lunedì 26 maggio 2008

IL PERCHE’ DELL’OSTRUZIONISMO IN CONSIGLIO REGIONALE SUL C.D. PACCHETTO FAMIGLIA

IL PERCHE’ DELL’OSTRUZIONISMO IN CONSIGLIO REGIONALE

SUL C.D. PACCHETTO FAMIGLIA

Poiché il mio atteggiamento ostruzionistico è stato dipinto come fine a se stesso per rallentare i lavori consiliari, faccio presente che poiché non sono uso ricorrere a questi metodi, le ragioni dell’ostruzionismo erano sostanziali e si riannodano ai motivi che esporrò di seguito. Non è vero, infatti, che il nuovo “c.d. Pacchetto Famiglia” sia così positivo come si vuole dipingere. Anzi ai vari interventi danneggia fasce deboli della popolazione che dice di voler aiutare.

  1. In primo luogo perché l’estensione fin al primo figlio dell’assegno al nucleo familiare – recepita come impegno nella l.p. 13/2007 a seguito di un mio disegno di legge – non è stata però estesa, come costantemente avevo chiesto, anche ai figli nati negli anni 2005, 2006 e 2007. In quegli anni, i primi figli non sono stati per nulla considerati dalla Regione, non ricevendo le relative famiglie alcun contributo, diversamente da quanto accadeva (attraverso gli assegni di natalità e di cura) con l’originario Pacchetto Famiglia, che Dellai e C. hanno voluto cancellare. In tal modo danneggiando molte famiglie, spesso le più fragili, quali quelle con un solo genitore, che quasi sempre non hanno più di un figlio. L’ostruzionismo mirava, in primo luogo, ad estendere l’intervento finanziario per i primi figli a partire dagli anni rimasti scoperti a causa del nuovo “c.d. Pacchetto Famiglia” (2005, 2006, 2007).

  1. L’Assessore ha replicato affermando che non ci sarebbe la relativa copertura finanziaria. Cosa destituita di fondamento, se si pensa che i 30 milioni di euro stanziati dal 2005 ad oggi con l.r. 1/2005 non sono stati quasi per nulla utilizzati – e quindi sono finiti “in economia”!! – perché parecchi degli interventi caparbiamente voluti da questa maggioranza, a partire da quello per i lavoratori atipici, non hanno incontrato il favore dei cittadini. Si potevano quindi indirizzare almeno una parte dei circa 120 milioni di euro non utilizzati in questi 4 anni, per estendere fin dal primo figlio delle provvidenze finanziarie, specie pensando al costo sempre più alto della vita. A queste proposte la Giunta si è mostrata totalmente sorda, nonostante la battaglia intrapresa.

  1. In aggiunta a quanto sopra espresso, altri interventi del c.d. nuovo “Pacchetto Famiglia” di fatto si appalesano a danno di fasce deboli che si afferma invece di favorire.

    Così è per la c.d. integrazione al minimo della pensione: si è tolta l’integrazione al minimo derivante dallo Stato, con i relativi aumenti, e si è inventata un’integrazione al minimo regionale più bassa, penalizzando in tal modo le iscritte alla pensione casalinghe e colpendo ulteriormente la relativa legge.

    Così, nel prevedere l’importo complessivo mensile dell’assegno per livello di condizione economica del nucleo familiare, si sono fortemente penalizzate le famiglie con un solo genitore!

    Analogamente, l’aiuto alla contribuzione volontaria per l’assistenza ai figli non autosufficienti è stata limitata ai figli minori di 5 anni!

    E gli altri?

  1. Perché, invece, non si attuano concretamente interventi previsti da anni in legge, come, ad esempio, quello a favore di chi assiste in casa familiari non autosufficienti, interventi che in provincia di Trento non si è voluto far decollare?

    Perché si concede il sostegno alla contribuzione volontaria solo al genitore che, lavorando a tempo parziale, accudisce al proprio figlio il restante periodo della giornata, e non anche al genitore che ha scelto di dedicarsi ai figli l’intera giornata, rinunciando al lavoro fuori casa?

    Sono alcune delle ragioni e delle domande che hanno motivato il mio ostruzionismo al c.d. nuovo “Pacchetto Famiglia”, determinando il mio voto finale di astensione.




Cons. Pino Morandini

venerdì 16 maggio 2008

A proposito di redditi on-line

Trento, 8 maggio 2008

Il can – can creatosi attorno alla pubblicazione, poi al ritiro, poi alla bagarre, poi a non si sa che legato alla diffusione on line dei redditi, mi lascia non poco perplesso. E non certo in quanto parte in causa: la pubblicazione delle dichiarazioni reddituali dei politici è stabilita in via legislativa per la nostra Regione, e dunque sotto questo profilo, mi sento d'avere già dato. Mi lascia perplesso per altre, ben più profonde, ragioni.

Una prima, marginale, rimanda ad un dato quasi (drammaticamente) folcloristico, ormai connaturato, alla vita pubblica italiana: le amministrazioni litigano tra loro, si sfidano a colpi di provvedimenti, di atti autoritativi e, dandosele di santa ragione, non solo si coprono di ridicolo, bensì mettono pure il cittadino in condizione di non sapere più che diavolo fare. Protagonisti dell'ultima tenzone, il garante per la privacy ed il sempre originalissimo viceministro Visco, cui la passione per tasse e gabelle gioca talvolta pessimi scherzi.

A parte questa nota di costume, trovo che la lista di proscrizione dei contribuenti via internet, sia una trovata di pessimo gusto. Eppure essa tradisce pur tuttavia un'anima preponderante dell'ormai defunto Prodibis:il disprezzo verso il contribuente, specie se dotato di un reddito medio- alto, la sua qualificazione più o meno come pollo da spennare e da lasciare al pubblico dileggio.

L'ultimo esecutivo s'è trascinato, fra l’altro, nella concezione grottesca tratta dall'interpretazione più falsa e pauperista delle dottrine marxiane secondo cui il reddito è qualcosa da dissanguare a fondo, per finanziare uno stato infallibile, pronto a prendersi cura, lui, e soltanto lui, d'ogni bisogno dei cittadini.

Odiavano a tal punto il reddito da ridurlo incredibilmente, tanto da impoverire la gran parte degli italiani!!

Ma non solo. Per completare questo loro disegno, ecco l'ultimo colpo di coda: far leva sul malsano voyeurismo che alligna in molti di noi e sbeffeggiare il frutto del lavoro di molti dinanzi all'intero universo telematico, dando origine a scambi e mercanteggi di notizie via web!!

Se questo è un modo per perseguire la “pace sociale”, siamo a posto. Tra l'altro, ciò ha pure una portata truffaldina: come se facessero il gioco delle tre carte, scaricano sui c.d. “ricchi” il malcontento sociale per l'impoverimento galoppante della popolazione, stornandolo da essi, che di certo in questi due anni al governo, nulla han fatto per alleviare.

Si potrebbe continuare ancora... facendosi alfieri di coloro che vedono bistrattato il proprio lavoro, che si sentono dare dai fannulloni, visto il basso grado che occupano nella classifica dei redditi. Oppure si potrebbe lamentare il fatto che, seppur Grillo, forse per motivi personali, abbia trovato una critica abbastanza cervellotica e poco plausibile alla proscrizione - ossia il fatto che essa darebbe una sorta di “vademecum” alla criminalità organizzata - qualche cosa di vero, nella sua affermazione, si può cogliere. Che dia un input all'aumentare dei reati contro il patrimonio, non si può infatti escludere. Non certo da parte delle varie mafie, però, che non hanno certo bisogno di questo. Ma da parte della microcriminalità, forse sì.

Decisiva appare comunque la pronuncia del Garante della privacy del 6 maggio che, respingendo le argomentazioni dell’Agenzia delle Entrate, dichiara illegittima la pubblicazione via Internet dei dati sui redditi e sulle tasse pagate: non solo perché contrasta con la normativa vigente (art. 69 D.P.R. 600/1973 e art. 66 bis D.P.R. 633/1972); non solo perché il codice dell’amministrazione digitale, se è vero che incentiva l’uso dell’informatica nella comunicazione dei dati della p.A., è anche vero che fa salvi i limiti fissati dalle leggi in vigore; ma pure perché la messa in circolazione dei dati in Internet appare sproporzionato in rapporto alle finalità di trasparenza.

E' vero che una (discutibile) norma legislativa, peraltro risalente nel tempo, autorizza una distribuzione dei dati reddituali comune per comune, da effettuarsi nei comuni stessi. Ma ciò è stato ben superato dalla manovra dello “sceriffo” Visco all'ultimo, triste, spettacolo. A forza di tasse, tasse, tasse e nient'altro che tasse, ci ha proprio...tartassato!!!

Pino Morandini

Riflessioni sulle nuove linee guida in materia di Procreazione Medicalmente Assistita

“Mamma, la Turco!

Il Governo Prodi fra pochi giorni verrà soppiantato dal nuovo esecutivo uscito dalle urne. In teoria tutti i suoi componenti dovrebbero limitarsi all’ordinaria amministrazione.

Appunto, in teoria.

In pratica, fra la nomina di centinaia di dirigenti delle più disparate (o disperate??) amministrazioni, ed altre amenità, l’attività del Governo in prorogatio ferve come non mai. Non v'è differenza nemmeno per ciò che concerne il merito, rispetto ai due anni trascorsi a Palazzo Chigi.

Fra di essi spicca, come spesso capita, la Ministra Turco, che, per l’occasione, comprende nel cilindro degli atti di “ordinaria amministrazione” la revisione delle linee guida per l’applicazione della l. 40/04 (“Norme in Materia di Fecondazione Medicalmente Assistita”).

Ordinaria amministrazione? Complimenti!!!!

Si sa che il Ministro mal digerì lo schianto che il popolo italiano inflisse alle sue idee con la consultazione referendaria del giungo 2005. Ed allora, prova a “cambiare la legge” per vie traverse, mutandone le direttrici applicative. Siccome poi va di moda, specie a sinistra, appellarsi in ogni dove alla “legalità”, pure lei, brandendo questa mannaia, fa un po’ quel che le pare.

Violando non solo la legge, ma pure la Costituzione, che emerge un bel po’ malmenata da un Governo che, ormai privo di quella fiducia parlamentare che costituisce, nella forma di governo della Repubblica Italiana, l’unica fonte di legittimazione del potere esecutivo, si comporta de facto come se nulla fosse.

Il tutto, ovviamente, in sordina.

La Turco afferma infatti di perseguire “la piena e corretta applicazione della legge 40”.

Bene. La vox legis s'è pronunciata, verrebbe da dire. Ma non è così, tutt'altro!! Il Ministro s'è arrogato il diritto di vulnerare le prerogative del Parlamento emettendo un atto in netto contrasto con la norma primaria che dice di voler applicare. In sostanza, è un'iniziativa in forte odore d'illegittimità. In quale modo?

Innanzitutto rimuovendo il divieto di diagnosi pre – impianto, in palese violazione della legge 40 appunto, che ha posto quel divieto per evitare il sacrificio di numerosi esseri umani. Poi, estendendo la “sterilità di fatto” rispetto alla previsione di legge.

Inoltre, usando a pretesto delle pronunce giurisprudenziali quantomeno di dubbia razionalità ed osservanza alla legge (tra l’altro di giudici di merito e di grado inferiore, manco della Suprema Corte, del Consiglio di Stato o della Consulta), stravolge il chiaro intento della legge. Perché, anziché puntare sui progressi scientifici che mirano ad attuare una ricerca diagnostica sugli ovociti, consente che tale attività assuma ad oggetto uno dei soggetti coinvolti nel processo fecondativo, l’embrione, mettendone a repentaglio la sopravvivenza. Ma ciò, oltre ad essere in contrasto con la legge, non è di aiuto alle coppie che desiderano avere un figlio.

Il tutto ha il sapore di una forte deriva eugenetica.

Francamente, non capisco quest’irrazionale corsa all’idolatria di qualcosa che, in sé, non è altro che una tecnica. Anche quella degli esperimenti nazisti era tecnica scientifica, eppure è stata condannata dalla storia!

Insomma, Nihil novi sub soli…

Certo, nel diktat Turco è apprezzabile l’intento di rafforzare il sostegno psicologico alle coppie infertili. Ma perché macchiare ogni provvedimento con lo spirito utilitaristico che spinge alla sopraffazione del più debole?

La speranza è che il nuovo ministro della Salute levi di mezzo quest’illegittimo provvedimento ministeriale ripristinando la “legalità”.

Certo, la legalità.

Se ne parla troppo, come se pure essa avesse un che di sacrale. Certo, la cultura del positivismo illuminista che ancor oggi ristagna non può che sospingere in tale direzione. Ma, mi si permettano due brevi notazioni.

Innanzitutto non credo che il mero ossequio formale alle leggi sia, di per sé, un valore. Per una concezione di Stato totalitario ed infallibile, di certo sì: esso richiede un'obbedienza totale da parte dei cittadini, per il fatto che gli apparati pubblici detengono il potere, non perché l'esercizio del potere in sé sia giustificato di volta in volta da un che di razionale.

Ma è la notte della ragione. Con conseguenze aberranti. Infatti, non si vedrebbe perché, divinizzata in tal modo la funzione legislativa, si dovrebbe biasimare chi obbedì, che ne so, alle famigerate “leggi razziali”. Non vi è alcun criterio per giudicare nel merito le norme, seguendo tale impostazione.

In secondo luogo, pur volendo aderire al pensiero degli adoratori della legge scritta, resterebbe pur sempre una comica contraddizione nel pensiero espresso proprio in questi giorni sul sito della “Luca Coscioni”. Vi si legge infatti: “con queste linee guida, Livia L'Amazzone non ha fatto altro che ristabilire la legalità”.

In effetti, per i radicali e chi come loro, la “legalità” è, talvolta, il pedissequo ossequio alle leggi (in realtà solo alle disposizioni che a loro aggradano di più...); altre volte invece il travisarle completamente. Per cui la “legalità” non è altro che un vestitino un pochino lacero con cui contrabbandare ciò che essi pensano e vogliono!

Comunque, dando uno sguardo al dibattito rinfocolato dall'atto di dubbia legittimità della Turco, si nota che molti hanno preso le distanze da questa sua boutade. Altri, compiacendola e capendo che esso null'altro è che un mesto canto del cigno, la snobbano in silenzio. Qualche allegro e presumibilmente inconsapevole eugeneta invece la appoggia.

Per quanto mi riguarda, dissento profondamente, come si sarà capito, dall'ennesima scappatella veteroabortista, dall'ennesima “ministra riscaldata”.

Pino Morandini

Casalinghe: Il Lavoro Dimenticato. Anche il I° Maggio

Trento, 30 aprile 2008

“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” recita l’art. 1 della Carta Costituzionale. Preferirei di gran lunga che l’incipit della Carta Fondamentale della repubblica italiana declamasse “L’Italia è un Repubblica fondata sul rispetto e la salvaguardia della persona umana e della sua dignità…”.

Ma tant’è.

Forse senza ipocrisie, giacché spesso i diritti degli esseri umani sono calpestati, pure sullo stivale. Allora, “accontentiamoci” di quel preambolo un po’ ferrigno, che rimanda alle catene di montaggio. Almeno, proviamo a leggerlo in positivo, intendendo cioè che il lavoro è visto come non soltanto un diritto/dovere di ogni uomo (ed in tempi d’imperante e selvaggio precariato sarebbe già gran cosa!!!), bensì anche che dall’esercizio d’una legittima attività lavorativa consegue un giudizio d’approvazione da parte della collettività organizzata.

In ossequio a tale concezione, in occasione della “festa del lavoro” del primo maggio, si assegnano le “stelle del lavoro”, premiando figure che particolarmente si sono distinte, per i motivi più svariati, in una vita di fatiche, profuse in tutti i settori della vita professionale.

In tutti? No, sbagliato.

Purtroppo, scandalosamente, rimane priva di rappresentanza la categoria che numericamente supera di gran lunga ogni altra, che silenziosamente si sfianca per compiere la propria attività, spesso nel silenzio. E ne rimane esclusa senza motivo. Certo, non ci sono agguerritissime rappresentanze sindacali pronte a difenderne i diritti. Ma non si tratta solo di questo. Più probabilmente, è un fatto “culturale”, una mentalità influenzata forse dall’aria modernista della rivoluzione industriale che ritiene rilevante solo un lavoro immediatamente spendibile nell’ottica del mercato.

Il lavoro casalingo: - è di ciò che sto parlando - invece non se lo fila nessuno. Nemmeno le “stelle del lavoro” paiono degnarlo d’una qualche considerazione. E, francamente, lo trovo scandaloso.

A comporre l’universo di questo mondo “sommerso” sono miliardi di donne (ma non solo), che svolgono un’attività non remunerata (accanto magari ad un altro lavoro, certo meno negletto), che non conosce orari, che, al posto del potere direttivo del datore di lavoro ha i ritmi della vita. Lavoro che non finisce mai, e spesso, pure dagli stessi componenti il nucleo familiare è guardato con supponenza e manco ritenuto degno di un semplice “grazie”. Non ha tutela previdenziale né ferie, nulla.

Certo, qualcosa parrebbe lentamente cambiare: leggi in materia previdenziale iniziano ad affrontare il fenomeno, seppur tangenzialmente. Il mio “Pacchetto Famiglia” poi tentava di dare un aiuto concreto a queste situazioni, prima che la Giunta Dellai lo cancellasse. Il codice civile addirittura parifica il lavoro casalingo prestato da uno dei coniugi a quello prestato “professionalmente” (art.148), come fattore di contribuzione al c.d. “regime patrimoniale primario” dell’organizzazione familiare.

Ma non basta.

Assolutamente, non basta per chi spende un’intera vita, dal fiore degli anni alla vecchiaia per sostenere i propri cari all’interno delle mura domestiche e non solo.

Sarebbe stata proprio per questo motivo una splendida occasione, il primo maggio, per dare un segnale di inversione di tendenza anche culturale. Premiare, accanto agli altri rappresentanti delle categorie professionali (cui va peraltro tutto il mio apprezzamento e la mia stima), che ne so, una casalinga, magari madre addirittura di molti figli, sarebbe stato davvero un segno di reale progresso nella percezione della reale, pulsante, vita sociale. Che attraverso questa figura si fosse tentato di riconoscere, in un modo che certamente mai sarà sufficiente, il silenzioso ma essenziale operare di queste lavoratrici e lavoratori all’interno della società sarebbe stato un segno. che, almeno qui, non si deve sempre cedere agli imperativi del mercato.

Cons. Pino Morandini

Il Regolamento Asili-Nido a Rovereto è davvero dalla parte dei Bambini?

Trento, 18 aprile 2008

REGOLAMENTO ASILI – NIDO A ROVERETO:

METTIAMO DAVVERO AL CENTRO IL BAMBINO.

Sono passati quasi sessant’anni dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo e dell’adolescente e si assiste ancora a posizioni o a determinazioni di assemblee elettive che, nell’affrontare la fondamentale questione educativa (a ragione definita “valore non negoziabile”) danno segnali quantomeno contraddittori, se non di grande disattenzione alla grandiosità della posta in gioco; il bimbo e la sua crescita integrale.

E’ notorio come il periodo 0 – 3 anni sia assolutamente determinante per la formazione della personalità del bambino. Eppure sovente le istituzioni se ne dimenticano.

Così ha fatto il Consiglio provinciale, bocciando un disegno di legge che, accanto all’incentivazione degli asili – nido, proponeva un servizio aggiuntivo di tipo familiare, particolarmente vicino alle esigenze del bambino e soprattutto alla sua crescita umana e psicologica.

Così sembra fare oggi l’Amministrazione roveretana, edittando un regolamento che pare più ispirato da logiche di risparmio che da un reale interesse educativo per quella delicatissima fascia di età che interessa la primissima infanzia.

Assegnare infatti un ruolo meramente consultivo al “Comitato di partecipazione” significava relegare i genitori – che, si badi, sono i primi titolari del diritto-dovere di educare i propri figli e nessuna istituzione, nemmeno la più alta, li può espropriare di tale fondamentale diritto – al rango di spettatori praticamente passivi di scelte che li riguardano direttamente, perché aventi come destinatari i loro figli.

Ma vi è di più. L’aumento (a 9) del numero dei bambini per ciascuna insegnante (si parla della fascia 18 mesi – 3 anni) è una scelta che si commenta da sola per la sua negatività.

E’ negativa innanzitutto per i bambini, ciascuno dei quali ha non solo bisogno il più possibile di una figura di riferimento unitaria, ma pure di un’insegnante che possa essere per lui, esaustivamente e soprattutto senza l’assillo generato dalla numerosità dei suoi pargoli, una presenza educativa e serena.

Ed è negativa per le insegnanti che ben sanno come, a fronte di un numero così alto di bambini, sia fortemente compromessa proprio la preziosità del delicato lavoro educativo che loro compete.

La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: un danno rilevante sulla crescita del bimbo, sulla didattica, sull’assistenza interna, ecc. Con il rischio del profilarsi di un “parcheggio” per bimbi.

Mi permetto di insistere fortemente affinché venga almeno mantenuto l’attuale rapporto numerico: 8 bimbi per insegnante, che mi pare arrivino fino a 15 nei casi di compresenza.

Molti obietteranno le difficoltà finanziarie che si frappongono a questo mio suggerimento.

Faccio notare che le risorse ci sono alla luce di un semplice dato di fatto, suscettibile di generare una proposta.

Il MART annota ogni anno un passivo di 9 milioni di euro, che viene sistematicamente ripianato dalla Provincia. Non solo: recentemente è stata perfino organizzata una sua mostra ad Hanoi (!), le cui spese, non certo di poca entità, sono ancora una volta ricadute sulle casse della Provincia, cioè su quelle di tutti i trentini.

Se si aggiunge che i visitatori del MART sono in calo e che appare sempre di più una struttura slegata rispetto alla sua città, ci sono tutti i motivi per ridimensionarla ed investire meglio le pubbliche finanze. Il primo modo è quello di dare un forte segnale della priorità del servizio educativo ai bambini 0 – 3 anni della seconda città del Trentino.


Incontro UDC a Rovereto

Trento, 16 aprile 2008

Colgo l'occasione per annotare anche pubblicamente il tono alto e costruttivo con cui alcuni amici roveretani, in particolare Patrizia Andreatta e Michele Trentini, hanno inteso organizzare la serata conclusiva della campagna elettorale dell’U.D.C. in quel di Rovereto.

Si è infatti trattato di un incontro che, in termini costruttivi e senza demonizzare gli avversari, ha affrontato approfonditamente i grandi temi della famiglia, a partire dalle sue difficoltà; della bioetica; della sicurezza; dell’economia; della responsabilità privata e pubblica; della libertà, ecc.

Del resto, lo spessore culturale ed etico dell’introduzione aveva già contribuito a delineare chiaramente le coordinate entro cui l’incontro avrebbe dovuto articolarsi; ed analogamente, le conclusioni hanno sintetizzato i temi forti della serata, chiudendo con una citazione tratta dal diritto romano eppure di stringente attualità.

Chi vi ha preso parte ha assistito ad un confronto di idee e di proposte che hanno spaziato a 360 gradi, prospettando i vari problemi che affliggono la comunità nei suoi diversi settori, proponendo adeguate risposte ed innestandole tutte dentro un organico collante di valori di fondo, senza il quale ogni proposta di soluzione rischia inesorabilmente di essere di corto respiro e soprattutto non efficace, specie nel lungo periodo.

Agli organizzatori esprimo sincera gratitudine e convinto incoraggiamento a proseguire in questo prezioso lavoro politico – culturale.

Pino Morandini

Basta con la gestione faziosa dell'UDC

Basta con questa gestione faziosa dell’ UDC

Alle incredibili dichiarazioni del segretario provinciale dell’UDC, Paolo Dalrì, si rappresenta quanto segue:

1. è urgente l’approvazione della lista per le elezioni provinciali e ciò è condiviso da molti, a partire proprio dai candidati al Senato nelle recenti elezioni politiche, Cristina Trentini, Giuseppe Frattin e Pino Stefenelli. E ciò per le evidenti ragioni di trasparenza e soprattutto per mettere in grado da subito tutti i candidati di farsi conoscere e di operare sul territorio, se si pensa che, considerato l’ormai prossimo periodo estivo, le elezioni provinciali sono vicine;

2. l’autocandidatura di Carli alla Presidenza della Provincia non è mai stata decisa dall’UDC e sta spaccando sia l’UDC stessa che il centrodestra, tantopiù se si considera che su quell’autocandidatura si erano espressi in modo contrario, comunicandolo all’interessato ancor prima della sua ufficializzazione, tutte le forze di opposizione (eccetto il cons. Andreotti) ed una consistente parte dell’UDC provinciale;

3. va integrato il Comitato provinciale del Partito, surrogando i due membri dimissionari ormai da mesi;

4. va integrata la Direzione Provinciale dell’UDC, sostituendone un componente dimessosi qualche mese fa.

Per queste ragioni è urgente convocare il Comitato Provinciale del Partito entro quindici giorni e definire la lista entro venti giorni.

È ora di finirla con una gestione faziosa del Partito, che si dimostra sordo alle proposte della metà dello stesso, che fa riferimento al Cons. Pino Morandini.