propone di creare altri due cromosomi, il 47esimo e il 48esimo, per inserirli nell’embrione umano, per creare, se riesce, un “superuomo”? Forse, anche se non era credente, userebbe le stesse espressioni del grande biochimico Erwin Chargaff, uno di coloro che contribuirono maggiormente alla conoscenza del Dna: “Distruggeranno presto la generazione di figli. Internet-genitori ordineranno via web internet figli e i bambini verranno shakerati come cocktail”, mentre organismi geneticamente modificati da uomini senza scrupoli, per brama di denaro, o di successo, determineranno catastrofi inimmaginabili.

Alla tecnica è giusto che la politica chieda di non snaturare la natura e di non disumanizzare l’uomo. Langer sarebbe stato d’accordo. Ma i più, anche oggi, se ne dimenticano.

Cons. Pino Morandini

FUNERALI DI AGNESE FIORENTINI: MA IL COMUNE DI TRENTO DOV’ERA?

Si sono tenute recentemente, nel Duomo di Trento, le esequie di Agnese Fiorentini, grandiosa donna democristiana che ha totalmente donato la propria esistenza al servizio degli altri e del bene comune, sacrificando per questa causa anche i propri affetti. Già altri, ed in modo mirabile (Claudio Piccoli, Paolo Cavagnoli, Giorgio Tononi, ecc.) hanno tracciato l’alto profilo morale, umano, politico e sociale di Agnese.

Chi ha avuto l’opportunità di conoscerla e di seguire le sue gesta, sa bene che quanto descritto rappresenta solo una parte della miriade di opere, di iniziative, di progetti che essa ha portato a termine, intrapreso, pensato. Anche coloro che non si riconosceranno nel suo pensiero politico, le hanno sempre tributato stima ed autentica autorevolezza.

Tra i vari servizi resi alla comunità, spicca quello prestato in veste di Assessore alle Attività Sociali nel Comune di Trento, condotto per due legislature con lungimiranza, come testimoniano alcune sue iniziative assolutamente innovative per quei tempi.

In primo luogo, la messa in attività delle assistenti sociali domiciliari, dapprima in cooperativa e successivamente “comunali”, superando l’annoso ostacolo rappresentato dall’iniziale impossibilità di assumerle. In secondo luogo, l’apertura del primo poliambulatorio, avvenuta in quel di Lavis nel tormentato clima del passaggio dell’organizzazione sanitaria degli enti mutualistici (per noi la c.d. Cassa Malati) alle U.S.L. In terzo luogo, l’invenzione del primo servizio di podologia presso il centro anziani.

Iniziative, queste, che qualificarono il Comune di Trento non solo come municipalità capofila nel resto d’Italia, quanto al versante socio-sanitario, ma che si risolsero immediatamente a beneficio della comunità di Trento e del circondario.

Nonostante tutto ciò, il Comune di Trento ha brillato, in occasione delle esequie di Agnese Fiorentini, per la sua assenza. Quando invece avrebbe quantomeno dovuto essere presente con una delegazione ufficiale che le tributasse il dovuto omaggio. E così, cara Agnese, mentre altri sono particolarmente ricordati, e giustamente, al punto da allestire camere ardenti, Tu sei cacciata nell’oblio di chi hai maggiormente servito. Ma noi, anche per questo, Ti tributiamo doppio ringraziamento. E soprattutto, il Signore della Vita Ti ha accolto come solo Lui Sa accogliere.

Cons. Pino Morandini