“Enrico Forti ha diritto ad un processo”
Dopo appena venticinque giorni di processo sommario, il 15 giugno del 2000, Enrico Forti, imprenditore trentino recatosi all’estero per ragioni di lavoro, venne condannato per omicidio.
L’intera vicenda ha dell’incredibile: costui, secondo la giuria popolare della Dade Country di Miami, sarebbe il mandante dell’omicidio di Dale Pike, figlio di Antony Pike, conoscente di Forti a quel tempo in gravi difficoltà economica.
Per comprendere l’inconsistenza delle accuse mosse a Forti, non occorre scendere nei particolari e basta rammentare, com’è stato ampiamente provato, che l’intero contatto tra Forti e Dale Pike è durato appena mezz’ora, che i due non si erano mai incontrati e che l’imprenditore trentino non aveva alcuna ragione per vendicarsi col padre del ragazzo, che, anzi, avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, vale a dire il 18 febbraio, a New York.
Inoltre - a parte il fatto che non è mai stata trovata l’arma del delitto, che nessuno ha mai provato in alcun modo il contatto tra l’assassino di Pike, tutt’ora senza nome, e Forti - ulteriore prova dell’innocenza dell’imprenditore trentino è riscontrabile nel fatto che costui, convocato come persona informata dei fatti poco dopo l’omicidio, si recò spontaneamente e senza avvocato al dipartimento di polizia. Comportamento assai singolare, per un potenziale mandante d’omicidio.
A questo si aggiunga la totale assenza a suo carico, escluse quelle “circostanziali”, la cui inconsistenza è denunciata dallo stesso vocabolo, che rimanda a circostanze, coincidenza, ma certo non a certezze o a fatti.
L’assenza di prove a carico di Forti fu tale che il pubblico ministero locale, Reid Rubin, impiegò ben ventotto mesi per predisporre la sua arringa finale, un vero e proprio record, tipico di chi è costretto a costruire un impianto accusatorio sulle sabbie mobili.
Paradosso finale dell’intera vicenda, fu che la parola finale, al processo, venne concessa proprio al pubblico ministero Rubin, che fu pertanto libero di avanzare la più strampalata delle teorie, consapevole del fatto che né Forti, né il suo avvocato avrebbero potuto opporre replica alcuna.
Questo l’incredibile pronunciamento, dopo appena poche ore di ritiro, della Corte:
“La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ha la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale”.
Ciò premesso il Consiglio regionale della Regione Autonoma Trentino- Alto Adige/Südtirol impegna il Presidente del Consiglio e l’Ufficio di Presidenza
ad adoperarsi, unitamente al Presidente della Giunta, presso le competenti Istituzioni nazionali – Capo dello Stato e Presidente del Consiglio – affinché possa essere chiesta alle Autorità statunitensi quantomeno una revisione del processo che ha visto la condanna dell’imprenditore trentino Enrico Forti.
domenica 27 settembre 2009
martedì 22 settembre 2009
Interrogazione:Quale futuro per i sessanta lavoratori della ex Lovara?
Alle continue rassicurazioni, ancora una volta, non sono seguite risposte concrete.
Accade così che a Malè ben sessanta lavoratori ex Lowara siano ancora in attesa di essere assunti dalla Sitos Srl, azienda che ha rilevato lo stabile e che, in seguito ad accordi stretti con la Provincia, entro pochi mesi avrebbe dovuto provvedere alla loro assunzione.
Gli accordi prevedevano che l’azienda assumesse trenta lavoratori entro la fine del 2008, per poi, entro il 2009, arrivare a quarantacinque ed infine, nel 2010, dare un lavoro a tutti e sessanta.
Purtroppo, i ritardi maturati sinora lasciano supporre che non solo le tempistiche accordate in precedenza tra la Sitos Srl e la Provincia non saranno rispettate, ma che vige forte incertezza anche su una futura assunzione di molti dei sessanta lavoratori visto e considerato che, allo stato, appena sei di loro sono stati riassorbiti.
Si susseguono assemblee pubbliche ed incontri, ma cresce, tra i sessanta lavoratori, la comprensibile sensazione che ben poco degli accordi tra la Sitos Srl e la Provincia, alla fine, troverà concreto riscontro. Ora, se da un lato è comprensibile che i rappresentanti della Provincia, tanto più in una così difficile stagione economica, che vede il prodotto interno lordo italiano in grave recessione, incontrino effettive difficoltà a restituire un lavoro ai sessanta lavoratori ex Lowara o comunque ad indirizzarli verso un possibile nuovo impiego, dall’altro, è bene che le istituzioni, specie se hanno già raggiunto accordi, com’è per il caso della Sitos Srl, facciano tutto il possibile per farli onorare.
Ne va, infatti, non solo della credibilità istituzionale della Provincia, bensì del futuro di almeno sessanta famiglie trentine che, come molte altre, non hanno responsabilità per questa crisi economica, e che pertanto meritano tutto l’impegno e l’aiuto possibile.
Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) per quale ragione l’accordo stretto tra Provincia e Sitos Srl, che prevedeva che, in modo progressivo, ai sessanta lavoratori ex Lowara fossero garantite assunzioni, allo stato non viene rispettato nelle tempistiche concordate;
2) come intende attivarsi per fare in modo che detto accordo venga rispettato;
3) entro quali termini ritiene che a tutti i sessanta lavoratori ex Lowara potrà essere assicurato un impiego;
4) se non ritiene urgente, qualora scemassero gli accordi stipulati tra Provincia e Sitos Srl, valutare strade alternative per cercare nuovi impieghi ai sessanta lavoratori dell’ex azienda di Malè.
Accade così che a Malè ben sessanta lavoratori ex Lowara siano ancora in attesa di essere assunti dalla Sitos Srl, azienda che ha rilevato lo stabile e che, in seguito ad accordi stretti con la Provincia, entro pochi mesi avrebbe dovuto provvedere alla loro assunzione.
Gli accordi prevedevano che l’azienda assumesse trenta lavoratori entro la fine del 2008, per poi, entro il 2009, arrivare a quarantacinque ed infine, nel 2010, dare un lavoro a tutti e sessanta.
Purtroppo, i ritardi maturati sinora lasciano supporre che non solo le tempistiche accordate in precedenza tra la Sitos Srl e la Provincia non saranno rispettate, ma che vige forte incertezza anche su una futura assunzione di molti dei sessanta lavoratori visto e considerato che, allo stato, appena sei di loro sono stati riassorbiti.
Si susseguono assemblee pubbliche ed incontri, ma cresce, tra i sessanta lavoratori, la comprensibile sensazione che ben poco degli accordi tra la Sitos Srl e la Provincia, alla fine, troverà concreto riscontro. Ora, se da un lato è comprensibile che i rappresentanti della Provincia, tanto più in una così difficile stagione economica, che vede il prodotto interno lordo italiano in grave recessione, incontrino effettive difficoltà a restituire un lavoro ai sessanta lavoratori ex Lowara o comunque ad indirizzarli verso un possibile nuovo impiego, dall’altro, è bene che le istituzioni, specie se hanno già raggiunto accordi, com’è per il caso della Sitos Srl, facciano tutto il possibile per farli onorare.
Ne va, infatti, non solo della credibilità istituzionale della Provincia, bensì del futuro di almeno sessanta famiglie trentine che, come molte altre, non hanno responsabilità per questa crisi economica, e che pertanto meritano tutto l’impegno e l’aiuto possibile.
Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) per quale ragione l’accordo stretto tra Provincia e Sitos Srl, che prevedeva che, in modo progressivo, ai sessanta lavoratori ex Lowara fossero garantite assunzioni, allo stato non viene rispettato nelle tempistiche concordate;
2) come intende attivarsi per fare in modo che detto accordo venga rispettato;
3) entro quali termini ritiene che a tutti i sessanta lavoratori ex Lowara potrà essere assicurato un impiego;
4) se non ritiene urgente, qualora scemassero gli accordi stipulati tra Provincia e Sitos Srl, valutare strade alternative per cercare nuovi impieghi ai sessanta lavoratori dell’ex azienda di Malè.
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Dignità e Qualità del Lavoro,
Interrogazioni
lunedì 21 settembre 2009
Proposta di mozione : “Enrico Forti è innocente, aiutiamolo”
Dopo appena venticinque giorni di processo sommario, il 15 giugno del 2000, Enrico Forti, imprenditore trentino recatosi all’estero per ragioni di lavoro, venne condannato per omicidio.
L’intera vicenda ha dell’incredibile: costui, secondo la giuria popolare della Dade Country di Miami, sarebbe il mandante dell’omicidio di Dale Pike, figlio di Antony Pike, conoscente di Forti a quel tempo in gravi difficoltà economica.
Per comprendere l’inconsistenza delle accuse mosse a Forti, non occorre scendere nei particolari e basta rammentare, com’è stato ampiamente provato, che l’intero contatto tra Forti e Dale Pike è durato appena mezz’ora, che i due non si erano mai incontrati e che l’imprenditore trentino non aveva alcuna ragione per vendicarsi col padre del ragazzo, che, anzi, avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, vale a dire il 18 febbraio, a New York.
Inoltre - a parte il fatto che non è mai stata trovata l’arma del delitto, che nessuno ha mai provato in alcun modo il contatto tra l’assassino di Pike, tutt’ora senza nome, e Forti - ulteriore prova dell’innocenza dell’imprenditore trentino è riscontrabile nel fatto che costui, convocato come persona informata dei fatti poco dopo l’omicidio, si recò spontaneamente e senza avvocato al dipartimento di polizia. Comportamento assai singolare, per un potenziale mandante d’omicidio.
A questo si aggiunga la totale assenza a suo carico, escluse quelle “circostanziali”, la cui inconsistenza è denunciata dallo stesso vocabolo, che rimanda a circostanze, coincidenza, ma certo non a certezze o a fatti.
L’assenza di prove a carico di Forti fu tale che il pubblico ministero locale, Reid Rubin, impiegò ben ventotto mesi per predisporre la sua arringa finale, un vero e proprio record, tipico di chi è costretto a costruire un impianto accusatorio sulle sabbie mobili.
Paradosso finale dell’intera vicenda, fu che la parola finale, al processo, venne concessa proprio al pubblico ministero Rubin, che fu pertanto libero di avanzare la più strampalata delle teorie, consapevole del fatto che né Forti, né il suo avvocato avrebbero potuto opporre replica alcuna.
Questo l’incredibile pronunciamento, dopo appena poche ore di ritiro, della Corte:
“La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale”.
Non fosse vero, questo terribile responso sarebbe perfetto sulle labbra di un comico televisivo: come può, in totale assenza di prove, bastare una “sensazione” che pur essendo tale appare, non si capisce come, fondata “al di là di ogni dubbio”, al punto di condannare, senza appello, una persona al carcere a vita?
L’intera vicenda, con ogni evidenza, ha dell’incredibile.
Ragion per cui le istituzioni del Trentino – Alto Adige, regione da cui Forti proviene, non possono prolungare la propria indifferenza davanti alla grave condanna comminata senza prova alcuna a un proprio concittadino, e debbono invece sollecitare il Governo Italiano a prendere quanto prima provvedimenti in difesa di un innocente incarcerato a vita.
Ciò premesso il Consiglio regionale della Regione Autonoma Trentino- Alto Adige/Südtirol impegna il Presidente del Consiglio e l’Ufficio di Presidenza
ad adoperarsi, unitamente al Presidente della Giunta, presso le competenti Istituzioni nazionali – Capo dello Stato e Presidente del Consiglio – affinché possa essere chiesta alle Autorità statunitensi quantomeno una revisione del processo che ha visto l’assurda condanna dell’imprenditore trentino Enrico Forti.
L’intera vicenda ha dell’incredibile: costui, secondo la giuria popolare della Dade Country di Miami, sarebbe il mandante dell’omicidio di Dale Pike, figlio di Antony Pike, conoscente di Forti a quel tempo in gravi difficoltà economica.
Per comprendere l’inconsistenza delle accuse mosse a Forti, non occorre scendere nei particolari e basta rammentare, com’è stato ampiamente provato, che l’intero contatto tra Forti e Dale Pike è durato appena mezz’ora, che i due non si erano mai incontrati e che l’imprenditore trentino non aveva alcuna ragione per vendicarsi col padre del ragazzo, che, anzi, avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, vale a dire il 18 febbraio, a New York.
Inoltre - a parte il fatto che non è mai stata trovata l’arma del delitto, che nessuno ha mai provato in alcun modo il contatto tra l’assassino di Pike, tutt’ora senza nome, e Forti - ulteriore prova dell’innocenza dell’imprenditore trentino è riscontrabile nel fatto che costui, convocato come persona informata dei fatti poco dopo l’omicidio, si recò spontaneamente e senza avvocato al dipartimento di polizia. Comportamento assai singolare, per un potenziale mandante d’omicidio.
A questo si aggiunga la totale assenza a suo carico, escluse quelle “circostanziali”, la cui inconsistenza è denunciata dallo stesso vocabolo, che rimanda a circostanze, coincidenza, ma certo non a certezze o a fatti.
L’assenza di prove a carico di Forti fu tale che il pubblico ministero locale, Reid Rubin, impiegò ben ventotto mesi per predisporre la sua arringa finale, un vero e proprio record, tipico di chi è costretto a costruire un impianto accusatorio sulle sabbie mobili.
Paradosso finale dell’intera vicenda, fu che la parola finale, al processo, venne concessa proprio al pubblico ministero Rubin, che fu pertanto libero di avanzare la più strampalata delle teorie, consapevole del fatto che né Forti, né il suo avvocato avrebbero potuto opporre replica alcuna.
Questo l’incredibile pronunciamento, dopo appena poche ore di ritiro, della Corte:
“La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato l’istigatore del delitto. I suoi complici non sono stati trovati ma lo saranno un giorno e seguiranno il suo destino. Portate quest’uomo al penitenziario di Stato. Lo condanno all’ergastolo senza condizionale”.
Non fosse vero, questo terribile responso sarebbe perfetto sulle labbra di un comico televisivo: come può, in totale assenza di prove, bastare una “sensazione” che pur essendo tale appare, non si capisce come, fondata “al di là di ogni dubbio”, al punto di condannare, senza appello, una persona al carcere a vita?
L’intera vicenda, con ogni evidenza, ha dell’incredibile.
Ragion per cui le istituzioni del Trentino – Alto Adige, regione da cui Forti proviene, non possono prolungare la propria indifferenza davanti alla grave condanna comminata senza prova alcuna a un proprio concittadino, e debbono invece sollecitare il Governo Italiano a prendere quanto prima provvedimenti in difesa di un innocente incarcerato a vita.
Ciò premesso il Consiglio regionale della Regione Autonoma Trentino- Alto Adige/Südtirol impegna il Presidente del Consiglio e l’Ufficio di Presidenza
ad adoperarsi, unitamente al Presidente della Giunta, presso le competenti Istituzioni nazionali – Capo dello Stato e Presidente del Consiglio – affinché possa essere chiesta alle Autorità statunitensi quantomeno una revisione del processo che ha visto l’assurda condanna dell’imprenditore trentino Enrico Forti.
Interrogazione sugli effetti dei siti inquinanti presenti in Valsugana
“Qual è l’incidenza dei siti inquinanti presenti in Valsugana sulla salute dei relativi abitanti e quali rimedi tempestivi intende predisporre la Giunta provinciale?”
Se la crisi occupazionale che sta colpendo la Bassa Valsugana pare sia da considerarsi, come si augurano in tanti, un fenomeno temporaneo cui farà seguito un riequilibrio, i danni arrecati negli ultimi anni sul piano ambientale e paesaggistico a quella zona sembrano destinati, purtroppo, a perdurare a lungo.
Ci riferiamo in particolare ai nuovi casi di tumori maligni, leucemie, bronchiti croniche, sindromi di non-Hodgking dei quali si verifica, nella Bassa Valsugana, un costante aumento.
Aumento che con ogni probabilità è da ascriversi a molte e complesse cause, ivi compresa la conformazione stessa della Valle, chiusa e pressoché blindata da venti che potrebbero garantire ricambio atmosferico.
Ma pure l’ingente presenza di industrie e discariche, talvolta illegali e spesso fortemente inquinanti, come documentano inchieste recente, pare costituisca una causa importante delle anzidette patologie.
Nonostante la gravità del problema, vale a dire la sensazione che gli abitanti della Valsugana, stiano scontando sulla loro salute le infauste conseguenze di inquinamenti frutto di speculazioni, dei quali non sono responsabili, manca a tutt’oggi una verifica che censisca e fotografi la situazione.
Sarebbe pertanto tempo che le istituzioni provinciali facessero luce su questo aspetto oscuro quanto inquietante dell’inquinamento in Valsugana.
In questo modo sarà realmente possibile predisporre rimedi concreti ed efficaci che si che a questo punto si fanno sempre più urgenti e indilazionabili.
Ciò premesso, si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) a quanto ammontano, da cinque anni ad ora - e distinti per voci - i nuovi casi di tumori maligni, leucemie, bronchiti croniche, sindromi di non-Hodgking verificatesi presso gli abitanti della Bassa Valsugana;
2) a quanto siano, per l’anzidetto periodo, i casi delle patologie elencate nel precedente punto 1) registrati negli altri Comprensori della Provincia di Trento;
3) se non ritenga utile,qualora le suaccennate rilevazioni evidenziassero per la Bassa Valsugana una quantificazione superiore, predisporre interventi sanitari adeguati per tutelare la salute degli abitanti della Valsugana.
Se la crisi occupazionale che sta colpendo la Bassa Valsugana pare sia da considerarsi, come si augurano in tanti, un fenomeno temporaneo cui farà seguito un riequilibrio, i danni arrecati negli ultimi anni sul piano ambientale e paesaggistico a quella zona sembrano destinati, purtroppo, a perdurare a lungo.
Ci riferiamo in particolare ai nuovi casi di tumori maligni, leucemie, bronchiti croniche, sindromi di non-Hodgking dei quali si verifica, nella Bassa Valsugana, un costante aumento.
Aumento che con ogni probabilità è da ascriversi a molte e complesse cause, ivi compresa la conformazione stessa della Valle, chiusa e pressoché blindata da venti che potrebbero garantire ricambio atmosferico.
Ma pure l’ingente presenza di industrie e discariche, talvolta illegali e spesso fortemente inquinanti, come documentano inchieste recente, pare costituisca una causa importante delle anzidette patologie.
Nonostante la gravità del problema, vale a dire la sensazione che gli abitanti della Valsugana, stiano scontando sulla loro salute le infauste conseguenze di inquinamenti frutto di speculazioni, dei quali non sono responsabili, manca a tutt’oggi una verifica che censisca e fotografi la situazione.
Sarebbe pertanto tempo che le istituzioni provinciali facessero luce su questo aspetto oscuro quanto inquietante dell’inquinamento in Valsugana.
In questo modo sarà realmente possibile predisporre rimedi concreti ed efficaci che si che a questo punto si fanno sempre più urgenti e indilazionabili.
Ciò premesso, si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) a quanto ammontano, da cinque anni ad ora - e distinti per voci - i nuovi casi di tumori maligni, leucemie, bronchiti croniche, sindromi di non-Hodgking verificatesi presso gli abitanti della Bassa Valsugana;
2) a quanto siano, per l’anzidetto periodo, i casi delle patologie elencate nel precedente punto 1) registrati negli altri Comprensori della Provincia di Trento;
3) se non ritenga utile,qualora le suaccennate rilevazioni evidenziassero per la Bassa Valsugana una quantificazione superiore, predisporre interventi sanitari adeguati per tutelare la salute degli abitanti della Valsugana.
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Ambiente,
Interrogazioni
Come mai, a due anni di distanza, manca l'ennesimo regolamento attuativo?
”Come mai, a due anni di distanza, manca il regolamento attuativo che consenta agli imprenditori agricoli la realizzazione di una seconda unità abitativa nell’ambito della medesima impresa ?”
A quasi due anni dall’approvazione della Legge n.1 del 2008, il regolamento attuativo previsto dal terzo comma dell’articolo 63 non è stato ancora licenziato.
Tale regolamento dovrebbe predisporre le modalità mediante le quali stabilire “i casi e le condizioni per consentire l'eventuale realizzazione di una ulteriore unità abitativa nell'ambito della medesima impresa agricola al fine di garantire la continuità gestionale, anche in presenza di ricambi generazionali, nonché per l'utilizzazione di fabbricati esistenti come foresterie per i lavoratori stagionali”, detto regolamento esecutivo non è ancora stato licenziato.
L’assoluta importanza di questo regolamento risiede nel suo ruolo di tutela e promozione della trasmissione generazionale di un’esperienza lavorativa agricola, quella agricola, che unisce tradizione e rispetto per l’ambiente.
Purtroppo, come si diceva, detto regolamento rimane tutt’ora da emanare.
Si tratta di un ritardo assai grave, anche perché è già stato istituito un apposito comitato tecnico e sono già pervenute diverse richieste che, allo stato, non possono trovare risposta proprio per la mancanza di detto regolamento.
Per questa ragione si sollecita la Giunta ad emanare quanto prima il regolamento in parola, in modo che gli imprenditori agricoli possano finalmente beneficiare di quanto la “Pianificazione urbanistica e governo del territorio” approvata prevede per loro, in modo da fornire loro un utile strumento di trasmissione generazionale del loro lavoro, lavoro che a causa dell’industrializzazione degli ultimi decenni risente non poco di un progressivo abbandono da parte dei giovani, che preferiscono sovente costruire altrove il proprio futuro.
Tra l’altro agevolare le imprese agricole e garantire loro un futuro, come ci dimostra l’esperienza intrapresa dal vicino Alto Adige, significa anche promuovere la tutela dell’ambiente, e quindi assicurare un paesaggio degno di questo nome alle nuove generazioni.
Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) per quali ragioni, a distanza di appena mesi, non è stato ancora emanato il regolamento esecutivo cui la Legge n.1 del 2008, all’articolo 63, comma terzo, fa esplicito riferimento;
2) se non reputa grave detto ritardo;
3) in caso affermativo come intende attivarsi per fare in modo che quanto previsto dall’articolo 63 della Pianificazione urbanistica e governo del territorio possa trovare attuazione;
4) entro quali termini;
5) quante domande sono già pervenute al comitato tecnico;
6) quante sono già state prese in esame.
A quasi due anni dall’approvazione della Legge n.1 del 2008, il regolamento attuativo previsto dal terzo comma dell’articolo 63 non è stato ancora licenziato.
Tale regolamento dovrebbe predisporre le modalità mediante le quali stabilire “i casi e le condizioni per consentire l'eventuale realizzazione di una ulteriore unità abitativa nell'ambito della medesima impresa agricola al fine di garantire la continuità gestionale, anche in presenza di ricambi generazionali, nonché per l'utilizzazione di fabbricati esistenti come foresterie per i lavoratori stagionali”, detto regolamento esecutivo non è ancora stato licenziato.
L’assoluta importanza di questo regolamento risiede nel suo ruolo di tutela e promozione della trasmissione generazionale di un’esperienza lavorativa agricola, quella agricola, che unisce tradizione e rispetto per l’ambiente.
Purtroppo, come si diceva, detto regolamento rimane tutt’ora da emanare.
Si tratta di un ritardo assai grave, anche perché è già stato istituito un apposito comitato tecnico e sono già pervenute diverse richieste che, allo stato, non possono trovare risposta proprio per la mancanza di detto regolamento.
Per questa ragione si sollecita la Giunta ad emanare quanto prima il regolamento in parola, in modo che gli imprenditori agricoli possano finalmente beneficiare di quanto la “Pianificazione urbanistica e governo del territorio” approvata prevede per loro, in modo da fornire loro un utile strumento di trasmissione generazionale del loro lavoro, lavoro che a causa dell’industrializzazione degli ultimi decenni risente non poco di un progressivo abbandono da parte dei giovani, che preferiscono sovente costruire altrove il proprio futuro.
Tra l’altro agevolare le imprese agricole e garantire loro un futuro, come ci dimostra l’esperienza intrapresa dal vicino Alto Adige, significa anche promuovere la tutela dell’ambiente, e quindi assicurare un paesaggio degno di questo nome alle nuove generazioni.
Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) per quali ragioni, a distanza di appena mesi, non è stato ancora emanato il regolamento esecutivo cui la Legge n.1 del 2008, all’articolo 63, comma terzo, fa esplicito riferimento;
2) se non reputa grave detto ritardo;
3) in caso affermativo come intende attivarsi per fare in modo che quanto previsto dall’articolo 63 della Pianificazione urbanistica e governo del territorio possa trovare attuazione;
4) entro quali termini;
5) quante domande sono già pervenute al comitato tecnico;
6) quante sono già state prese in esame.
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Casa ed Edilizia,
Interrogazioni
Quali aiuti eroga la P.A.T. alle famiglie che iscrivono i figli alle scuole paritarie?”
Le famiglie trentine che decidono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie, anziché a quelle statali, incorrono in spese talora esorbitanti. Non certo per responsabilità delle scuole paritarie, ma a causa di un sistema scolastico che non realizza a tutt’oggi una reale parità scolastica, a differenza di quanto accade in tutto il resto d’Europa, Grecia esclusa.
Si parla, per render l’idea, di rette che impegnano le famiglie per importi anche di 1.500,00 Euro all’anno, cui vanno aggiunti i costi dei pasti, e che quindi risultano spesso difficili da sostenere.
Anche perché da quel che ci è dato sapere spesso una sovvenzione di 300 euro annui a fronte di detti costi per le famiglie non certo abbienti, risulta essere di ben scarso aiuto.
Ora, ferma restando l’importanza di un valore indisponibile e fondante quale è quello dell’educazione, sarebbe tempo di capire quanto la libertà educativa, espressione cardine di un Paese che voglia dirsi compiutamente democratico, sia effettivamente tutelata e promossa da chi amministra il Trentino.
Non sostenere sufficientemente le famiglie che decidono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie che - lo ricordiamo, svolgono a tutti gli effetti un servizio pubblico assimilabile a quello erogato dalle scuole statali - rappresenterebbe pertanto uno sfregio alla democrazia.
Tanto più che dette famiglie sollevano le scuole statali da un peso non indifferente.
Infatti, per evidenti ragioni di capienza, queste difficilmente potrebbero ospitare tutti gli studenti oggi iscritti alle scuole paritarie.
Ne va sottaciuto che il costo di ciascuno studente frequentante questa scuola è di gran lunga inferiore al costo di uno studente che frequenta le scuole statali.
Ragion per cui urge far luce su quali forme di sussidio e sovvenzione vengono erogate dalla Provincia alle famiglie che decidono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie, sollecitando, qualora detti sussidi fossero inadeguati o insufficienti, un loro concreto aumento, sì da essere adeguati al fine di concretizzare davvero il c.d. diritto allo studio.
Tutto ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) Quali forme di sussidio e sovvenzione eroga la P.A.T. per le famiglie che decidono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie ed in base a quali criteri detti sussidi o sovvenzioni vengono erogati;
2) se non ritenga urgente rivedere l’attuale sistema e garantire adeguatezza ai cennati sussidi;
3) se non reputi meritoria la scelta delle famiglie che iscrivono i propri figli alle scuole paritarie, alleggerendo così il carico alle scuole statali, che spesso già versano in situazioni difficili.
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Interrogazioni,
Istruzione Scuola e Università
Cosa impedisce la realizzazione barriere antirumore per la badia di S. Lorenzo?
Non c’è mai silenzio alla badia di S. Lorenzo, anche se una delle regole monastiche è, com’è noto, il silenzio.
E treni, annunci dagli altoparlanti e traffico nella confinante stazione autocorriere, ai frati di S.Lorenzo, impediscono da tempo anche la possibilità di un riposo sereno.
Certamente, per amore del prossimo, e del proprio servizio pastorale, i frati si sono resi disponibili, sacrificando spesso il loro riposo.
Peraltro, le stesse celebrazioni sono frequentemente disturbata dal fracasso.
E ciò è oltremodo grave, quando si pensa che la semplice installazione delle barriere antirumore toglierebbe detti disagi.
Centinaia di treni al giorno fanno, a dir del vero, la differenza.
Il rumore prodotto distoglie l’attenzione dei fedeli e del celebrante, non consentendo quella profonda comunione di spirito che, in momenti come la Messa, il cristiano cerca. Non basta.
Già anni fa, il Priore della Badia fece propria la richiesta di collocare, lungo il muro perimetrale ad ovest del tempio, una barriera antirumore, dal costo sostenibile. E, a suoi tempo, qualche consigliere comunale provinciale e qualche consigliere comunale portarono le istanze dei frati nei rispettivi Consiglio comunale, incontrando la sordità di chi era al governo della Provincia e della città.
A dir del vero, si è provveduto alla diminuzione dell’inquinamento acustico dei treni con una nuova protezione delle vetrate della Badia, soluzione buona per la stagione invernale, non per quelle – primavera ed estate – che richiedono l’apertura delle finestre.
Il frequente passaggio dei treni e lo sferragliamento continuo disturbano eccessivamente le celebrazioni liturgiche, al punto da sospenderne perfino la continuità.
È indispensabile, vista l’importanza che la celebrazione del rito e il luogo sacro – la Badia di S. Lorenzo, ricca di una storia millenaria – rivestono per tutta la comunità, che pure la Provincia si faccia garante delle tradizioni e della sacralità dei luoghi che, come la Badia, non rappresentano il culto cristiano, ma sono il segno secolare di una profonda testimonianza e di una significativa tradizione.
Ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) se è a conoscenza del problema in questione;
2) in caso affermativo, se ritiene di intervenire tempestivamente;
2) se sì, quali provvedimenti urgenti ha preso al riguardo, visto che l’inconveniente si trascina ormai da anni;
3) come intende limitare l’inquinamento acustico sofferto dai frati che operano nella Badia di S. Lorenzo;
4) se intende finalmente installare le barriere antirumore, come già da tempo
espressamente chiesto da più parti, non ultimo da parte del priore della Badia;
5) in caso di risposta affermativa al punto precedente, entro quale termine verranno installate dette barriere antirumore;
6) come intende tutelare luoghi simili (aventi problematiche analoghe) presenti sul territorio provinciale.
E treni, annunci dagli altoparlanti e traffico nella confinante stazione autocorriere, ai frati di S.Lorenzo, impediscono da tempo anche la possibilità di un riposo sereno.
Certamente, per amore del prossimo, e del proprio servizio pastorale, i frati si sono resi disponibili, sacrificando spesso il loro riposo.
Peraltro, le stesse celebrazioni sono frequentemente disturbata dal fracasso.
E ciò è oltremodo grave, quando si pensa che la semplice installazione delle barriere antirumore toglierebbe detti disagi.
Centinaia di treni al giorno fanno, a dir del vero, la differenza.
Il rumore prodotto distoglie l’attenzione dei fedeli e del celebrante, non consentendo quella profonda comunione di spirito che, in momenti come la Messa, il cristiano cerca. Non basta.
Già anni fa, il Priore della Badia fece propria la richiesta di collocare, lungo il muro perimetrale ad ovest del tempio, una barriera antirumore, dal costo sostenibile. E, a suoi tempo, qualche consigliere comunale provinciale e qualche consigliere comunale portarono le istanze dei frati nei rispettivi Consiglio comunale, incontrando la sordità di chi era al governo della Provincia e della città.
A dir del vero, si è provveduto alla diminuzione dell’inquinamento acustico dei treni con una nuova protezione delle vetrate della Badia, soluzione buona per la stagione invernale, non per quelle – primavera ed estate – che richiedono l’apertura delle finestre.
Il frequente passaggio dei treni e lo sferragliamento continuo disturbano eccessivamente le celebrazioni liturgiche, al punto da sospenderne perfino la continuità.
È indispensabile, vista l’importanza che la celebrazione del rito e il luogo sacro – la Badia di S. Lorenzo, ricca di una storia millenaria – rivestono per tutta la comunità, che pure la Provincia si faccia garante delle tradizioni e della sacralità dei luoghi che, come la Badia, non rappresentano il culto cristiano, ma sono il segno secolare di una profonda testimonianza e di una significativa tradizione.
Ciò premesso si interroga l’Assessore competente per sapere:
1) se è a conoscenza del problema in questione;
2) in caso affermativo, se ritiene di intervenire tempestivamente;
2) se sì, quali provvedimenti urgenti ha preso al riguardo, visto che l’inconveniente si trascina ormai da anni;
3) come intende limitare l’inquinamento acustico sofferto dai frati che operano nella Badia di S. Lorenzo;
4) se intende finalmente installare le barriere antirumore, come già da tempo
espressamente chiesto da più parti, non ultimo da parte del priore della Badia;
5) in caso di risposta affermativa al punto precedente, entro quale termine verranno installate dette barriere antirumore;
6) come intende tutelare luoghi simili (aventi problematiche analoghe) presenti sul territorio provinciale.
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